Ominide 50 punti

LUCREZIO

Profilo dell’autore: i pochi dati sulla sua vita ci arrivano dalla Cronaca dello scrittore S. Girolamo (V sec. a.C.) secondo il quale nel 96 o 94 a.C. nasce Lucrezio che si suicidò, indotto alla pazzia da un filtro d’amore, nel 52/50. Secondo altre testimonianze Lucrezio nacque nel 98 e morì nel 55, incerto il suo luogo di nascita anche se si formò probabilmente a Roma. Poco credito riscuotono le teorie della follia e del suicidio giudicate leggende cristiane per screditare il materialismo di Lucrezio. La data di composizione della sua unica opera, il poema epico didascalico De rerum Natura, è sconosciuta. Secondo S. Girolamo fu Cicerone, che seppur nemico dichiarato dell’epicureismo elogiò il poema e la tecnica di Lucrezio, a pubblicarlo postumo. Il poema comprende 6 libri (7420 esametri), riuniti a coppie: i primi due riguardano i principi fondamentali della dottrina atomistica epicurea, la coppia centrale si riferisce all’antropologia e gli ultimi due riguardano la cosmologia e i fenomeni naturali.

1. Si apre con l’invocazione a Venere e la dedica a Gaio Memmio e, dopo l’enunciazione dell’argomento e l’elogio di Epicuro, il poeta previene l’accusa di empietà della dottrina epicurea dimostrando anzi, tramite l’episodio di Ifigenia, che è la superstizione causa di delitti. Dopo aver confessato le difficoltà nel trattare in latino la dottrina di Epicureo, Lucrezio ne illustra la fisica: prima il principio che nulla si crea dal nulla e nulla ritorna nel nulla, poi la teoria degli atomi, principi primi e indistruttibili dal cui incontro nascono le cose.

2. Introdotto dal brano contenente l’esaltazione della felicità del saggio, il II libro illustra il movimento degli atomi che cadono, per il loro peso, a pioggia nel vuoto secondo traiettorie rettilinee. Essi possono essere però deviate per l’urto con altri atomi, rimbalzando in direzioni opposte: la deviazione dalla verticale della loro caduta è detta clinamen, fatto assolutamente causale e spontaneo, per il cui effetto si formano gli aggregati corporei. Segue poi il discorso sull’infinità delle forme degli atomi e sulla varietà delle loro combinazioni in una quantità infinita di mondi, tutti soggetti a continua aggregazione e disgregazione.

3. Dopo un inno a Epicureo, seguito da un fosco quadro della misera condizione degli uomini data dalla paura della morte viene trattata la natura e la composizione dell’anima che si distingue in animus, che ha sede nel petto ed è il principio intellettivo e anima, principio vitale diffuso in tutto il corpo. Buona parte del libro è occupata dalle prove addotte in favore della natura corporea e mortale dell’anima.

4. Lucrezio espone la teoria della conoscenza fondata sui sensi e prodotta dai simulacra rerum, tenui e invisibili immagini delle cose, che si formano per emanazione dai corpi riproducendone la forma e le qualità sensibili. Giungi a contatto con i nostri occhi essi producono la sensazione che è sempre vera in quanto percezione meccanica: l’errore dipende dall’intervento della mente. Così si spiegano i sogni, le visioni e l’amore: il libro si chiude con la famosa descrizione dei tragici effetti dell’amore.

5. Lucrezio nega l’esistenza di un piano provvidenziale che regge l’universo e in particolare la centralità dell’uomo sulla Terra: essa è inospitale e resa abitabile solo con le fatiche dell’agricoltura; inoltre non è eterna e si è formata casualmente quando atomi di forma simile si sono accorpati dando origine ai 4 elementi.

6. Sostiene che tutti i fenomeni naturali hanno origine fisica e tratta i fenomeni atmosferici con il metodo della spiegazione molteplice, in base alla quale aspira solo a fornire una spiegazione evidente senza pretendere di raggiungere una dimostrazione scientifica. Tratta i fenomeni terrestri, tra cui le epidemie che hanno origine quando i germi costituiti da atomi infetti si combinano contaminando le regioni, come per la peste d’Atene.
Anche se potrebbe sembrare che manchi una sezione specifica per l’etica, tema fondamentale nella dottrina epicurea, in realtà è l’uomo il vero protagonista, tutto il contenuto del testo è infatti in funzione dell’etica: la dottrina del clinamen legittima la libertà di volontà, la riflessione sulla morte mira a liberare la paura di essa, la dottrina della conoscenza si conclude con gli effetti deleteri dell’amore e la peste è colta soprattutto come malattia sul comportamento sociale degli uomini. Indicatore della morale che domina il testo sono anche i proemi e finali dei singoli libri.

