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De Rerum Natura: Conlcusione

Il poema di Lucrezo "De Rerum Natura" è composto da sei libri, e nella parte terminale del sesto si ritrova la celebre narrazione della "peste di Atene". I versi che vanno dal 906 al 1286 concludono definitivamente il VI libro e conseguentemente il De Rerum Natura. In questi ultimi trecento versi si notano molti aspetti che distinguono Lucrezio da tutti gli altri letterati di quel tempo o precedenti. Stiamo parlando della sua evidente inclinazione all’esagerazione dei tratti ripresi dal passato, da Pacuvio ad esempio ma si può anche ritrovare in Lucrezio l’inclinazione alla filosofia di Democrito (metà del V sec. AC). Gli sforzi di portare esempi particolarmente tecnici, con la sottolineatura in questo caso degli atomi e dei loro movimenti, sono caratteri preponderanti del suo tipico didascalismo letterale che però non ritaglia troppo spazio così da far passare in secondo piano il campo pedagogico e morale. Quest’ultimo aspetto è riscontrabile nei versi finali quelli della peste di Atene. “Ora spiegherò quale sia la causa delle malattie e donde la forza maligna possa sorgere d'un tratto e arrecare esiziale strage alla stirpe degli uomini e alle torme degli animali": L’epidemia del 430 AC, già narrata dallo storico greco Tucidide è descritta in maniera particolareggiata. Soprattutto gli effetti e le conseguenze della peste sono testimonianza palese del tipico pessimismo dell’autore latino. La tragicità prende il sopravvento in scene macabre come queste in cui perfino il rapporto genitore-figlio viene duramente troncato dall’arrivo della morte: “Su esanimi fanciulli corpi inanimati di genitori avresti potuto talora vedere, o viceversa, figli esalare la vita su madri e padri”. Proprio la mors e il suo incontrollabile agire rappresenta per Lucrezio un ennesimo spunto per criticare la religio, quel senso cioè di sottomissione timorosa agli dei (timor deorum) che prevedeva cura scrupolosa nei riti e nei sacrifici. Diversi critici hanno sottolineato come la drammaticità di queste descrizioni, dominate dal caos e dalla morte, appaia in contraddizione con i fondamenti dell’epicureismo, che mira a liberare l’uomo dal timore dell’amore e alla conquista dell’atarassia, cioè l’imperturbabilità dell’animo (“La gola, nell'interno nera, sudava sangue, e occluso dalle ulcere il passaggio della voce si serrava, e l'interprete dell'animo, la lingua, stillava gocce di sangue, infiacchita dal male, pesante al movimento, scabra al tatto[…]”, “E benché sulla terra giacessero insepolti mucchi di corpi su corpi, tuttavia gli uccelli e le fiere o fuggivano balzando lontano, per evitare l'acre puzzo”, “[…]molto sangue corrotto, spesso con dolore di testa, colava dalle narici intasate”). In realtà la scena conclusiva del poema offre un modello negativo che riflette parallelamente il positivo affresco iniziale tratteggiato nel celebre Inno a Venere, dominato dalla luce delle immagini e dal senso preponderante di vita, aspetti che Epicuro conosce e che il sapiente ha il compito di costruire attorno a sè. Dal punto di vista stilistico il brano è intessuto di violenti iperbati e allitterazioni che contrastano con il solito parlato quotidiano.

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