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Lucrezio e il De rerum natura

Della vita di Lucrezio non sappiamo quasi nulla. Ci sono pervenuta scarsissime notizie, problematiche e poco attendibili. La fonte principale è per noi San Gerolamo, il quale riferisce che nell’anno 94 (o 96) a.C. “nasce il poeta T. Lucrezio, il quale poi, reso folle da un filtro d’amore, dopo aver composto negli intervalli di lucidità alcuni libri, che in seguito Cicerone revisionò e fece pubblicare, si uccise all’età di quarantaquattro anni.
Lucrezio nel suo poema non parla mai di sé; i contemporanei (non contando Cicerone, che dà esclusivamente un giudizio sull’opera, e Cornelio Nipote, che nella vita di Attico lo nomina soltanto) tacciono in modo completo, quasi inspiegabile. L’autore del De rerum natura mostra di conoscere bene la vita dei Romani delle classi alte, ma non sappiamo se visse nella capitale; la gens Lucretia è una delle famiglie più antiche di Roma, ma se ne trovano tracce in molti regioni d’Italia, compresa la Campania. Combinando questo fatto con la presenza in quella regione di una delle più importanti scuole epicuree, molti hanno voluto immaginare che Lucrezio fosse campano: nulla lo conferma, nulla lo esclude. Così pure egli potrebbe essere perfino uno schiavo liberato cha ha assunto il nome del patronus.

Le sole notizie certe sono dunque le seguenti: egli visse nella prima metà del I sec. a.C.; conobbe Gaio Memmio e gli fu certamente legato, tanto da dedicargli il suo poema; Cicerone lesse e lodò il De rerum natura (ma questo potrebbe essere accaduto anche dopo la morte di Lucrezio). E’ forse davvero il caso di dire che Lucrezio realizzò nella sua esistenza il precetto del suo maestro Epicuro: “vivi nascosto”.
L’unica opera di Lucrezio a noi pervenuta è il De rerum natura, un poema didascalico in esametri di argomento scientifico e filosofico che si propone di diffondere la dottrina epicurea presso le classi colte di Roma. Il titolo traduce fedelmente quello dell’opera maggiore di Epicuro, Peri physeos, in 37 libri e in prosa, di cui possediamo solo frammenti.
Si ritiene che il poema di Lucrezio sia rimasto incompiuto: alcuni libri (I, II, V) denotano una maggiore rifinitura e una elaborazione stilistica più accurata, mentre agli altri l’autore sembra non aver potuto dare la summa manus. Segni di tale incompiutezza sono variamente disseminati qua e là nel poema: in V, 155 viene per esempio annunciata un’ampia trattazione delle sedi beate degli dèi, che in realtà non compare in nessuno dei sei libri. Tuttavia non si esclude che lacune, trasposizioni e ripetizioni di versi possano in parte essere spiegate mediante il ricorso alla tecnica formulare propria del genere epico-didascalico, in parte dovute invece a incidenti della tradizione manoscritta.
Non è possibile determinare le date e i tempi di composizione del poema, anche se si è voluto vedere in un passaggio del proemio un riferimento al primo triumvirato, dunque al 60 a.C.: è comunque supposizione labile, in quanto tutti gli ultimi anni della repubblica furono funestati da lotte e tensioni interne e da eventi torbidi e sanguinosi.
Il poema didascalico prevedeva fin dalle origini un destinatario. Esiodo, il fondatore del genere, si rivolgeva al fratello Perse; Empedocle, nel suo poema sulla natura, al medico agrigentino Pausania. Anche Lucrezio indirizza il discorso, fin dal proemio generale dell’opera, a un lettore privilegiato, l’illustre Gaio Memmio, tribuno nel 66, pretore nel 58, propretore in Bitinia nel 57, protettore di poeti e di letterati, poeta anch’egli di versi erotici.