Epicureismo di Lucrezio: la concezione sostenuta e divulgata da Lucrezio è quella di Epicuro (341-270 a.C.). Sulla base di essa sta l’atomismo cioè la concezione elaborata per la prima volta dal filosofo greco Democrito (V-IV sec a.C.) secondo la quale ogni realtà esistente si spiega in base agli atomi e al loro movimento nel vuoto: dall’aggregazione degli atomi, particelle solide e indivisibili, hanno origine i corpi nella loro infinita varietà; anche l’anima è materiale in quando composta da atomi che, seppur più sottili e invisibili, sono soggetti a leggi fisiche. Epicuro portò alcune correzioni al sistema di Democrito introducendo la teoria del clinamen (in quanto la precedente concezione di caduta libera degli atomi portava al concetto di necessità) secondo la quale la deviazione casuale degli atomi che avviene durante al loro caduta nel vuoto, provocata da uno scontro tra di essi, porta all’aggregazione dei corpi. Applicato alla mente questo porta alla spiegazione della libertà di decisione. Gli epicurei non coltivano ambizioni scientifiche ma il loro obbiettivo è di fornire un supporto fisico alla spiegazione razionale della natura, che potesse liberare l’uomo dalle paure e dalle superstizioni e garantirgli così la felicità. Il legame tra fisica e morale e tra fisica e logica (teoria della conoscenza) è molto stretto: dei corpi emanano immagini (simulacra rerum) costituite da atomi le quali colpiscono i sensi degli uomini provocando la percezione. Dalla connessione tra le immagini così acquisite nasce il pensiero: il carattere rigorosamente meccanico della percezione implica che questa sia infallibile mentre il pensiero può sbagliare nel prefigurare nuove sensazioni sulla base di quelle già realizzate. Come in tutte le filosofie ellenistiche l’obbiettivo dell’epicureismo rimane l’etica alla quale sono finalizzate sia la fisica che la logica: l’adesione al materialismo atomistico comporta infatti una serie di implicazioni etiche: libera dalla paura della morte (che è semplicemente disgregazione di atomi) e dal timore degli dei ritenuti indifferenti alle vicende umane, non necessari a garantire la struttura del cosmo. Inoltre essendo materiale l’essenza dell’uomo è materiale anche il suo fine, ovvero la felicità che è data dal piacere stabile, ovvero dall’assenza di dolore e di turbamento (Ataraxia). La saggezza è intesa come misura e disciplina dei desideri, capace di allontanare da quei piaceri che possono essere dannosi.

Fonti e modelli: Lucrezio fece ricorso a molteplici fonti. In ambito greco per primo va citato Epicuro, con le cui idee mantenne una sostanziale ortodossia; ma anche i filosofi naturalisti tra i quali Empedocle. Inoltre fece riferimento a numerose scuole filosofiche ellenistiche: dalla stoica (polemizza con il provvidenzialismo), alla cinica (da cui prese temi della diatriba, predicazione popolare che identificava la felicità con il soddisfacimento dei bisogni elementari; da essa ricava il dialogo fittizio e le tonalità aggressive). Nella letteratura latina è influenzato da Ennio (metrica e linguaggio arcaico, ricerca di artifici, immagini a effetti e elaborata struttura e grandiosità) e più profondamente da Catullo e dai neoterici con i quali condivide la preferenza per la tecnica narrativo descrittiva, la poetica fondata sul lepos (grazia sottile e ricercata) e la concezione della poesia come frutto di intesa cura formale.

