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Prima della brusca interruzione subita dall’evoluzione della letteratura catalana, a causa della dittatura franchista che proibì l’uso della stessa lingua catalana, la letteratura catalana moderna seguiva, nel suo sviluppo, la scia del naturalismo europeo, contribuendo con Joan Maragall (1860-1911) anche al rinnovamento della lingua catalana, e abbracciando poi tendenze simboliste e parnassiane. È in questo panorama letterario che Pere Gurguì trasmette il suo profondo sentimento catalanista alla giovanissima nipote Mercè: stiamo parlando del nonno materno di Mercè Rodoreda. La scrittrice nacque a Barcellona il 10 ottobre del 1908. A Barcellona cresce circondata dall’amore dei suoi genitori per la letteratura. Quest’amore per le lettere e il ruolo importante del nonno nella sua formazione e la parallela “iniziazione”, da parte di lui, all’amore per i fiori, saranno il fondamentale accompagnamento di una vita. A vent’anni sposò lo zio materno Joan Gurguì, molto più grande di lei, che era ritornato dall’America latina dopo aver fatto fortuna, e nel 1929 nacque il suo primo e unico figlio, Jordi. Iniziò, a questo punto, a scrivere. La vita monotona e critica, in larga parte dovuta al matrimonio, e il suo alto ideale d’indipendenza, la catapultarono nel meraviglioso mondo della scrittura.

Gli anni trenta rappresentano il periodo di formazione della scrittrice; appartengono a questa fase i suoi primi quattro romazi che però, successivamente, rifiutò, considerandoli come il lavoro di un’artista ancora inesperta. Si tratta di Sòc una dona honrada? del 1932, che fu pubblicato a proprie spese, Del que hom no pot fugir (1934), Un dia en la vida d’un home (1934), e Crim (1936), il cui prologo autoironico è degno di nota. La critica ha più volte rilevato come l’ironia attraversi un pò tutta l’opera della Rodoreda, sia narrativa che teatrale.
Marta Pessarodona, nel presentare la raccolta di racconti La noieta daurada i altres contes , pubblicati a puntate nella pagina dedicata ai ragazzi della rivista «La Publicitat» dal 1935 al 1936 nell’edizione domenicale – cioè prima e durante la Guerra Civile (1936–1939) – afferma che: “Mercè Rodoreda escrivia de la mateixa manera per a infants com per a grans. És a dir, amb ironia, una de les seves grans qualitat”.
Tale ironia e tale umorismo si spiegano non solo con il carattere stesso della scrittrice, che si definisce “una persona de molt bon humor i moltes ganes de riure” , ma anche con la frequentazione degli esponenti della Colla de Sabadell , – come Joan Oliver, Francesc Trabal, Armand Obiols – e di un ambiente culturale propenso alla parodia e alla satira. Intanto realizza diverse collaborazioni con diari e riviste. Sulla rivista «Clarisme» nel 1934 pubblicò la sua seconda novella. Due attività parallele, dunque, quella letteraria e quella periodistica, che le permettono di conoscere gli scrittori catalani attivi in quegli anni.
Della prima produzione salvò solo Aloma, romanzo con cui nel 1937 vinse il più prestigioso Premio letterario di allora, il Crexelles. Nello stesso anno, inoltre, si separò dal marito.
La critica ha ampiamente studiato l’attività giornalistica e letteraria di M ercè Rodoreda negli anni della Repubblica , mettendo in risalto come senza quella prima fase probabilmente non sarebbero state possibili le grandi opere successive: Aloma, La Plaça del Diamant, Mirall Trencat, non sarebbero stati possibili senza i “bunyols”, secondo la definizione che dà la scrittrice catalana dei suoi primi quattro romanzi poi rifiutati, dando ennesima prova di una evidente autoironia.