La struttura dell’opera è chiara e articolata: la materia è ripartita in sei libri, raggruppati in tre diadi o sezioni di due libri ciascuna, dedicate rispettivamente alla trattazione della fisica (libri I-II), dell’antropologia (III-IV) e della cosmologia (V-VI), ogni libro è datato di proemio: in quattro casi (libri I, III, V, VI) si tratta di un elogio di Epicuro, il maestro che ha svelato agli uomini verità e saggezza; il proemio al libro II contiene l’elogio alla sapientia; quello al libro IV l’orgogliosa proclamazione della novità della propria opera. Proemio generale a tutto il poema è il cosiddetto “Inno a Venere”.
Lucrezio trascura volutamente i poemetti didascalici ellenistici (a causa del loro disimpegno, della loro ostentata leggerezza) e si rifa direttamente al modello empedocleo. Empedocle non si proponeva di intrattenere gradevolmente i suoi lettori, ma di indicare loro una strada. Lucrezio ne critica i princìpi, la concezione filosofica; ma esalta il suo ruolo di poeta ispirato, la sua volontà di iniziare il lettore alle grandi verità dell’universo. Nessuno, tranne ovviamente Epicuro, viene celebrato con tanto appassionato fervore: Epicuro è colui che ha rivelato i princìpi su cui si regge la vita dell’universo; Empedocle colui che ha individuato la forma più adeguata per comunicarli.
Lucrezio intende dunque assumere il ruolo del poeta vates, colui che annuncia solennemente le grandi verità del mondo alla comunità di cui fa parte. Gli antichi vati avevano parlato ispirati da misteriose forze soprannaturali: diversamente da loro, Lucrezio parlerà a nome di Epicuro, utilizzando lo strumento della ragione e il metodo dell’indagine scientifica.
Lucrezio compone un poema che segue fedelmente, sul piano dottrinale, il sistema filosofico delineato, più di due secoli prima, dal maestro. Nei quattro elogi premessi ai libri I, III, V, VI, Epicuro appare come rerum inventor (“colui che ha scoperto il vero”), un padre che prodiga ai figli inesperti i suoi “paterni precetti”, il salvatore dell’umanità, un eroe benefattore che ha sottratto l’uomo alle tenebre della paura e della superstizione, addirittura un dio, compiuto modello di saggezza, che ha insegnato ciò che è bene, tracciando agli uomini la via della felicità.
Nel primo elogio, Epicuro assume i panni dell’eroe epico che affronta in duello la religio, vincendola e sottomettendola: da quel momento l’umanità è stata liberata dal mostro che l’aveva soggiogata per secoli. Strumenti della vittoria è la ratio, che ha purificato l’uomo dagli orrori della mente, e in particolare dalle false notizie sulle pene dell’oltretomba. Ratio significa chiara e lucida indagine del mondo naturale, consapevolezza della nostra sorte, rifiuto di ogni interpretazione mitica della realtà. Religio significa superstizione, tutto quell’insieme di culti, di timori e di interdizioni, quella zona oscura di credenze terrificanti che Roma aveva attinto dal mondo etrusco e orientale, e contro le quali Lucrezio si scaglia con furore e con sarcasmo.
Tocchiamo già qui la coincidenza e insieme l’indifferenza fra il pensiero di Epicuro e il poema di Lucrezio. Epicuro si limita sempre a enunciare serenamente la sua dottrina liberatoria, che prescrive di attenersi a ciò che cade sotto il dominio dei sensi, escludendo ogni spiegazione di carattere mitico-religioso. Lucrezio ingaggia una battaglia appassionata contro ogni genere di superstizione, in toni accesi e polemici, creando impressionanti quadri di desolazione e di orrore.
I procedimenti impiegati da Lucrezio per dimostrare l’infondatezza della religione e delle favole mitologiche sono due: indicare le conseguenze scellerate della superstizione religiosa; utilizzare razionalisticamente i miti della tradizione per illustrare alcuni aspetti del comportamento umano. Un esempio del primo procedimento è quello relativo al mito di Ifigenia, sacrificata dal padre Agamennone per consentire alla flotta greca di salpare per Troia. Quanto al secondo, ne troviamo un esempio nel noto passo sui miti infernali. Qui Lucrezio vuole dimostrare che Tantalo, Tizio, Sisifo e le Danaidi, figure mitologiche condannate a orrende pene “nel profondo Acheronte”, non sono altro che proiezioni dei nostri mali terreni: Tantalo rappresenta la paura degli dèi; Tizio le passioni d’amore; Sisifo l’ambizione di potere, le Danaidi l’insaziabile avidità dell’uomo. Al termine della dimostrazione, Lucrezio può così concludere che hic Acherusia fit stultorum denique vita (“Qui sualla terra s’avvera per gli stolti la vita dell’inferno”).