Poetica: il progetto trovò forma nel poema didascalico che aveva origine già nella letteratura greca con Esiodo e Parmenide, affermandosi poi in età ellenistica non più come poesia d’insegnamento ma come arte dotta e presente anche nella poesia latina con Ennio, consacrata poi da Lucrezio e successivamente Virgilio e Orazio. Egli non intendeva né esporre una dottrina personale né un’erudita ma divulgare la filosofia epicurea, scorgendo introno a sé un’umanità dolente, vittima di paure che generavano una folle corsa alla ricchezza e al potere. Per dissolvere questa ignoranza compone infatti i lucida carmina (lucidi versi 933-934). Egli cerò quindi di addolcire una morale non facile mediante l’attrattiva dello strumento poetico. Si rivolse a un pubblico scelto di intenditori (anche per le difficoltà stilistiche) di poesia perché, attratti dal de rerum natura, desumessero i concetti epicurei, così da essere stimolati da un più vivo interesse per la dottrina stessa. L’entusiasmo nel proporsi come maestro di un messaggio di verità giustifica lo stile elevato e ispirato conferendo al genere alta dignità: egli introdusse nella cultura latina l’idea che attraverso il poema didascalico fosse possibile congiungere poesia e verità.

Lingua e stile: la volontà di perseguire i lepos, grazie dello stile, non esclude l’uso di un patrimonio linguistico vario e composito: prima di tutto si riconosce il gusto per l’arcaismo che accompagna un’espressione poetica di livello costantemente elevato. Compaiono accanto alle forme latine varianti morfologiche arcaiche. Sul piano lessicale nel gusto arcaico compaiono numerosi termini di origine enniana e frequenti perifrasi. L’impulso alla creazione poetica ha fatto si che Lucrezio, pur trattando una filosofia greca, non usasse grecismi, sostituendoli con neologismi, formazioni originali. È l’esempio della parola atomo: essa non compare mai in Lucrezio, come invece compare in Cicerone che, prendendola dal greco, la esprime con atomus. Si ipotizza che la parola atomo in greco indicasse uno stato fisico, la struttura dell’atomo isolato, ciò che a Lucrezio non interessa, mentre a lui interessa l’atomo impegnato nella genesi delle cose, usando così al posto di atomo diverse parole o espressioni: principio, exordia, elementa, genitalia corpora, figurae, corpora. Lucrezio quindi, a differenza di Epicuro che percepisce l’atomo come concetto astratto, coglie l’atomo solo tramite i sensi, ponendosi contro l’astrazione e rendendosi autonomo al pensiero e al lessico di Epicuro. Egli inoltre si adegua allo stile elevato dell’epica ricorrendo anche a numerosi espedienti retorici come le figure retoriche di pensiero e parola. I più frequenti sono l’allitterazione, l’anafora, la dislocazione delle parti all’interno del verso (kola: membri paralleli che si ripetono disposti spesso a chiasmo), l’epifonema (sentenza finale posta alla fine di un ragionamento) e la ripetizione di passaggi significativi. Inoltre riconduce spesso le parole al loro significato etimologico.

De rerum natura:
Immagini e leggi della natura: la natura, tema di fondo del poema, è resa in modi diversi: come principio vitale (metafora mitologica con Venere), come legge (che si esercita nel clinamen) come configurazione dei corpi (che prendono forma grazie alla diverse forme degli atomi). Queste modalità rispecchiano il diverso tenore stilistico della poesia lucreziana che passa da parti di intenso fervore poetico (inno a Venere) a parti didattiche di tono argomentativo, a parti didascaliche condotte con tono lirico (giovenca). Una cosa è però comune a tutti i passi: la forte partecipazione del poeta ai contenuti della sua filosofia: anche nei passi di “arida dottrina” egli non è mai vittima del didatticismo ma ha sempre di mira l’obbiettivo a cui tendono le sue dimostrazioni. Quando il discorso si fa più tecnico, come nella dimostrazione del clinamen, ricorre spesso all’immagine per tradurre visivamente i contenuti del suo pensiero, non dimenticando l’obbiettivo morale (nel caso del clinamen la difesa della libertà dell’agire umano).

• Inno a Venere: inno dell’intero poema; si possono fare diverse ipotesi del fatto che Lucrezio, indifferente all’esistenza degli dei, abbia iniziato il suo poema proprio con l’invocazione a una dea; oltre al topos delle invocazioni premiali dei poemi epici, egli può avere visto in Venere un simbolo del principio vitale della natura o del piacere epicureo stesso. Nel testo molti termini rimandano al lessico della nascita. Dopo l’invocazione egli presenta l’aretalogia (rassegna virtù della dea) e l’dossologia (elenco lodi) segnate entrambe da anafore (tipiche degli inni religiosi), perifrasi e allitterazioni. Il lessico è ricco di neologismi e forme arcaizzanti. Queste scelte coerenti al lepos si ricollegano alle esperienze
neoteriche: la cura stilistica funge da supporto all’efficacia dottrinale del poema.