Alle soglie della guerra e durante il conflitto pubblica racconti sparsi per la stampa catalana: «La Revista», «Mirador», «La veu de Catlunya». Questo clima così vivace viene però spezzato dalla guerra civile. Molto importante fu il suo lavoro, all'inizio della guerra, al Commissariat de Propaganda de la Generalitat de Catalunya, e a la Instituciò de les Lletres Catalanes. La difesa della Repubblica tenne la Rodoreda a Barcellona anche durante i tremendi bombardamenti del 1939, ma alla fine, come moltissimi altri intellettuali catalani, dovette arrendersi alla fuga verso la Francia. La scrittrice fu accolta da varie città francesi insieme al suo compagno Armand Obiols, che aveva lasciato moglie e figlia a Barcellona. Il moralismo del modello repubblicano della 'coppia legittima', tenne lontano Mercè e Obiols, costretti a vagare da Parigi a Orleans, da Orelans a Bordeaux, per fare infine ritorno a Parigi. La scrittrice si trasferì nel 1954 a Ginevra, dove ebbe una vita meno precaria, svolgendo negli uffici dell'ONU un lavoro di traduzioni. La scrittura creativa per Rodoreda é un bisogno ma anche un meccanismo concreto di fuga dal reale come ha acutamente messo in evidenza A.M.Saludes i Amat nella sua apertura ad Aloma. La lente della meraviglia, vivevo meravigliata, ricorderà in una intervista, è sempre davanti agli occhi con cui Mercè Rodoreda vede e racconta . In tal modo, quando fatti sociali gravi e coinvolgenti- il suo esilio, la seconda guerra mondiale- occupano violentemente anche il suo privato, è come se non ci sia piú posto per questa meraviglia, per l'universo incantato con cui la scrittrice si oppone alla non comunicabilità e alla mancanza di amore che affliggono i suoi protagonisti. Percio il suo silenzio come narratrice durò circa vent'anni, dalla partenza da Barcellona al 1958 quando pubblicò i Vint-i-dos contes con cui balzò ancora alla ribalta della letteratura del suo Paese, vincendo il Premio Victor Català. Restò in terra svizzera fino al 1971, anno in cui moriva Obiols (pseudonimo del poeta, critico e scrittore Joan Prat), compagno di esilio e di vita per più di trent' anni, nonostante l' alternarsi di vicende di separazioni e di incontri di cui oggi sappiamo con certezza attraverso la loro corrispondenza . A questo punto ritornò definitivamente in Catalogna, e la sua produzione rimane interrotta per alcuni anni. Il racconto che rappresenta il ritorno all'amata scrittura è Semblava de seda.
Finito l'esilio si stabilisce nel piccolo centro di Romanyà de la Selva. Un luogo cosparso di pace, dove finalmente potrà dedicarsi alla scrittura. Lontana ormai dal dolore, dalle guerre, dalla morte e dalla distruzione, nel 1974, completerà Mirall trencat. Il tempo della guerra e dell'esilio rappresenta un momento di trasformazione interiore: è l'apprendistato della vita. Le vicissitudini personali di Rodoreda sono, secondo Forrest, quelle della nativa Catalogna . Nel 1962 era stato pubblicato il suo romanzo più famoso, La Plaça del Diamant: l'uso del catalano in terra d'esilio aiutò Mercè Rodoreda a mantenere incontaminate le proprie strutture linguistiche, anche se, come lei stessa dichiarò in un'intervista del 1972, citando il saggio introduttivo ad Aloma di Anna Maria Salude i Amat: ''scrivere in catalano era come aspettare che fiorissero dei fiori al Polo Nord''. Nel 1966 scrive El carrer de les Camèlies, che ottiene vari riconoscimenti letterari, e l'anno dopo la raccolta di racconti La meva Cristina i altres contes. Nel 1969, invece, viene ripubblicato Aloma, l'unico frutto giovanile che secondo la scrittrice valeva la pena salvare, come ricordavamo poc'anzi.
L'anno 1980 risulta particolarmente interessante e prolifico nella produzione della scrittrice. Pubblica una raccolta di narrazioni, Viatges i flors, e un romanzo, Quanta, quanta guerra. Malauguratamente la morte della Rodoreda nel mese di aprile del 1983 interrompe la possibilità di una continuazione. Nel 1986 fu pubblicato postumo un romanzo dal titolo che sembrerebbe premonitore, e che chiude la sua produzione in una maniera esemplare. Parliamo di La mort i la primavera, opera che appartiene alla tappa della letteratura mitico-fantastica, e che risente dell'influenza di differenti correnti esoteriche. Rodoreda, infatti, fu una grande lettrice di letteratura esoterica di divulgazione. Né la sconfitta del '39 né l'esilio hanno fatto tacere Mercè. Non si lasciò vincere ma tenne duro, grazie, soprattutto, all'amore per il suo paese e alla sua alta professionalità, che univa il desiderio di perfezione al piacere della scrittura .

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