George Orwell - 1984


George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair) scrisse “1984” nel 1948, in un periodo d’inquietudine che le due guerre mondiali, l’olocausto e il disastro atomico avevano prodotto.
Secondo il tratto distintivo di una letteratura antiutopistica, pessimista, catastrofica, polemica e critica, egli espone nelle linee essenziali ma con raggelante chiarezza un futuro non troppo lontano, che anzi, si delinea come la degenerazione del suo presente, che facilmente si può associare e confrontare con il presente attuale.
Uno degli aspetti che rievoca più facilmente il collegamento con il momento attuale, è sicuramente la rilevanza che lo scrittore assegna ai mass media.
Essi vengono concepiti come mero strumento il cui occulto potere è in grado, con non troppe difficoltà, di creare consenso, controllare le masse, annullare l’individualità, corrodere irrimediabilmente il senso critico personale per livellare ogni pensiero e renderlo conforme ai dettami della ristrettissima élite dominante, sconosciuta e invisibile, che agisce nascosta dietro la maschera di un viso probabilmente immaginario, ma oltremodo pubblicizzato.
Come Orwell spiega per mezzo di alcuni “stralci” del “libro di Goldstein”, un incremento generalizzato del benessere conseguente alla comparsa di macchine industriali, avrebbe portato una maggiore alfabetizzazione, e di conseguenza, “la massima parte delle persone che di norma sono come immobilizzate dalla povertà e dall’analfabetismo” avrebbe compreso che la minoranza al potere non aveva alcuna funzione e avrebbe così portato alla distruzione di una società organizzata gerarchicamente che vede al vertice un’élite di pochi.
Anche oggi, come allora, la classe al potere è molto ristretta, e, ormai in tutto il mondo, sarebbe più corretto parlare di un’oligarchia mondiale e capillare, presente nella maggior parte delle nazioni dominanti, piuttosto che di vere e proprie democrazie. Il popolo decide, il voto dà ad ognuno il potere di determinare, in minima parte, il futuro, ma nei fatti si osserva sempre di più come la burocrazia renda vano ogni sforzo democratico. In Italia si può osservare anche tuttora come il voto di un partito possa contare più del voto della popolazione.
Seguendo il ragionamento di Orwell, quindi, viene spontaneo chiedersi per quale motivo, se il benessere e l’alfabetizzazione continuano ad aumentare, anche se a volte a rilento, il popolo non sia ancora riuscito a rovesciare l’oligarchia al potere, a ottenere un reale potere delle masse, una reale democrazia.
Orwell, con l’atteggiamento profetico che caratterizza il suo romanzo, esplicita anche la motivazione a tutto ciò: semplicemente, l’invenzione dei mass media ha permesso agli oligarchi di ottenere lo strumento perfetto per controllare le masse, il pensiero, e per preservare, così, il proprio potere.
Grazie all’invenzione della stampa prima, della televisione e del cinema poi, diviene possibile, secondo lo scrittore, manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento. Nello specifico, Orwell propone una società, un governo oligarchico, sostenuto da una specifica disposizione mentale del popolo in linea con lo stato di guerra, giustificatore di povertà e analfabetismo necessari a mantenere il controllo e il potere (i teleschermi che a ogni ora riportano bollettini di guerra, i “due minuti d’Odio”, i grandi cartelloni sparsi ogni dove raffiguranti un rassicurante e vincente “Grande Fratello”, slogan più che espliciti e al contempo altrettanto sfumati e sfuggenti quali “la guerra è pace”, la stampa sempre pronta a farsi portavoce di ogni notizia inerente alla guerra...).
Tutt’oggi, anche grazie a nuove tecnologie mediatiche quali soprattutto radio, internet, e smartphone, è sempre più facile inculcare un determinato pensiero, una determinata convinzione, un atteggiamento, un pregiudizio o uno stereotipo, anche in modo occulto, in un popolo intero.
Le tecniche si sono affinate: ora per una pubblicità s’impiegano non solo grafici e pubblicitari, ma, anche psicologi esperti e talvolta sociologi. Alcune grandi multinazionali, allo scopo di creare, presentare e vendere meglio prodotti e servizi che possano adattarsi a ogni cultura e popolo, hanno iniziato ad utilizzare antropologi impiegati nello studio, atipico, delle moderne società occidentali, dei vari popoli che le abitano, delle varie culture e subculture.
