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Poetae Novi

Appunto sui Poetae Novi con le caratteristiche della loro poesia che rivoluzionò la tradizione latina sulla base dei contenuti e le forme della poesia alessandrina.

E io lo dico a Skuola.net
I Poetae Novi

La letteratura latina fino al secolo I a. C. si era svolta in modo originale (satura, fescennini, annali) o aveva ricalcato i modelli greci del periodo classico (tragedia e commedia).
Nel I secolo invece penetrò a Roma l'alessandrinismo.
si definisce alessandrina la cultura greca posteriore alla fioritura dei grandi classici del VI e V secolo a. C. (Eschilo, Sofocle, Euripide, PIatone, Detnostene, Tucidide, eec.).
Il nome deriva dal fatto che centro di essa non è più Atene, ormai in piena decadenza, ma Alessandria d'Egitto, capitale del più potente tra gli stati ellenistici sorti dallo smembramento dell'impero di Alessandro.
Qui tenevano corte mecenatesca i principi della casa dei Tolomei, di origine greca, attorno a cui si radunavano intellettuali di ogni tendenza da tutto il mondo orientale, uniti dal vincolo comune della lingua greca.
Di questa cultura a noi interessa ora la poesia, la quale presenta alcune caratteristiche ben definibili in quanto:
a) abbandona il genere drammatico e coltiva soprattutto (e con forme mutate rispetto al periodo classico) il genere narrativo, il lirico e il didascalico.
Nel campo della narrativa ai lunghi poemi di tipo omerico si sostituiscono brevi poemetti per lo più mitologici detti epilli; in quello della lirica si adottano di preferenza l'idillio (breve quadretto di vita agreste), l'elegia e, soprattutto, l'epigramma, che condensa in pochi versi un'emozione lirica (i latini però lo usano specialmente per la satira);
b) cura essenzialmente la levigatezza della forma, mentre il contenuto è spesso vuoto e artificioso. Venuti meno i grandi ideali di patria e di libertà dell'antica Grecia, la poesia si fa più personale e intima e talvolta, se pur raramente, riesce a raggiungere livelli artistici notevoli, grazie alla sua pensosità;
c) fa grande sfoggio di cultura, come sempre la poesia riflessa: nella narrativa si va alla ricerca del mito meno noto, spesso si citano paesi, personaggi, usi quasi sconosciuti, si fa frequente ricorso a nozioni erudite e a preziosismi linguistici , si tentano soluzioni metriche ardite. Spesso perciò questa poesia viene chiamata "docta".
Della poesia alessandrina si fecero portavoce, a Roma, alcuni circoli letterari, che noi diremmo di avanguardia.
Celebre fra essi quello dei poetae novi, che, proponendosi un ideale di poesia colta nella materia e raffinata nella forma, guardavano con un certo disdegno la vecchia poesia latina, un po' rozza, di Plauto, di Ennio, di Lucilio.
Questi poeti, tra cui molti (Cinna, Valerio Catone, Furio Bibaculo) erano originari della Gallia Cisalpina, adottarono tecniche e forme detta poesia alessandrina, soprattutto l'epillio, l'epigramma e l'elegia amorosa, non tanto di tipo lirico-patetico (quale ce la tramandarono poi Tibullo e Ovidio), quanto di tipo narrativo: non cantavano i loro sentimenti, ma raccoglievano una silloge di leggende amorose, a cui davano come titolo il nome deUa loro amata (tali sono la Lydia di Valerio Catone e la Leucadia di Varrone Atacino).
Al circolo dei poetae novi, in polemica con il conservatorismo politico e culturale dei romani benpensanti (Cicerone, infatti, prese posizione decisa contro la nuova corrente e definì i poetae novi «cantores Euphorioms » = ripetitori di Euforione, che fu poeta alessandrino di second'ordine), aderì Catullo appena venuto a Roma e ai suoi canoni si attenne sempre.
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