• Venere e il suo divino amante: passando dall’inno alla preghiera il poeta chiede alla dea da una parte di concedere eterna grazia (lepos) al suo canto, dall’altra di fare in modo che tacciano le guerre in modo che, dopo che Venere avrà ottenuto la pace dall’amante Marte, Lucrezio possa dedicarsi alla poesia e il destinatario Memmio potrà godere della lezione di sapienza offertagli dal poeta.

• La forma degli atomi, il dolore della giovenca: qui Lucrezio afferma prima che gli atomi, oltre a differire nel peso, differiscono per forma e dimensione, prendendo come esempio le varie specie di animali: se così non fosse la madre non riuscirebbe a distinguere suo figlio da tutti gli altri animali della stessa specie, ma ciò non succede, come dimostra l’episodio della giovenca a cui è stato ucciso il vitello per un sacrificio agli dei. Il passo è esempio della tecnica compositiva di Lucrezio che alterna a momenti espositivi della dottrina con finalità didattiche, squarci di evasione lirica. È presente anche una vena polemica contro gli inutili sacrifici di innocue creature in nome di una forma distorta di religione.

La lotta contro la superstizione
: l’etica epicurea è condensata nel quadrifarmaco (tetrafarmaco) cioè i quattro rimedi atti a procurare all’uomo l’ataraxia, l’assenza di turbamento e desideri, e l’assenza di dolore (aponia) quindi il piacere stabile (catastematico che si contrappone a quelli dissoluti detti cinetici), la felicità: essa è subordinata al superamento di quattro paure; quella degli dei, della morte, del dolore e del non riuscire a procurarsi il necessario. L’uomo si può liberare da esse mediante lo studio della natura che consente la conoscenza dei fenomeni, distogliendo dalle fantasie dettate dall’ignoranza, poiché quando non si conosce un fenomeno si tende ad attribuirlo a forze oscure. L’efficacia della fede epicurea dipendeva quindi dall’eliminazione del substrato superstizioso. Nell’epoca di Lucrezio probabilmente i ceti colti erano largamente scettici in materia religiosa mentre i ceti popolari doveva essere ancora permeati da una religiosità esteriore, fatta di un rituale orami vuoto, funzionale soprattutto a ragioni di stato. Con il termine religio Lucrezio si riferiva più che a pratiche di culto, a zone oscure della coscienza. Questo termine può derivare o da relegare (passare in rassegna, composto di ligo, sottintende l’attenzione agli atti con i quali si entra in contatto col divino, ma anche l’idea di timore) o da relisare (da legare, che sottintende un’idea di obbligo, che, con una concezione meccanica di gesti e rituali, vincolano la divinità all’uomo; quest’idea prevale in Lucrezio).

• Epicuro soccorritore degli uomini: in questi versi tesse l’elogio del padre fondatore della scuola, Epicuro, il cui nome significa soccorritore. Egli infatti osò per primo passare i limiti imposti all’uomo dalla superstizione, per cercare la verità e liberare così gli uomini dalla paura degli dei. Si nota molto l’ammirazione per il maestro. Questo elogio è il proemio del I libro e afferma la connessione tra l’ignoranza delle leggi di natura da una parte e la paura degli dei e della morte dall’altra. Lucrezio quindi svelerà le leggi fisiche a cui è soggetta ogni cosa, dei compresi.

• Ifigenia, vittima della superstizione: per prevenire la critica che l’epicureismo sia una dottrina empia, egli dimostra che empia non è la lotta alla superstizione ma la religione tradizionale stessa che avvallò crudeli delitti come quello di Ifigenia, sacrificata a Diana dal padre, re degli Achei Agamennone, allo scopo di permettere alla flotta una fausta navigazione verso Troia. Benché integrato nella struttura del canto il racconto si dilata fino ad assumere un ruolo a sé stante. Egli ripropone il mito (già usato da Euripide in Ifigenia in Taurine / Aulide) in chiave fortemente drammatica, attento soprattutto ai risvolti psicologici della vicenda. Nel suo racconto per scene successive, viste con gli occhi della ragazza che crede di andare a nozze, domina la compassione per la vittima ma soprattutto l’orrore per il misfatto che colpisce la famiglia spezzando i legami di sangue, sovvertendo i principi della comunità. Agamennone non è solo però accecato dalla superstizione ma è anche vittima di un malinteso senso del dovere che in nome di ragioni di stato gli impedisce di prestare ascolto alle ragioni individuali e di salvare la figlia: anche questo aspetto è duramente criticato da Lucrezio.