L’obiettivo non è plasmare la mente del singolo, ma della società intera.
Per raggiungere tale scopo, i mass media convincono l’individuo, sempre teso al conformismo con la massa, di doversi uniformare alla società per quanto riguarda un determinato dettaglio, e lo fanno soprattutto attraverso la televisione e internet.
In realtà il pensiero, l’atteggiamento, la convinzione che tanto pubblicizzano non è già presente nella società, bensì lo diventa solo successivamente, solo dopo l’immenso sforzo di conversione di ogni singolo individuo, convinto di ritrovarsi ormai solo a contrastare un fenomeno di massa, e proprio come Winston, il protagonista di 1984, anche il singolo si sente ‘’l’ultimo eroe’’, dapprima forte delle sue convinzioni sovversive, per cedere poi alla pressione che gli pare “sociale”.
Inoltre, come sembra sottolineare anche Orwell delineando personaggi come Julia, apparentemente conformista e devota al partito, in realtà ribelle e “anticonformista”, non si può mai sapere chi si cela dietro la maschera del conformismo, e perciò, anche se improbabile, si potrebbe quasi arrivare a immaginare un’intera società apparentemente conformista, ma scossa nell’animo di ogni individuo da un’ombra di dubbio, polemica e critica.
Proprio Julia subisce una trasformazione totale durante lo svolgimento del romanzo.
Dapprima vista da Winston come una “bigotta affiliata del partito”, a esso totalmente devota, d’imperturbabile rigore morale, probabile spia dilettante, “una sciocca come tutte le altre, con la testa piena di odio e menzogne, e il ventre di ghiaccio”, si trasforma poi nel desiderio sessuale e raggiungibile del protagonista, nella sua spinta propulsiva alla vita, si scopre la celata ribellione che ogni giorno porta avanti contro il Partito, verso cui prova un odio profondo. Con ammirabile maestria, Orwell ci accompagna nella conoscenza della ragazza seguendo le tempistiche e le scoperte dello stesso Winston.
E si scopre così che la ragazza ribelle e anticonformista è in realtà cresciuta con l’educazione del Partito, e proprio per questo la sua ribellione rimane negli atti del quotidiano, nelle piccole cose, in ciò che la tocca da vicino, ma non si allarga al pensiero complessivo, non formula alcuna critica generale rimanendo pressoché indifferente alla dottrina del partito. Probabilmente proprio questo, la porta, negli ultimi capitoli, a tradire Winston quasi immediatamente, appena viene sottoposta alle torture nel Ministero dell’Amore.
Anche Winston, come Julia, subisce una trasformazione radicale, ancor più profonda e sconvolgente.
Inizialmente viene delineato come una persona fisicamente debole, fiacca, ormai rassegnata ad una morte temuta come imminente, triste e depresso, alcolizzato. Porta avanti una ribellione del tutto privata contro il Partito, commettendo il reato più grave, lo Psicoreato. Egli, infatti, tiene un diario, allo scopo unico di lasciare a qualcun altro i suoi pensieri dopo la morte. Da questa visione del tutto pessimistica e rassegnata della vita lo risveglia la relazione con Julia, l’amore che prova per lei, che gli scalda il cuore e gli fornisce un nuovo stimolo, una nuova motivazione, il desiderio di voler vivere, e di voler ribellarsi, rischiando anche di più, per poter proteggere e mantenere una felicità privata e individuale appena conquistata. La morte rimane come una presenza incombente, ma non è più causa d’inattività e depressione, né di rassegnazione.
Successivamente viene arrestato e sottoposto a un lungo periodo di prigionia e tortura, psicologica e fisica. Qui incontriamo un Winston che strenuamente porta avanti una convinta resistenza mentale, fino a cedere però, proprio in conclusione, prima tradendo Julia, poi tradendo se stesso e abbandonandosi, inconsapevolmente, alla fede nel Partito.
