“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.”
Così, in poche ma intense parole, Baricco esprime il messaggio che ricorre poi in tutto il libro: la vita risponde. Castelli di Rabbia è il libro delle risposte, che possono arrivare forti come boati o leggere come piume, e proprio per questo può sembrare un accozzaglia di cose caotiche e prive di un collegamento logico. Un angolo d’Europa dell’Ottocento. Una piccola città immaginaria e verosimile. I sogni del signor Rail e le labbra della signora Rail. La favola dei primi treni. Un uomo che sente l’infinito. Un bambino che si porta addosso il suo destino. La magia del Crystal Palace, immane costruzione di vetro. La singolare vita di Hector Horeau, architetto geniale e perduto. Quello che assiste all’asta dei suoi beni, quello che uccide per stanchezza, quelli che cantano una nota sola per tutta la vita, quella che ha sposato un uomo che non esiste più, quello che morì di meraviglia, quello che ogni giorno imparava una cosa e una sola. Eppure, per quanto tutto ciò possa sembrare casuale e disorganico vi è un significato più profondo e quasi velato. Baricco scrive come la vita scrive le nostre storie: non vi dev’essere necessariamente un ordine, un senso. Tuttavia, procedendo nella lettura non si può che realizzare che tutto è collegato in una fittissima rete di singolari avvenimenti, e che ognuno di questi implica una reazione, una risposta che inevitabilmente arriva, lasciandoci scossi, quasi incapaci di reagire. È per questo motivo che non c’è una vera e propria fine né un vero e proprio inizio: l’autore ci narra la vita così come essa accade, inimmaginabilmente sensata nella sua casualità.

“La realtà ha una coerenza, illogica ma effettiva.”

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