La conquista della felicità: l’obbiettivo della morale Epicurea è come già detto la ricerca della felicità assicurata dal tetrafarmaco/quadrifarmaco e da una rigorosa disciplina dei desideri che insegna a godere solo dei desideri naturali e necessari in vista di una completa autosufficienza (autrkeia) e addita la gioia a una vita ritirata (lathe biosas, vivi nascosto) nella serenità della saggezza, lontano dalle ambizioni meschine degli uomini. Nell’identificare la felicità con il piacere Epicureo era cosciente di essere frainteso (come emerge dalla lettera a Meneceo): la caratterizzazione di Epicuro come porco fu raccolta da Cicerone e Orazio e è viva tutt’ora. Gli epicurei non vivevano immersi nei piaceri ma al contrario conducevano vita ritirata, quasi ascetica lontana dalla vita pubblica.

• Il saggio epicureo: questo testo è il proemio del secondo libro e come in ogni proemio vi è un elogio a Epicuro. Il saggio epicureo gusta la sua felicità alla quale bastano poche cose: l’assenza del doloro fisico e la tranquillità dello spirito. In questo testo si può ravvisare una sorta di egoistico compiacimento nel sentirsi libero dalle passioni che travagliano l’umanità ma anche un pessimismo profondo, di fronte alle miserie della società e dell’umanità. Vi è anche la consapevolezza del saggio di raggiungere la meta: più che autocompiacimento però è presente dolorosa compassione per l’ignoranza umana. La carica eversiva del testo nei confronti di una mentalità romana basata sull’ambizione personale e sul controllo sociale emerge nella critica dei valori e in particolare del militarismo. Il testo si apre con una metafora della navigazione in cui il mare è simbolo della vita e il naufrago è colui che si lascia sommergere di falsi valori: saggio è invece chi osserva dalla riva, senza compiacimento, il travaglio altrui, avendo raggiunto uno stato di beatitudine grazie al distacco dai beni superflui. Descrive poi i modelli di vita negativi (possesso della ricchezza e potere politico), la vanità dei beni non naturali né necessari (come tesori, regni, nobiltà di nascita, potere militare che non giovano ne a dissipare superstizioni ne ad accelerare il decorso della febbre), un modello di vita serena tra beni naturali anche se non necessari (banchetto sull’erba tra amici). Il ritmo è marcato da molti enjambement, esclamazioni, interrogazioni che accentuano l’impatto emotivo favorito anche da immagini in contrasto tra loro; il lessico positivo connota la felicità del saggio ed è in contrasto con espressioni negative associate alle tenebre dell’errore in cui versano gli uomini.
Paura della morte: è uno dei principi che ostacola la felicità. Si tratta però di una paura istintiva e vana fondata sulla presunzione irrazionale che l’uomo possa sopravvivere alla fine del corpo e subire i castighi nell’Aldilà. In realtà anche l’anima è composta di atomi e si disgrega come il corpi. Nella lettera a Meneceo Epicuro insiste sul tema della morte insegnano che essa comporta assenza di sensazione, non essere e che quindi bisogna viverla serenamente secondo l’immagine oraziana del commensale che si allontana dal banchetto della vita sazio. Lucrezio sradica quindi la paura istintuale di morire affrontandola razionalmente.

Peste di Atene: viene descritta in una visuale sintomatica (origini e manifestazioni della patologia) e psicologica (suoi effetti nocivi sulla morale pubblica e nella coscienza). Usa come modello lo storico greco Tucidite sostituendo però alla sua prosa distaccata, una ricerca espressiva e dei toni patetici. La peste non è storicizzata ma quasi proiettata in tempi fantastici come a dire che davanti alle forze scatenanti della natura, l’uomo si trova sempre inerme con le stesso paure, a meno che la filosofia non lo sorregga. Alcuni vedono in questo passo un pessimistico trionfo della morte in contrapposizione all’inno di Venere ma non va dimenticato l’ottimismo epicureo: anche alla peste viene data una spiegazione razionale come ogni fenomeno naturale seppur sconvolgente. Probabilmente è anche dovuto alla paura naturale della morte che colpisce anche Lucrezio che comunque si sente fratello di tutti gli uomini e vuole partecipare al loro dolore.

Registrati via email