O’Brien è sicuramente un personaggio che Orwell ha saputo tratteggiare perfettamente, convincendo dapprima della sua probabile eterodossia politica, della sua partecipazione alla Confraternita, della sua complicità con Winston, per mostrarlo poi come il carnefice, il boia, il torturatore, l’insegnante, la spia, che abilmente celata in un alleato, traeva Winston sempre più profondamente verso la sua fine, il suo arresto, la sua capitolazione. Anche durante gli ultimi capitoli risulta graduale e difficile il processo attraverso cui ci si convince di questa sua vera natura, perché Orwell, scrivendo e facendoci quindi osservare e vivere la vicenda attraverso gli occhi di Winston, ci trasmette la sua stessa incredulità, il suo stesso scetticismo, la sua stessa “sindrome di Stoccolma” verso quello che gli era parso come l’ultimo bagliore di speranza per una ribellione contro il Partito.
Infine Syme, forse il personaggio meno dinamico e più statico tra quelli ampiamente descritti da Orwell, si configura come l’unico amico di Winston, e mostra come effettivamente, nonostante la sua ortodossia maligna e il suo zelo instancabile, la sua mancanza di discrezione, la sua incapacità di mantenere le distanze, la sua intelligenza considerata pericolosa, nociva, dannosa dal Partito, ne causi infine la morte, o meglio, la vaporizzazione.
Con “1984” Orwell denuncia apertamente il comunismo, che in Russia si era appena espresso in un totalitarismo, e i totalitarismi in genere, per proporre invece la via alternativa di un socialismo che rispetti il pluralismo e i diritti universali dell’uomo.
Egli descrive una società, in “1984”, che, cercando di fuggire dagli errori del capitalismo puro arriva a risolversi in un totalitarismo che annulla ogni differenza, tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra un individuo e l’altro. Egli vuole mostrare come certe linee di pensiero, certe ideologie politiche, possano diventare atroci totalitarismi, in cui la ricchezza e il potere risulta in mani a pochi prescelti, mentre gli altri individui sono obbligati a vivere esattamente secondo i dettami del Partito, pena la tortura e la morte, o sono considerati sottouomini, esseri inferiori per natura, non meritevoli di alcun interesse. Winston sembra, così, convinto che l’unica fonte di salvezza siano i prolet. Solo fra loro poteva nascere la forza capace di distruggere il Partito. Era però necessario che diventassero coscienti della loro forza, ma per farlo avrebbero dovuto ribellarsi. Questo circolo vizioso di conclude quindi con la totale inattività dei prolet in questo senso. Mentre, quindi, Marx profetizzava una necessaria e inevitabile lotta di classe che il proletariato avrebbe portato avanti per combattere il capitalismo e ottenere l’uguaglianza sociale, Orwell vuole mostrare come in realtà una simile convinzione possa avere conseguenze terribili, e come sia invece indispensabile promuovere non tanto l’uguaglianza, quanto la libertà, la libertà di essere ognuno diverso dall’altro, specifico, individuo singolo uguale solo a se stesso, libero di poter compiere le proprie scelte, anch’esse proprie e non collettive, uniche, individuali e non sociali.
Quest’anti-utopistica società delineata in 1984, caratterizzata dal controllo completo e totale sulla massa, si caratterizza soprattutto per il controllo mentale che viene attuato. Questo, esercitato sul singolo come sulla massa, è reso possibile dal continuo stato di paura in cui gli individui sono costretti a vivere, e soprattutto dalla minuziosa manipolazione del linguaggio promossa dal Partito.
Viene così creata la neolingua, il cui fine specifico è quello di rendere impossibile ogni forma di pensiero diversa da quella proposta, o meglio, imposta. La speranza, la convinzione, è che, una volta che il nuovo linguaggio fosse stato adottato completamente, e l’archeolingua dimenticata, ogni pensiero eretico (che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile da formulare a parole.
Vengono così eliminate parole indesiderate, soppresso ogni significato secondario di tutte le parole superstiti.
La neolingua era concepita per ridurre le capacità e le possibilità speculative, e questo scopo era ampiamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta. In questo modo veniva reso molto difficile, se non impossibile, formulare espressioni eretiche, opinioni non ortodosse. Le idee avverse al Socing potevano essere concepite solo in forma vaga, non verbale, ed era praticamente impossibile sostenerle ed argomentarle.