La visione del mondo epicurea si fondava su un’interpretazione naturalistica della vicenda cosmica: tutto è materia, gli dèi intervengono nelle cose degli uomini, l’anima non è immortale, i mondi sono infiniti e perituri. La concezione di Epicuro aveva abolito d’un colpo tutte le soluzioni (e le illusioni) che le filosofie antiche avevano prospettato agli uomini (creazionismo, finalismo, antropocentrismo). Il mondo nel quale viviamo è comunque destinato a finire, come ogni altra cosa. Le cause sono di ordine puramente fisico: i corpi cosmici perdono gradualmente la propria consistenza atomica, indebolendosi e assottigliandosi, fino a essere spazzati via dall’urto di un corpo più potente. La terra, uno dei tanti mondi ruotanti nel cosmo, si trova ormai a vivere una fase di declino per vecchiaia, diventando sempre meno abitabile, nell’imminenza della dissoluzione finale. Anche nell’esporre la dottrina cosmologica Lucrezio resta fedele al pensiero epicureo, ma amplifica con la sua potenza visionaria i quadri catastrofici, rendendoli allucinanti e terribili.
Come si situa l’uomo entro questo cosmo casuale e atomisticamente instabile, privo di fini superiori, che Epicuro aveva tracciato?
Discostandosi dalle tradizionali interpretazioni poetiche della mitica età dell’oro, Lucrezio nega che gli uomini primitivi vivessero in un’oasi di vita felice, confrontati dai doni spontanei della natura. Al contrario, dovettero duramente lottare per sopravvivere, vivendo in selve e caverne, combattendo con le belve feroci e le malattie. Certo, erano più forti (sempre in omaggio al principio fisico secondo il quale nella giovinezza del mondo i corpi erano atomisticamente più consistenti) e non conoscevano i terrori artificiali prodotti in seguito dalla superstizione religiosa. Ma la loro vita si svolgeva nella sofferenza e nella fatica: miseri li chiama per ben due volte il poeta, chino a rispecchiare in essi la miseria degli uomini di ogni tempo.
Il mondo nel quale viviamo non è stato fatto per noi, come puntigliosamente viene dimostrato in uno dei passi più potenti del poema: asprezze climatiche, sterilità della terra, improvvise calamità naturali, belve insidiose, morte e malattie assediano la vita umana fin dal primo giorno di vita, consegnandola a una prevedibile infelicità. Esiste una “colpa” all’origine di questo stato di cose? Lucrezio usa questo termine riferendolo sia alla natura che all’uomo stesso. La culpa naturae non va tuttavia intesa in senso morale: essa è semplicemente un “difetto”, un’“imperfezione”, che nondimeno comporta tragiche conseguenze per l’uomo, costretto a “consumare la vita in inutili affanni”. L’uomo aggiunge tuttavia colpa a colpa, perché non sa porre un limite al desiderio di possesso e di piacere: così tedio e inquietudine lo tormentano, sogni e allucinazioni lo ingannano, cupi desideri lo assediano, il pensiero della morte lo devasta.
Al Libro IV appartengono le riflessioni sulla natura del progresso umano, che Lucrezio non condanna, ma a cui guarda da una doppia prospettiva: quella laica e razionalistica, che apprezza lo sforzo compiuto dall’uomo per uscire dallo stato di ferinità originaria; quella etica, che non ravvisa alcun miglioramento nell’evoluzione dei costumi, denunciando anzi in essa un germe di degenerazione morale. Questo secondo punto di vista finisce in realtà per prevalere sul primo (che era poi quello epicureo).
