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Il Gattopardo

Titolo: Il Gattopardo
Autore: Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Prima pubblicazione: 1958, a cura di Giorgio Bassani
Genere: romanzo

Riassunto
Il Gattopardo si apre che siamo nel maggio 1860, dopo lo sbarco dei Garibaldini in Sicilia, dove Don Fabrizio, Principe di Salina, assiste con malinconia alla fine del suo ceto.
La classe aristocratica capisce che è ormai giunta al suo termine e della nuova situazione ne approfittano amministratori e borghesi. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà viene rassicurato dal nipote Tancredi, che, avendo combattuto per i Garibaldini, cerca di controllare gli esiti degli eventi volgendoli a proprio vantaggio: "Se si vuole che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi". Quando, secondo consuetudine, il Principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Don Calogero Sedara, un borghese di umili origini che ha fatto carriera in politica. Tancredi, nipote di Don Fabrizio, abbandona la simpatia per Concetta, figlia maggiore del Principe, e si volge verso Angelica, figlia di Don Calogero, che riuscirà a sposare, attratto sia dalla sua bellezza sia dall'immenso patrimonio.

Giunge poi a Donnafugata un funzionario piemontese, Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno, ma che il Principe rifiuta. La vita di Don Fabrizio continua monotona e sconsolata fino alla morte che lo coglie in un'anonima stanza di albergo, lontano dalla sua casa, nel 1883, tornando da Napoli. Nella sua casa resteranno le tre figlie nubili, inasprite da un'esistenza solitaria; il romanzo si conclude che siamo nel 1910.

Analisi
L'azione si svolge in Sicilia, in gran parte all'interno degli splendidi palazzi di città e di campagna appartenenti alla nobile famiglia dei Principi di Salina, il cui stemma è rappresentato da un gattopardo rampante. La Sicilia è descritta con grande realismo anche negli spazi aperti delle vaste campagne assolate e bruciate dal sole e, a contrasto, nei giardini signorili, freschi e ricchi nelle decorazioni. La narrazione è in terza persona, fatta da un narratore esterno alla storia, forse l'autore stesso. Il punto di vista dell'autore si rivela attraverso il personaggio principale, in cui si identifica: il Principe Fabrizio, di cui si conosce tutto, è biondo, con gli occhi azzurri, amante della bellezza e dei piaceri.
Nel primo capitolo sono già presenti i motivi guida del romanzo, che racconta la fine di una grande famiglia, quella dell'autore, la fine di un'epoca e l'amara riflessione sulla incapacità di un vero cambiamento da parte della società siciliana.

Il tempo del romanzo si lega con quello reale vissuto da Lampedusa. Una delle prime cose che risulta in apertura è la descrizione del giardino, ricco di odori intensi e che presenta segni cupi di morte, fino a che il richiamo funebre diviene esplicito con il ritrovamento del cadavere di un giovane soldato ucciso dai "ribelli". Si introduce il riferimento storico, a questo punto, cioè lo sbarco dei Mille, la campagna garibaldina e la fine del Regno dei Borboni di Napoli e Sicilia. L'intreccio si risolve in modo ordinato, con la presentazione graduale di tutti i personaggi, compreso il nipote Tancredi, bello e intelligente, ma senza un soldo, che si è messo dalla parte dei "rivoluzionari".
Il personaggio di Angelica, che diventerà la sposa di Tancredi, viene introdotto nel secondo capitolo, il cui spazio narrativo è rappresentato dal palazzo di Salina in campagna. La ragazza è di origine plebea, bella e ricca poiché suo padre fa parte di quella nuova classe sociale di amministratori arricchiti. E' rozzo e incolto, ma ha fatto studiare la figlia e questo permette ad Angelica d'entrare nel mondo Salina. Il quarto capitolo è il fulcro del romanzo con le corse allegre dei giovani fidanzati nell'immenso palazzo. Vi si descrive anche l'incontro con un inviato del Re del Piemonte che viene ad offrire al Principe il ruolo di senatore.
Il Principe rifiuta manifestando il suo scetticismo su un cambiamento della Sicilia. Nella quinta parte c'è un'atmosfera diversa, con l'arrivo i padre Pirrone, il gesuita compagno di studi del Principe. Nella sesta parte tutti i motivi s'incontrano nella scena del ballo: l'ambiente sfarzoso, la celebrazione della bellezza, i nuovi ricchi, il senso di disfacimento. Si passa poi al 1883.
La morte del Principe occupa un intero capitolo; egli è cosciente che la fine è arrivata e occorre lasciare spazio ai giovani. Con l'ultimo capitolo siamo nel 1910. Il patrimonio della grande famiglia, che avrebbe dovuto rimanere indiviso, si disperde in varie eredità, in parte per colpa della figlia Concetta, che ordinerà di gettare via tra le immondizie la reliquia mummificata del cane Bendicò, già carissimo al Principe.
Scompare così l'ultimo ricordo della grandezza della famiglia e il romanzo si chiude nel nulla più totale, in linea con la vena pessimistica che lo pervade.
Risalta agli occhi del lettore quanto il romanzo sia accompagnato da una vena ironica espressa dall'animazione metaforica degli oggetti o dall'uso esasperato di termini latini pomposi, a volte barocchi. L'ironia tipicamente siciliana, beffarda e tagliente contraddistingue il romanzo. L'autore non si fa quasi mai partecipe della vicenda ma la sua idea si esprime attraverso massime molto sarcastiche "attribuire ad altri la propria infelicità è l'ultimo ingannevole filtro dei disperati".
Terminata la lettura quel che rimane che è un profondo pessimismo, una profonda beffa della vita, l'ombra della morte, quasi sempre presente è "come un ronzio continuo nell'orecchio", nei presagi e nel sonno. Il presagio della morte comincia per Don Fabrizio nella bellezza del ballo e, nello stesso ballo, i due giovani innamorati (Angelica e Tancredi) diventano "attori ignari cui un regista fa recitare la parte di Giulietta e quella di Romeo nascondendo la cripta e il veleno, di già previsti nel copione."
la chiave di lettura de "Il Gattopardo" è nelle stesse parole di Lampedusa, che in una lettera a Lajolo del 1956 scrisse: "Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata ed ogni episodio ha un senso nascosto." Nulla è esplicito, perché come diceva Tomasi: "esplicito è qualcosa di rozzamente contadinesco o brutalmente melodrammatcio".

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