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Dalla lettura di Solitud e La Plaça del Diamant emerge un filo conduttore che attraversa vari momenti letterari, quindi storici e culturali, del Novecento catalano.
L'evoluzione dei modelli letterari prevede, in modo naturale, la loro intrinseca continuità, sia tra le opere contemporanee e le opere della prima parte del '900, sia all'interno dell'universo letterario europeo. La condizione femminile catalana emerge con forza, e decisione, nel deserto della guerra, e nell'austerità della dittatura, e crea un mondo variegato, dove libertà di immaginazione e fedeltà storica, sia collettiva che individuale, danno vita a innovative narrazioni, disarmanti soltanto per la loro complessa semplicità.
I due romanzi rappresentano due momenti importanti nella storia narrativa femminile; un percorso che comincia in ''salita'', con l'ascesa alla montagna da parte di Mila, che andrà incontro a se stessa, e arriva nella piazza di una città lacerata dalla guerra, attraverso l'urlo terrificante di Natàlia che, ammazzando l'ultimo, e il più ribelle dei ''suoi'' colombi, nasce per la seconda volta.

Due momenti distanti, ma anche complementari, se vogliamo. Due fiumi che sfociano nello stesso mare. Caterina Albert crea lo pseudonimo Victor Català non solo come travestimento dell'io, un' io femminile che riesce a sviare gli ostacoli della censura, e a difendersi dal ''perbenismo'' degli sguardi; ma anche per fissare una barriera tra il personaggio e la persona.
Quando scende dal suo studio in soffitta e posa la sua penna, Victor Català torna ad essere Caterina Albert, una zia affettuosissima per i suoi nipoti, una donna che va dalla sarta e che allo stesso tempo svolge mansioni ''da uomo'', ma che non rinuncia alla sua passione per la scrittura. Mercè Rodoreda permea le sue opere della sua esperienza personale, e la sua esperienza personale delle sue opere. La frustrazione del matrimonio, l' ambiguità della maternità, il disastro della guerra creano nessi visibili e magici tra la realtà e la rappresentazione di essa, e danno vita a una nuova femminilità che percorre strade anguste e faticose, e raggiunge, con determinazione, una coscienza profonda di sé. Il femminismo qui toccato non si unisce alle attività tipiche del movimento, ne prende soltanto la naturalezza delle motivazioni, la spontaneità dell'espressione, la fierezza della libertà. Rispetto al “saggio” conformismo della Ben Plantada, queste donne non si uniformano ad alcun modello, ribellandosi con forza, anzi, a chi cerca di avviarle verso prese di posizione di altro genere: in questo modo operano una forma di consapevole resistenza culturale, pur senza fare eccessivo rumore.
E queste donne, e gli uomini che le appoggiano o le criticano, presentano ulteriori spunti d’analisi che meritano un approfondimento e ulteriori ricerche.
Suscitano interesse, ad esempio, le rappresentazioni “al femminile” del conflitto, uno dei fiori all’occhiello della retorica e della vignettistica dei giornali. Che si tratti di fugaci metafore o di complessi paragoni, fino ad arrivare a vignette e articoli dedicati a qualche occasionale “protagonista” della guerra, l’evocazione del mondo femminile appare costante.

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