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Diario di Robert Scott

Londra, 1899. In una sala del palazzo della “Royal Geographical Society” si sta scegliendo il capo della nuova spedizione in Antartide. Il più adatto sembra essere il tenente Robert Falcon Scott che, entrato giovanissimo nella marina da guerra, si è distinto per coraggio, serietà e cultura.
Scott salpa nell’agosto del 1901 con la nave “Discovery” e quattro mesi dopo entra nelle acque antartiche. Assieme ad alcuni compagni percorre numerosi itinerari per raccogliere dati e osservazioni. Tornato in patria progetta una seconda spedizione antartica con l’obiettivo di raggiungere il Polo sud.
Anche il grande norvegese Roald Amundsen ha però in mente lo stesso obiettivo.
Nel Dicembre 1911 dunque un gruppo di uomini avanza nell’immensa distesa bianca dell’Antartide: è in corso una sfida tra due spedizioni: quella guidata dal norvegese Amundsen e quella capitanata dal britannico Scott. Entrambe lottano per realizzare un’impresa apparentemente impossibile: raggiungere il Polo Sud, nel 1900, ultimo baluardo da conquistare, al centro del continente antartico. Entrambi sanno di perseguire il medesimo obiettivo. Solo uno di loro, però, riuscirà ad arrivare per primo.

Per compiere l’impresa i due esploratori scelgono strategie differenti.
Scott fissa il campo base a Capo Evans e si mette in cammino il primo novembre 1911 decidendo di usare motoslitte e slitte trainate da pony siberiani: una scelta che si rivelerà ben presto un errore imperdonabile. Le motoslitte, infatti, si dimostrano inaffidabili, mentre i pony non sono in grado di sostenere la fatica della marcia e vengono presto abbattuti costringendo Scott e i suoi quattro compagni a proseguire a piedi, trainando le slitte.
Amundsen invece sceglie come punto di partenza la Baia delle Balene, posizione più vicina al Polo sud rispetto a quella scelta da Scott. Il suo è un percorso più montuoso di quello dell’avversario,
ma gli uomini di Amundsen sono anche scalatori e la scelta si rivelerà vincente. Assieme ai quattro compagni, parte equipaggiato di sci, slitte e cani e dopo oltre 50 giorni di viaggio e più di 1000 km percorsi, Amundsen e i suoi raggiungono l’obiettivo: sono i primi uomini a conquistare il Polo Sud.
Il 18 gennaio 1912, oltre un mese dopo Amundsen, anche Scott arriva alla meta. Lo attende però una grande delusione, lontano sventola la bandiera norvegese.
Dal polo gli sfortunati esploratori iniziano il viaggio di ritorno. Uno di loro, il più giovane della compagnia, viene colpito da gravi congelamenti; durante la discesa del ghiacciaio cade, ferendosi.
La marcia viene ritardata. Dopo alcuni giorni il giovane muore. Indeboliti dallo scarso cibo, gli esploratori perdono preziose energie. Ormai il combustibile è esaurito. In mezzo a quel freddo tremendo non possono sorseggiare niente di caldo. Ugualmente, senza un lamento, cercano di proseguire aiutandosi l’un l’altro. Uno di loro, Titus Oates, si ammala gravemente e non può più camminare. Per non essere di peso agli altri, durante una sosta, esce dalla tenda in mezzo alla bufera per poter morire. I tre superstiti continuano stremati, ma sopravviene una terribile bufera che continua per giorni, fino a seppellire la loro tenda.
Queste sono le ultime agghiaccianti parole che si trovano scritte sul diario di Scott, morto assieme ai suoi compagni ben otto mesi dopo: “Giovedì 29 Marzo. Dal 21 la burrasca è stata incessante. Ormai non credo si possa sperare in qualcosa di meglio. Ci daremo dentro sino alla fine, ma essa non può essere lontana. Peccato, non posso scrivere altro. Per amor di Dio prendetevi cura dei nostri cari.”
Mi ha colpito molto l'ultima frase del suo diario dove scrive: « Per amor di Dio abbiate cura -di mia moglie »... La chiarezza del pensiero non lo abbandonò nemmeno in questo supremo istante in cui la vita si spegneva; cancellò accuratamente la parola « moglie » e la sostituì con: vedova »
Gli eventi più significativi riportati nel diario durante il viaggio di ritorno sono la fame, la fatica, l’ avversità delle condizioni atmosferiche c’ è anche il resoconto della morte dei compagni. Le parole di Scott risultano talvolta asciutte ed impietose e dimostra un fortissimo sangue freddo e non si lascia mai andare alla disperazione anche quando capisce che è condannato.
Sono molto interessanti le descrizioni del terreno, le insidie della superficie ghiacciata, dei crepacci, dello stato della neve,dei raggi del sole che creano magnifiche illusioni e luminosità delle nebbie impenetrabili, dei panorami infiniti e di quel biancore assoluto che confonde le distanze e dei venti sferzanti e freddi che rallentano la marcia di Scott e dei suoi compagni.

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