Lucrezio, De Rerum Natura

La peste

In questo passo Lucrezio si allontana dal suo obiettivo: condurre l’uomo all’atarassia affrancandolo dai timori della superstizione religiosa e della morte.
Lucrezio, ispirandosi all’episodio descritto da Tucidide nel libro Il della Guerra del Peloponneso, narra la peste di Atene del 430 a.C. che scoppia durante l’ultima fase della guerra del Peloponneso ed offre uno spettacolo desolante, dove l’umanità perde ogni valore, annientata dalla malattia.
La tragicità prende il sopravvento in scene macabre; il poeta attraverso una descrizione particolareggiata dei sintomi fisici e degli effetti nefasti a livello morale, vede nell’epidemia un totale crollo dell'umanità.
Nel passo c'è una drammatica atmosfera di disperazione, tanto per il forte ed amaro realismo quanto per il lessico eccezionale, i violenti iperbati e le allitterazioni che contrastano con il solito parlato quotidiano.

Perché mai un finale così drammatico e pessimistico in un poema concepito come strumento educativo per affrancare l’uomo dalle passioni, dalle paure, dalla sofferenza e che mira alla conquista dell’atarassia, cioè l’imperturbabilità dell’animo?
a) Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il poema sia rimasto incompiuto, mancante di una sezione finale in grado di riequilibrare i messaggi presenti nell’opera.
b) Forse la scena conclusiva del poema offre un modello negativo che riflette parallelamente l'immagine positiva iniziale tratteggiata nel celebre Inno a Venere, dominata dalla luce delle immagini e dal senso preponderante di vita.
Quindi esso diventa una metafora negativa di che cosa sarebbe una società umana senza gli insegnamenti di Epicuro: il trionfo della sofferenza, della disperazione e della morte, in cui l’uomo appare ricattato dalla cupido vitae e dal timor mortis.

In Manzoni la peste resta un evento incomprensibile che elimina colpevoli e innocenti e che in una prospettiva cristiana serve solo a mettere alla prova la fede in Dio.

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