La dottrina contribuisce alla virtù
Cicerone
Pro Archia 15-16


Il passo tratto dall’orazione “Pro Archia” è opera del politico e letterato romano Marco Tullio Cicerone. Nato nel centocinque a.C da una famiglia di equites, può essere considerato a tutti gli effetti un homo novus. Formatosi a Roma e in Grecia, porta a termine gli studi di diritto, retorica e filosofia. Intrapreso il corsus honorum, è questore in Sicilia nel settantacinque a.C., pretore l’anno successivo e finalmente console. Nel sessantatré a.C., durante il consolato, è coinvolto nella Congiura di Catilina. Il colpo di Stato, ampiamente descritto da Sallustio nel “De Catilinae coniuratione”, prevede la morte di Cicerone per favorire le folli mire di Catilina. Il console, venuto a sapere della congiura, pronuncia le quattro “Catilinarie” e condanna i cospiratori senza un regolare processo. Sarà successivamente punito con l’esilio, con la lex Clodia del cinquantotto a.C., per aver compiuto tale atto. Tornato a Roma, appoggia Pompeo nella guerra civile contro Cesare. Con la vittoria di quest’ultimo, Cicerone è costretto a richiedere la clementia caesaris. Dopo la morte, nel quarantaquattro a.C., del dittatore, appoggia Ottaviano nella guerra civile contro Marco Antonio. E’ nuovamente sorpreso dagli eventi: con l’alleanza tra i due condottieri romani, Cicerone è inserito nelle liste di proscrizione. Nel quarantatré a.C. viene perciò ucciso dai sicari di Marco Antonio.
La produzione di Marco Tullio Cicerone comprende un vasto epistolario, le orazioni pronunciate in senato o durante i processi nei tribunali, le opere retoriche, gli elaborati filosofici e gli scritti politici.
La “Pro Archia” è l’orazione scritta in difesa del poeta greco Archia, accusato di vivere a Roma senza ius civitatis. Tra le argomentazioni a sostegno del proprio assistito, Cicerone sottolinea che Archia è un poeta, quindi una figura culturalmente importante per il suo valore educativo.

Comprensione complessiva del testo

Il passo, tratto dai capitoli quindici e sedici dell’orazione di Cicerone, è costituito da due sequenze. La prima, dal rigo primo all’undicesimo, con il titolo “Lode alla cultura”, sottolinea il valore della doctrina, caratteristica degli uomini saggi e autorevoli. Infatti, Cicerone afferma: “per la gloria e la virtù è stata spesso più importante la natura senza la dottrina che la dottrina senza la natura.”. Perciò ad una natura egregia è necessario affiancare una formazione dovuta agli studi, come nel caso di Gaio Lelio, Lucio Furio, Marco Catone il Vecchio e Scipione l’Africano (divinum Africanum).

La seconda sequenza, dal rigo dodicesimo al diciannovesimo, con il titolo “Importanza delle lettere”, analizza il peso di una disciplina metodica e delle litteris, con il fine di acquisire conoscenza e pratica della virtù. Inoltre, secondo l’oratore romano, cercare anche il solo diletto da queste distinte attività, rende tale occupazione la più degna dell’uomo e la più nobile.
Tematica principale del passo è certamente la doctrina, la cultura, un intervento radicale sull’animo umano, che è ingentilito e arricchito. La doctrina è raggiunta per mezzo degli studia. Gli studi letterari e filosofici, perciò, sono indispensabili per l'uomo sia perché lo soccorrono nei momenti di difficoltà in quanto in essi egli trova possibilità di conforto; sia perché costituiscono la base su cui ogni individuo può costruire la sua crescita culturale, morale e spirituale; sia perché essi sono il fondamento necessario di ogni esercizio professionale - in modo particolare di quello dell'oratoria-; sia perché possono costituire motivo di diletto in quanto procurano un forte piacere. Appaiono chiari, comunque, i collegamenti tra questi studia e l'ideale di humanitas ciceroniana di cui costituiscono senz'altro il necessario fondamento.
E’ proprio l’humanitas un secondo topos che emerge nel passo della “Pro Archia”. Cicerone conferisce a tale termine una forte portata filosofica; in un primo tempo valorizza ottimisticamente le qualità dell'uomo in quanto arbitro del proprio modo di essere, posteriormente salda l'idea di umano con quella di umanistico, cioè interpretando l’humanitas come l'equilibrio e la cordialità nel trattare con il prossimo. E’ su questa base che si fonda il concetto di honestum da intendere come la virtù dell'anima bella, nobilitata dall'armonia e dall'equilibrio interiore.

