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Analisi del testo: Proemio dell'Eneide

“Arma virumque cano”, così Virgilio apre il suo poema epico l’Eneide, con due sostantivi e un verbo con i quali emotivamente sembra voler sottolineare una continuità, non solo con la vicenda di Enea e dei Troiani, ma anche con la tradizione epica.
"Arma", sostantivo neutro posto in caso accusativo, per metonimia rimanda a guerra, Virgilio con esso intende infatti riassumere la guerra di Troia raccontata nell’Iliade, cui si rifà negli ultimi sei libri, mentre con "virum", accusativo, rimanda idealmente alle vicissitudini dell’uomo Ulisse, raccontate nell’Odissea, cui si rifanno i primi sei libri.

A questa prima struttura sintattica, che funge da reggente, segue una proposizione subordinata relativa, introdotta dal pronome relativo "qui", posto in anastrofe, cui seguono due complementi predicativi del soggetto "primus…profugus"; i participi perfetti "iactatus" e "passus", sottolineano il fatto che il suo viaggio è quello di un esule alla ricerca di una nuova patria (profugus), e dunque non è un ritorno, né un viaggio di conquista, egli è posto nella condizione di chi soffre e subisce gli eventi, che sostanzialmente prescindono dalla sua volontà.

Il sostantivo “Troiae” riveste una posizione centrale nel primo verso di apertura, a voler sottolineare il luogo di provenienza di questo profugo, Enea, mentre “Italiam” è posto in enjambement all’inizio del secondo verso, a voler sottolineare il punto di arrivo.

L’ablativo di causa “fato” è la parola chiave del testo, perchè Enea è spinto da due forze, la pietas e il fato, quindi procede non per sua volontà, ma per volere del fato. Docile strumento del fato e del volere degli Dei, l’eroe accetta di subordinare la propria virtus e le proprie scelte esistenziali alla missione che gli è stata affidata, sacrificando ad essa i propri effetti personali. Enea è il portatore di supremi valori religiosi e morali, che sono poi quelli del popolo romano e del regime augusteo.

“Laviniaque” posto proprio sotto il sostantivo “Troiae” ci offre un’altra informazione importante, poiché lui giunge ai lidi di Lavinium, che in iperbato tende ad anticipare un evento, la fondazione di Lavinio per volontà di Enea, città che prenderà il nome proprio dalla donna Lavinia, figlia del re Latino che Enea sposerà soltanto alla fine, dopo cioè avere sconfitto Turno, re dei Rutuli nonché promesso sposo di Lavinia.

L’ablativo di causa efficiente "–vi-" apre il quarto verso, si tratta di un sostantivo della terza declinazione (vis-roboris); ancora una volta si tende a chiarire, che le vicende vissute da Enea prescindono dalla sua volontà, non è egli a decidere, sono gli dei come è proprio dei poemi epici, a decidere le sorti dell’uomo e qui è proprio la forza degli dei e, nello specifico della dea Giunone, a condurlo a Cartagine.

Con la preposizione "ob" introduce il complemento di causa dato da “iram”.

L’avverbio “quoque” tende a ribadire le sofferenze subite non soltanto a seguito della fuga da Troia; egli si dovrà confrontare e poi scontrare con Turno, ancora una guerra, destino amaro quello dell’eroe Enea, che perduta la moglie Creusa alla partenza da Troia è costretto ad affrontare un viaggio non semplice con il padre Anchise, che perderà giungendo in Sicilia e il figlio Ascanio e pochi compagni.

L’abbandono di Didone che conoscerà a Cartagine nel momento in cui la dea Giunone, appunto scatenerà la sua ira, e la sua fine, è espressione di un tragico destino che si conclude con la morte della donna, che un tempo era chiamata Ellissa, poiché felice, per prendere in un secondo momento il nome di Didone, ossia la fuggitiva, perché costretta ad abbandonare la sua patria Tiro, per recarsi a Cartagine.

Quindi, anche molto egli soffrì in guerra, finché fondò una città e portò nel Lazio gli dei: il poliptoto "multum…multa" tende a sottolineare questa sofferenza continua, subita senza poter opporre resistenza; subisce come colui che non può sottrarsi, perché la volontà degli dei è superiore di gran lunga a quella dell’eroe.

La congiunzione “dum” introduce certamente una temporale, ma il verbo coniugato al congiuntivo imperfetto sottolinea una sfumatura finale o intenzionale, quella di condurre gli dei nel Lazio da cui discendono "genus…latinum, Albanique patres… moenia …altae Romae".

"Deos" sono i Penati, salvati dall’incendio di Troia e portati nel Lazio, gli antenati di Alba Longa, la città dai cui discendenti sarà fondata Roma, e ancora per ipallage l’aggettivo “altae” va riferito a “Romae” anziché a “moenia”, volendo ricordare a tutti i lettori quella che sarà la grandezza di Roma, che sappiamo non prescindere dalla politica di Augusto, che preso il potere nel 31 a.C., sconfitti Cleopatra e Antonio, avvia una politica tesa al rinnovamento etico, ma soprattutto ad accentrare pieni poteri nelle proprie mani, mantenendo le istituzioni repubblicane.

“Musa memora causas mihi”, Virgilio si rivolge alla musa, è Calliope la musa che presiede la poesia epica, alla quale non viene affidato il compito di “cantare”, come nei proemi epici, ma di “ricordare”, memora, imperativo, al poeta, mihi dativo del pronome personale, l’argomento del poema e più specificamente la causa (causas) dell’ira di Giunone.

L’imperativo funge da verbo della reggente v.8 che regge l’interrogativa indiretta introdotta dall’aggettivo interrogativo “quo numine” v.8 e dal pronome interrogativo “quid” v.9, che ha per verbo il congiuntivo perfetto “impulerit” dal quale dipendono i due infiniti “volvere” e “adire”. Anche in questo caso Virgilio insiste sulle sofferenze del protagonista evidenziati attraverso i nessi "tot…casus, tot…labores", marcati dall’anafora.

"Tantanae…irae" proposizione interrogativa diretta reale, introdotta dall’enclitica "–ne-", "animis celestibus" dativo di possesso, "tanto grande è l’ira agli animi dei celesti". Con questa interrogativa diretta si chiude il testo preso in esame, che funge da proemio ai dodici libri dell’Eneide.

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