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Il giardino dei Finzi-Contini, I capitolo - Giorgio Bassani

Analisi del primo capitolo del romanzo di Giorgio Bassani, Il Giardino dei Finzi Contini, scritto nel 1962.

E io lo dico a Skuola.net
La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l'antico e l'orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell'Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d'opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l'attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l'unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d'ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco, saltava subito agli occhi. Ad affidarne la costruzione a un distinto professore d'architettura, responsabile in città di molti altri scempi contemporanei, risultava essere stato Moisè Finzi-Contini, bisnonno paterno di Alberto e Micòl, morto nel 1863 poco dopo l'annessione dei territori delle Legazioni pontificie al Regno d'Italia, e la conseguente, definitiva abolizione anche a Ferrara del ghetto per gli ebrei. Grande proprietario terriero, «riformatore dell'agricoltura ferrarese» - come si leggeva nella lapide che la Comunità, a eternarne i meriti di «italiano e di ebreo», aveva fatto affiggere lungo le scale del Tempio di via Mazzini, in cima al terzo pianerottolo - ma dal gusto artistico, ovviamente, non troppo coltivato, una volta presa la decisione di istituire una tomba sibi et suis doveva poi aver lasciato fare. Gli anni parevano belli, floridi: tutto invitava a sperare, a osare liberamente. Travolto dall'euforia per la raggiunta eguaglianza civile, quella stessa che da giovane, all'epoca della Repubblica Cisalpina, gli aveva consentito di far suoi i primi mille ettari di terreno di bonifica, era comprensibile come il rigido patriarca fosse indotto, in quella circostanza solenne, a non lesinare nelle spese. Molto probabile che al distinto professore d'architettura fosse stata data carta bianca. E con tanto e simile marmo a disposizione, candido di Carrara, rosa-carne di Verona, grigio maculato di nero, marmo giallo, marmo blu, marmo verdino, costui aveva, a sua volta, decisamente perduto la testa. Ne era venuto fuori un incredibile pasticcio in cui confluivano gli echi architettonici del mausoleo di Teodorico di Ravenna, dei templi egizi di Luxor, del barocco romano, e persino, come palesavano le tozze colonne del peristilio, della Grecia arcaica di Cnosso. Ma tant'è. A poco a poco, anno dopo anno, il tempo che, a suo modo, aggiusta sempre tutto, aveva provveduto lui a mettere accordo in quell'inverosimile mescolanza di stili eterogenei. Moisè Finzi-Contini, detto qui «tempra austera di lavoratore indefesso», era scomparso nel '63. Sua moglie Allegrina Camaioli, «angelo della casa», nel '75. Nel '77, ancora giovane, seguito a vent'anni di distanza, nel '98, dalla consorte Josette, dei baroni Artom del ramo di Treviso, l'unico loro figliolo, dott. Ing. Menotti. Dopodichè la manutenzione della cappella, che aveva accolto nel 1914 un solo altro membro della famiglia, Guido, un fanciullo di sei anni, era venuta chiaramente a mani via via meno attive a ripulire, a rassettare, a riparare ai danni ogni volta che ce ne fosse bisogno, e soprattutto a contrastare il passo al tenace assedio della vegetazione circostante. I ciuffi d'erba, un'erba scura, quasi nera, di tempra poco meno che metallica, e le felci, le ortiche, i cardi, i papaveri, erano stati lasciati avanzare e invadere con licenza sempre maggiore. Di modo che nel '24, nel '25, a una sessantina d'anni dalla sua inaugurazione, quando a me, bambino, fu dato di vederla per le prime volte, la cappella funebre dei Finzi-Contini («Un vero orrore», non mancava mai di definirla mia madre, alla cui mano mi tenevo) già si mostrava pressappoco come è adesso, che da tempo non è rimasto più nessuno direttamente interessato a occuparsene. Mezzo affondata nel verde selvatico, con le superfici dei suoi marmi policromi, in origine lisce e brillanti, rese opache da bigi accumuli di polvere, menomata nel tetto e nei gradini esterni da solleoni e gelate, già allora essa appariva trasformata in quell'alcunché di ricco e di meraviglioso in cui si tramuta qualunque oggetto rimasto a lungo sommerso. Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine. Sta il fatto che lo stesso isolamento, la medesima separazione di cui i Finzi-Contini avevano circondato i loro defunti, circondava anche l'altra casa che essi possedevano, quella in fondo a corso Ercole I d'Este. Immortalata da Giosuè Carducci e da Gabriele d'Annunzio, questa strada di Ferrara è così nota agli innamorati dell'arte e della poesia del mondo intero che ogni descrizione che se ne facesse non potrebbe risultare superflua. Siamo, come si sa, proprio nel cuore di quella parte nord della città che fu aggiunta durante il Rinascimento all'angusto borgo medioevale, e che appunto per ciò si chiama Addizione Erculea. Ampio; diritto come una spada dal Castello alla Mura degli Angeli; fiancheggiato per quanto è lungo da brune moli di dimore gentilizie; con quel suo lontano, sublime sfondo di rosso mattone, verde vegetale, e cielo, che sembra condurti davvero all'infinito: corso Ercole I d'Este è così bello, tale è il suo richiamo turistico, che l'amministrazione social-comunista, responsabile del Comune di Ferrara da più di quindici anni, si è resa conto della necessità di non toccarlo, di difenderlo con ogni rigore da qualsiasi speculazione edilizia o bottegaia, insomma di conservarne integro l'originario carattere aristocratico. La strada è celebre: inoltre, sostanzialmente intatta. E tuttavia, per quel che si riferisce in particolare a casa Finzi-Contini, sebbene vi si acceda anche oggi da corso Ercole I, salvo però, per raggiungerla, dover poi percorrere più di mezzo chilometro supplementare attraverso un immenso spiazzo poco o nulla coltivato; sebbene essa incorpori tuttora quelle storiche rovine di un edificio cinquecentesco, un tempo residenza o «delizia» estense, che furono acquistate dal solito Moisè nel 1850, e che più tardi, dagli eredi, a forza di adattamenti e restauri successivi, vennero trasformate in una specie di maniero neogotico, all'inglese: ad onta di tanti superstiti motivi d'interesse, chi ne sa niente, mi domando, chi se ne ricorda più? La Guida del Touring non ne parla, e ciò giustifica i turisti di passaggio. Ma a Ferrara stessa, nemmeno i pochi ebrei rimasti a far parte della languente Comunità israelitica hanno l'aria di rammentarsene. La Guida del Touring non ne parla, e questo è male, senza dubbio. Però siamo giusti: il giardino, o per essere più precisi il parco sterminato che circondava casa Finzi-Contini prima della guerra, e spaziava per quasi dieci ettari fin sotto la Mura degli Angeli, da una parte, e fino alla barriera di Porta San Benedetto, dall'altra, rappresentando di per sé qualcosa di raro, di eccezionale (le Guide del Touring del primo Novecento non mancano mai di darne conto, con un tono curioso, tra lirico e mondano), oggi non esiste più, alla lettera. Tutti gli alberi di grosso fusto, tigli, olmi, faggi, pioppi, platani, ippocastani, pini, abeti, larici, cedri del Libano, cipressi, querce, lecci e perfino palme ed eucalipti, fatti piantare a centinaia da Josette Artom, durante gli ultimi due anni di guerra sono stati abbattuti per ricavarne legna da ardere,
e il terreno è già tornato da un pezzo come era una volta, quando Moisè Finzi-Contini lo acquistò dai marchesi Avogli: uno dei tanti grandi orti compresi dentro le mura urbane. Resterebbe la casa vera e propria. Senonché il grande, singolare edificio, assai danneggiato da un bombardamento del '44, è occupato ancora adesso da una cinquantina di famiglie di sfollati, appartenenti a quello stesso misero sotto-proletariato cittadino, non dissimile dalla plebe delle borgate romane, che continua ad ammassarsi soprattutto negli anditi del Palazzone di via Mortara: gente inasprita, selvaggia, insofferente (qualche mese fa, ho saputo, hanno accolto a sassate l'ispettore comunale all'Igiene, che c'era andato in bicicletta per un sopralluogo), i quali, allo scopo di scoraggiare ogni eventuale progetto di sfratto da parte della Soprintendenza ai Monumenti dell'Emilia e Romagna, sembra che abbiano avuto la bella idea di raschiare dalle pareti anche gli ultimi residui di pitture antiche. Ora, perché mandare dei poveri turisti allo sbaraglio? - immagino che si siano chiesti i compilatori dell'ultima edizione della Guida del Touring - e infine, per vedere che cosa?
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