Forse la mia ultima lettera a Mehmet di Nazim Hikmet

L’autore può partire dal ricordo del luogo dove è nato, da un esame del suo stato d’animo, da un’immagine suggestiva, addirittura dall’impressione di essere molto vicino alla morte; quello che però scaturisce sempre alla fine della poesia è una specie di testamento spirituale: il poeta dice cosa per lui è il mondo, cosa significa vivere, quali sono i motivi per i quali vale o meno la pena di farlo.

Forse la mia ultima lettera a Mehmet è un testamento spirituale di straordinario vigore e dignità. Il poeta turco Nazim Hikmet, in esilio in Russia, scrive al figlio bambino Mehmet, che teme di non riuscire più a rivedere. La prima parte, più personale, nella quale si alternano ricordi e immagini del futuro, si scioglie gradualmente in un vero e proprio testamento nel quale il poeta spiega con semplicità e passione i suoi valori fondamentali: l’amore per la terra, della quale “non ci si può saziare”, la dignità dell’uomo, la ricerca di giustizia per il popolo “atrocemente miserabile”, la speranza.

Nazim Hikmet proveniente da una famiglia dell’élite culturale e politica dell’impero ottomano, di Salonicco, a diciotto anni si avvicina in maniera appassionata e totale al popolo della Turchia, consegnato da secoli a una povertà disumana. Sceglierà come metodo di analisi e di lotta politica il marxismo, che viene a conoscere direttamente quando fugge in Unione Sovietica, nei primi anni della rivoluzione.

In Turchia, fra il 1928 e il 1951, sarà rinchiuso in carcere per motivi politici. Andrà poi in esilio in Unione Sovietica, a Mosca, dove morirà senza poter ritornare nel suo paese.

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