In V, 999-1010, Lucrezio enumera con amara ironia i presunti vantaggi del progresso: guerre fra i popoli, insidie celate nelle invenzioni apparentemente più utili, eccesso di cibo, violenze e assassinii scientemente perpetrati sotto la spinta dell’avidità e in assenza di scrupoli. Lucrezio prova in fondo nostalgia verso lo stato primitivo: Epicuro aveva condannato le téchnai (“arti”) che miravano esclusivamente al lusso, elogiando invece gli sforzi dell’uomo che, affidandosi al proprio ingegno, si era sottratto al giogo della necessità. Lucrezio vede nella civiltà più svantaggi che svantaggi: allontanandolo dalla natura, il progresso fa smarrire all’uomo il senso della misura e dei suoi reali bisogni.
Epicuro aveva consegnato agli uomini un farmaco contro l’infelicità, dimostrando con indubbia efficacia che la morte, le malattie e gli dèi (di cui non veniva affatto negata l’esistenza) non possono in alcun modo toccarci. Il Giardino era una risposta ai turbamenti sociali: lontano dai convulsi centri urbani, dove si svolgeva la vita politica, mondana e commerciale, alcuni uomini decidevano di rivolgere tutte le proprie cure a se stessi, mirando a condurre una vita semplice ed equilibrata. L’amicizia (philia in greco) nel Giardino epicureo era fondata sulla condivisione degli interessi filosofici e degli ideali di vita: una comunità ristretta ai margini del mondo associato, che cerca la saggezza e la felicità.
Lucrezio trasforma questo concetto in un’immagine emozionante, posta all’inizio del II libro: il saggio epicureo è come un naufrago scampato alla tempesta della vita, che ora può contemplare da terra, con imperturbato distacco, gli altri uomini che ancora si dibattono sulle distese del vasto mare, battute dai venti. Nello stesso brano il poeta elabora un’altra immagine, di natura idilliaca e altrettanto suadente, della vita del Giardino: i saggi vivono in uno stato di pacata intimità, “adagiati sul molle erba/lungo il corso di un ruscello sotto i rami di un albero”. Tuttavia in questo luogo (che è innanzitutto un luogo dello spirito) è suove e dulce, perché saldamente fondato su una dottrina fatta di certezze rassicuranti.
Questo ideale di sapienza, che comporta un perfetto equilibrio biopsichico, sembra tuttavia continuamente insidiato in altri passi del poema: ai cieli sereni del proemio del II libro si contrappone così la fosca rappresentazione di un mondo che sembra giunto ai confini dell’esaurimento e della catastrofe; alla luminosa celebrazione della natura cantata nel proemio generale si contrappone la raccapricciante descrizione conclusiva della peste di Atene.
Il problema del cosiddetto pessimismo lucreziano è una questione critica fra le più avvincenti forse perché insolubile, se per soluzione si intende una conclusione chiara e definitiva. E’ un fatto che numerosi passi del poema di Lucrezio evocano visioni cupe e rovinose; ma sarebbe altrettanto facile osservare come a tali rappresentazioni si oppongono quadri di radiosa, rasserenante armonia. La stessa struttura del poema sembra rivendicare una precisa ricerca, in termini tematici e psicologici, di isonomia, cioè di bilanciamento fra diversi e contrapposti elementi: il principio isonomico vale per il testo come per l’universo stesso. Se la materia cosmica è costituita di atomi che si aggregano e si disgregano incessantemente, ciò che nasce deve necessariamente essere il frutto di ciò che muore: luce e tenebra, dolore e gioia sono destinati continuamente a bilanciarsi.
D’altra parte, se oggi pare eccessivo riproporre la tesi ottocentesca di un Antilucrezio (pessimista e angosciato da una fosca, febbrile inquietudine) che si oppone al corso nel poema a Lucrezio, contraddicendone i propositi di salvezza e di saggezza epicurea, è anche vero che sarebbe altrettanto unilaterale proporre un’immagine liberatorie e ottimistica del De rerum natura: Lucrezio non è Epicuro, ed è appunto in questo scarto profondo che risiede la bellezza e il fascino del poema.

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