Analisi del testo

L’orazione “Pro Archia” è ricca di concinnitas ciceroniana, volta a sottolineare i passaggi che richiedono maggiore solennità con un parallelismo fonico e semantico dei membri con antitesi di significato. E’ il caso di “naturam sine doctrina / sine natura (…) doctrinam”.
Ancora, Cicerone cita tre personaggi illustrissimi della Roma del secondo secolo a.C.: Scipione l’Emiliano, Gaio Lelio e Marco Catone il vecchio. I tre sono anche i dedicatari e protagonisti di composizioni importantissime del politico romano: il “Lelius de Amicitia” nel caso di Gaio Lelio, il “Cato Maior de Senectute” per Marco Catone, e il “Somnium Scipionis” del trattato “De re publica” su Scipione l’Emiliano.


Interpretazione complessiva e approfondimenti

Le orazioni di Cicerone, legate alla sua duplice occupazione di politico e avvocato, possono essere suddivise in quattro fasi: le prime, le orazioni giovanili, in seguito le orazioni scritte dal consolato del sessantatré all’esilio del cinquantotto, poi le orazioni pronunciate dopo il ritorno a Roma, e infine le orazioni di età cesariana. La “Pro Archia” appartiene al secondo gruppo, insieme alla “Pro Murena”, difesa di Murena dall’accusa di broglio elettorale, e la “De legge agraria”, in opposizione alla riforma agraria proposta dal tribuno Rufo. Alla medesima fase appartengono le quattro “Catilinarie”, scritte in occasione della scoperta della congiura di Catilina e pronunciate l’8 e 9 novembre, e il 3 e 5 dicembre.

Per di più il riferimento ai principali esponenti della cultura della Roma del secondo secolo a.C. conferma il cotante interesse di Cicerone per l’attività politica, che svolse in prima persona. Eppure, è difficile delineare le caratteristiche della controversia figura politica dell’Arpinate. Molti storici lo accusano di opportunismo e brama di potere, di scasa lungimiranza e acutezza e d’incapacità nell’eleggere gli alleati politici giusti. Le idee chiave da lui espresse sono certamente la difesa ad oltranza delle istituzioni repubblicane, tramite la concordia ordinum e il consensus omnium bonorum. Lodabile, inoltre, l’obiettivo di diventare l’ago della bilancia tra i populares e gli oligarchici.
La difesa del poeta greco Archia, in conclusione, lascia presagire il ruolo di mediatore culturale che sarà ricoperto da Cicerone negli anni successivi tra la filosofia greca e quella romana. Tale mediazione andò posteriormente ad innestarsi sull’operazione culturale già iniziata dal circolo degli Scipioni, nell’ambito del quale era sorto e si era sviluppato il concetto di humanitas. Concretamente Cicerone riesce a fondere mos maiorum, paidéia e philanthropìa. Certamente si rilevano fondamentali le linee ispiratrici di tale attività, quali le filosofie ellenistiche, fattore caratterizzante della seconda formazione culturale dell’Arpinate. Egli, in viaggio ad Atene, entra in contatto con l’Accademia platonica, la seconda Stoà, il Peripato aristotelico. Rifugge completamente, invece, l’Epicureismo, che mal si abbinava ai mores romani.

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