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Recensione de "La donna abitata" di Gioconda Belli

"La donna abitata" di Gioconda Belli, scrittrice, giornalista e militante nel Fronte sandinista contro la dittatura di Somoza, mi ha prima di tutto colpita per il titolo: mi sono chiesta subito cosa volesse dire. La prima frase che ho letto è stata "All'albeggiare emersi" e poi "mi sono ritrovata sola per secoli in una dimora di terra e radici [...] sentivo che il mondo era vicino [...] vidi le radici, le mani tese che mi chiamavano".
Racconto scritto da una donna su due donne le cui storie (parallele e simili pur se ambientati in tempi storici lontani: quella di Itzà al tempo della conquista spagnola del Centro America, e quella di Lavinia in tempi molto vicini a noi, in cui le dittature militari hanno funestato la vita di milioni di persone) si fondono in una sola storia, perché il succo delle arance prodotte dall'albero in cui Itzà, morta in battaglia, riprende a vivere, entra nel corpo della nuova guerriera, e la guida, facendola uscire dal suo torpore di ragazza ricca, lungo un percorso in cui diventerà artefice del proprio destino.
La sua saggezza, il ricordo del passato, la consapevolezza della pericolosità della paura "era timorosa come tante altre che ho conosciuto, che pensavano di salvarsi la vita arrendendosi. Diventarono però tristi scheletri o serve nelle cucine. Si afferra al suo mondo come se il passato non esistesse e il futuro fosse soltanto un tessuto di colori brillanti", servono ad Itzà, l'antica guerriera, a vedere e, soprattutto, a sentire Lavinia, mischiata ormai a lei, linfa nel suo sangue.
E ancora sulla paura, uno dei temi principali del libro "questa era la dittatura, pensò Lavinia, la paura: non sapere niente era la cosa migliore, la cosa più sicura".
E a poco a poco anche Lavinia, attraverso l'amore per il proprio uomo, e attraverso la solidarietà verso i compagni, saldi e sereni come alberi, che rischiano la vita contro la dittatura del Grande Generale, per l'eterno ideale della giustizia sociale e l'amore verso gli oppressi, diviene essa stessa guerriera, e colma il vuoto lasciato dentro la sua anima dalla latitanza affettiva dei suoi genitori: "provò la nostalgia dell'orfana. Continuava a provarla di domenica".
La rinascita di Itzà come albero si accompagna così alla rinascita di Lavinia come essere che sente, che riesce ad affrontare la paura: "E tuttavia, si disse, aveva varcato un altro limite: la zia Ines diceva sempre che crescere nella vita significava superare i propri limiti: verificare capacità che uno riteneva di non possedere".
Altro tema, dominante, è quello della morte che, anche se presente nel libro, non reca angosce, né viene vista come la fine di tutto, anche perché la vita non finisce ma si trasforma, come appunto insegna la rinascita di Itzà.
Bellissima è la poesia che chiude il libro: è un invito a guardarci intorno con più attenzione, a non considerarci i più bravi, quelli al di sopra di tutto, ma solo come parti di un tutto che merita rispetto e amore, immersi in un fiume di vita per il quale fra la nostra vita, quella di un colibrì, o di un albero di arancio, non c'è alcuna differenza perché anche noi, morendo, potremmo rivivere in un colibrì o in un albero di arancio e viceversa, un albero o un colibrì potranno rinascere in un essere umano, perché esiste solo la vita, che muta, che scorre e che resta uguale a se stessa nell'infinita molteplicità delle sue forme.

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