Il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe


Un io narrante descrivere il percorso che lo ha portato a compiere un folle gesto omicida, ma rivendica al tempo stesso la propria sanità mentale. L’ossessione del protagonista, la sua ipersensibilità, la calcolata freddezza dei suoi gesti rivelano però la sua pazzia.

Alla spietata determinazione del narratore si contrappone il terrore impotente della vittima e la vicenda scivola verso l’ineluttabile finale in una cornice di tenebre di paura, di sinistri segnali.

Il racconto si presenta come una sorta di deposizione davanti a una giuria o come una rievocazione del dramma avvenuto a beneficio di qualche ascoltare. Pronunciato non importa se davanti a dei giudici o dei medici di un manicomio criminale, il lungo monologo si sviluppa in forma lineare ed essenziale verso la drammatica conclusione e verso il modo sorprendente in cui il delitto verrà scoperto.

Interessante il meccanismo grazie al quale si materializza il rimorso: il futile motivo che è alla base del delitto ha stabilito un legame dell’omicida con la vittima che non viene meno dopo l’assassinio, ma si trasforma in un altro incubo.

Edgar Allan Poe era originario di Boston. Rimasto presto orfano, ebbe una vita inquieta e irregolare, spesso dedita all’alcol e tormentata dai debiti. Dopo alcuni libri di poesia, iniziò a pubblicare racconti e a lavorare con successo in vari giornali.

I temi preferiti da Poe sono quelli del terrore, dell’orrido, dell’angoscia e, con racconti come I delitti della Rue Morgue e La lettera rubata, dell’indagine poliziesca, sottogenere letterario di cui Poe fu l’inventore.

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