Oggigiorno la manipolazione del linguaggio viene messa in evidenza soprattutto dal linguaggio cosiddetto “politically correct”.
Orwell dimostra come il linguaggio sia fondamentale per la percezione, e questo viene ben sottolineato anche osservando il linguaggio odierno.
Seguendo, appunto, una linea di opinione e un atteggiamento sociale tipici del “linguaggio politicamente corretto”, parole come “minorato” vengono gradualmente sostituite nel linguaggio comune, formale e legale, con parole che rimandino ad un’accezione più positiva, passando così per termini quali, ad esempio, “invalido”, “handicappato”, “portatore di handicap” per giungere a “disabile” e infine “diversamente abile”.
L’idea di partenza era quella di ridurre alcune consuetudini linguistiche giudicate come discriminatorie ed offensive.
Il mutare nome alle cose però, non ne cambia automaticamente anche la sostanza, che invece rimane invariata.
E così, l'adoperare eufemismi e termini socialmente “accettabili” per definire realtà che non lo sono, diventa sempre più una pratica diffusa in una politica che cerca in ogni modo di convincere una popolazione non troppo attenta a sostenere posizioni a loro svantaggiose. Spesso basta una riflessione un poco più attenta per cogliere il sottile significato, “il sottile gioco di parole”. Una riflessione, però, che richiede tempo, un tempo che il continuo bombardamento di tv, radio, pubblicità, e internet, unito alla frenesia della vita moderna, non concede, se non raramente. Altre volte, poi, tempo a disposizione permettendo, anche leggendo attentamente articoli di giornale o ascoltando interessati un’intervista, emergono termini che per loro natura risultano fuorvianti, incomprensibili o comunque enigmatici nell’esprimere il loro vero significato.
Come nella neolingua, vengono gradatamente eliminate le parole “indesiderate”. Il controllo mentale non viene, così, esercitato sotto forma di un divieto di avere pensieri divergenti, ma, piuttosto, come impossibilità o disinteresse nel voler appunto formulare tali pensieri. Si mira ad un controllo sottile, ingannevole perché invisibile, di cui troppe poche persone riescono ad accorgersi, e che ancora meno individui riescono a contrastare.
Il controllo, elemento principale e caratterizzante di “1984”, viene reso possibile anche grazie ad una vera e propria sorveglianza totale della società attuata dalla psicopolizia attraverso quelli che Orwell definisce “teleschermi”. Questi oggetti, obbligatori in ogni casa dei membri del partito, presenti ad ogni angolo nei quartieri di residenza, negli edifici lavorativi di questi ultimi, erano, invece, praticamente assenti nei quartieri dei prolet. I “teleschermi” non solo permettevano la vigilanza su ogni azione, comportamento o espressione del singolo, ma trasmettevano anche, ininterrottamente, ciò che era necessario per mantenere la sensazione di essere in guerra, la sensazione di essere la superpotenza vincente grazie alla magnifica potenza e alle supreme capacità dell’esercito e quindi del Partito Interno e del Grande Fratello.
Oggi, il controllo di ogni nostra azione non ci viene imposto, ma siamo noi stessi, attraverso nuove tecnologie quali i social network, a permetterlo, e, anzi, a renderlo possibile. Da tempo ormai si discute sulla possibilità che una nota piattaforma venga utilizzata da alcune agenzie governative per ricavare ogni genere d’informazione sulla popolazione, su ogni individuo, e per stimolare allo stesso tempo anche la diffusione di determinati pensieri, opinioni, atteggiamenti.
Una sorta di sorveglianza viene però anche attuata senza il nostro consenso o senza la nostra consapevolezza. A questo proposito basta ricordare il recente scandalo delle intercettazioni telefoniche del NSA.
In conclusione, viene spontaneo valutare “1984” come un libro dal carattere altamente profetico, il cui autore ha saputo delineare magistralmente una società caratterizzata da stati totalitari, potere occulto dei mass media, controllo delle masse.
Sebbene tutto ciò si possa già riscontrare tuttora, e il libro si dimostri, infatti, utilissimo nel permettere una valutazione più critica e obiettiva del presente odierno, rimane indispensabile non sottovalutare il carattere di avvertimento che esso possiede ancora oggi.
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