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La letteratura giullaresca

Quando si pensa alla letteratura del Duecento e del Trecento, fioccano nomi famosi come Dante, Boccaccio e Petrarca, Jacopone da Todi e Cecco Angiolieri, che scrivevano però solo per una ristretta parte della popolazione, la borghesia colta, l'aristocrazia e il clero. Ma ci si dimentica che esiste una classe sociale al di sotto del "popolo minuto" che comprende la stragrande maggioranza della popolazione. Questa non poteva essere minimamente toccata dalle storie d'amore platonico e cavalleresco del Dolce Stil Novo in quanto inesistenti nella loro vita. Né il popolo (e con popolo intendiamo i poveri e i contadini) era capace di leggere o di scrivere, ed era quindi estromesso da ogni forma di letteratura. Almeno a prima vista.
Ricordiamoci però che, come i poemi omerici furono tramandati oralmente per generazioni, prima di essere redatti, così il popolo aveva una sua forma di letteratura non scritta, ma tramandata, e strettamente legata alle forme del teatro e del canto. Chi andava in giro per borghi e comuni nel Duecento, soprattutto nel Nord Italia ma anche nella Sicilia di Federico II, erano degli strani personaggi: i giullari. Erano individui sempre, o quasi allegri, l'equivalente dei clown nei nostri circhi. Ma la loro vera intenzione, al di là di quella apparente della semplice risata, era il far capire al popolo che la sua condizione era di sottomissione cronica ai potenti, tra i quali rientravano la classe borghese, che si era affermata al potere nei comuni, ed il clero, da sempre alleato con la classe al potere. I giullari mettendo in ridicolo i personaggi più in vista e calcando all'inverosimile la condizione di "cornuto e mazziato" del popolo, anche con manifestazioni pubbliche in piazza con piena partecipazione del popolo, riuscivano a suscitare, oltre al riso, un "retrogusto amarognolo".

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