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La Coscienza di Zeno - Italo Svevo

Rispetto ad altri romanzi dello stesso periodo, la lettura della ‘coscienza di Zeno’ mi è risultata più complessa e difficoltosa, forse anche a causa della struttura stessa del romanzo, organizzato in più capitoli indipendenti che narrano delle vicende della vita di Zeno, raccontate dal protagonista, ormai vecchio, all’interno di un’autobiografia per il proprio psicanalista. Per questo è difficile dare un filo logico ai vari capitoli.
Inoltre, Zeno è sdoppiato, nel romanzo, tra Zeno protagonista, personaggio, e Zeno narratore, giudice posteriore delle sue stesse vicende. Questo sdoppiamento sottolinea l’estrema fragilità dell’interiorità di Zeno, la sua costante introspezione e immersione nella coscienza, che lo rende un personaggio pieno di incertezze.
“La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione.”

Sicuramente assomiglia a Mattia Pascal, per quanto riguarda la sua caratteristica personale, l’inettitudine. Fin da giovane, si trova a a doversi confrontare con il padre, che gli lascia in eredità un’azienda, affidandola però all’Olivi, non fidandosi delle capacità effettive del figlio. Zeno si sente così un inetto e un incapace: alla morte del padre, quest’ultimo lo saluto con un ultimo schiaffo, e da questo momento Zeno inizierà a sentirsi vecchio, nonostante abbia ancora 30 anni.
Una costante nella personalità del protagonista è poi il binomio salute-malattia: egli è convinto che l’origine dei suoi mali sia la dipendenza dal fumo, e che se riuscirà a smettere, tutta la sua vita cambierà e potrà raggiungere la felicità suprema della vita, la salute. All’inizio del romanzo Zeno è convinto della propria inettitudine e malattia, e vede negli altri la perfezione, la salute e la sicurezza di sé, ad esempio nel rivale Guido, di cui invidia molto.
“Guido, cortese e disinvolto (era proprio la disinvoltura ch’io più di tutto invidiavo agli altri) [...]”
Tuttavia, la salute degli altri personaggi li lascia immobili nella loro condizione iniziale, essi sembrano non cambiare mai, per tutta la durata del romanzo mentre Zeno è inquieto e costantemente in ricerca, arrivando alla fine della vicenda cambiato. Per guarire dalla sua malattia è disposto a mettersi in discussione in prima persona, a comprendere e accettare i propri limiti e ad aprirsi al cambiamento.
La malattia appartiene prima di tutto all’uomo, all’inizio del romanzo appartiene propriamente a Zeno, mentre la salute è di coloro i quali non si pongono degli interrogativi e accettano di vivere al sicuro e caldi nelle loro vite; più avanti, tuttavia, la malattia si estende e diventa condizione universale, e Svevo riempie l’analisi con considerazioni chiaramente riferite alla guerra:

“La legge naturale non dà il diritto alla felicità, ma anzi prescrive la miseria e il dolore. Quando viene esposto il commestibile, vi accorrono da tutte le parti i parassiti e, se mancano, s'affrettano di nascere. Presto la preda basta appena, e subito dopo non basta più perché la natura non fa calcoli, ma esperienze. Quando non basta più, ecco che i consumatori devono diminuire a forza di morte preceduta dal dolore e così l'equilibrio, per un istante, viene ristabilito.”


“Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. [...] Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.”

Credo che il romanzo non possa essere compreso a fondo se non nella prospettiva della psico-analisi presente per tutto il romanzo, che per questo non è di facile lettura. Zeno non è il protagonista ideale dei grandi romanzi dell’Ottocento, è pieno di incertezze e difetti che rispecchiano la società malata del suo tempo, di cui egli sente tutto il carico della malattia. Ha un rapporto insano con le donne, con i genitori e con quasi tutti i personaggi che entrano a far parte della sua vita; non riuscirà a sviluppare e portare avanti nessuna delle sue relazioni interpersonali: l’ho trovato, umanamente, un personaggio egocentrico (“Come sempre, invece che guardare e ascoltare, ero tutt’occupato dal mio proprio pensiero”), concentrato sulla propria autoanalisi, incapace di vedere nell’altro il buono e il bene oltre le inettitudini e limiti che sono propri di ogni uomo.

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