Ominide 50 punti

LUCREZIO

Lucrezio visse nella prima metà del I secolo e morì poco più che 40enne. Avvolti nell’oscurità restano la condizione sociale del poeta, come anche il suo ambiente di formazione e di attività. I frequenti appelli che il poeta rivolge all’aristocratico Gaio Memmio, suo primo destinatario, rivelano un tono di rispetto e quasi di soggezione e da ciò si è pensato di assegnare a Lucrezio lo status di CLIENS (= CLIENTE: Colui che in cambio di denaro e privilegi, assicurava appoggio, anche politico, al suo padrone) rispetto ad un potente protettore. Comunque sia tale ipotesi non può essere dimostrata. L’unico dato attendibile è quello dei rapporti con alcuni personaggi del tempo, come Cicerone, che avrebbe curato l’edizione postuma del poema. Da ciò è lecito supporre da parte del poeta la frequentazione delle cerchie colte e altolocate di Roma. Un’altra supposizione che ha avuto largo credito in passato è quella della presunta “origine campana” di Lucrezio a motivo della sua adesione all’epicureismo. In effetti molti circoli epicurei erano a quell’epoca fiorenti a Napoli e dintorni; si è anzi pensato di identificare con un manoscritto del “ De rerum natura” alcuni frammenti carbonizzati ritrovati a Ercolano ( 70 a.C. si ha l’eruzione del Vesuvio a Pompei ed Ercolano. Disastro descritto da Plinio il Giovane, nipote di Plinio il Vecchio morto durante l’eruzione.) e provenienti dalla biblioteca di un importante intellettuale epicureo del tempo.

La carenza di dati attendibili sulla vita di Lucrezio ha dato maggiore credito alla notizia fornita da San Gerolamo in merito alla follia che avrebbe colto il poeta dopo aver assunto un filtro amoroso; alla follia andrebbe imputato poi il suicidio. Oggi si tende a considerare queste affermazioni come un invenzione nata in un ambiente cristiano, e in particolare in un periodo (IV sec d.C), in cui la nuova religione aveva trovato la propria sistemazione filosofica, accentuando in questo modo il divario del pensiero epicureo. In ogni caso la notizia di San Gerolamo ha suggerito numerosi tentativi di rinvenire nel “De rerum natura” i segni del preteso squilibrio mentale dell’autore. Ma se è vero che nell’opera compaiono di frequente immagini possenti e allucinate, se in esso troviamo un certo compiacimento verso gli stati patologici del corpo e dell’anima, oltre all’insistenza sugli effetti del timore degli dèi e della morte e alla convinzione del mondo privo di vitalità, questi possono benissimo essere il risultato di uno sguardo capace di squarciare il velo della banalità quotidiana, e non un segno di follia. Un’altra testimonianza di natura negativa è quella di Cicerone, che se in una lettera al fratello, loda lo stile dei versi di Lucrezio, in tutte le sue opere in cui si scaglia contro l’epicureismo non nomina mai il poeta, mentre si sofferma in diverse occasioni a parlare dei divulgatori romani di Epicuro vissuti all’inizio del I sec. a.C.

L’epicureismo poneva come principio e fine della vita quello del piacere, inteso come assenza del dolore fisico e della sofferenza psicologica. Assumendo questo principio, l’epicureismo tesseva innanzitutto le lodi all’ OTIUM, della vita ritirata, lontana dal frastuono della politica che implicava angosce, preoccupazioni e sofferenza. Collegato a questo ideale vi era anche la condanna di passioni come il desiderio di successo, di gloria, di ricchezza, in cui l’epicureismo contrapponeva la ricerca del soddisfacimento delle sole necessità naturali, da realizzarsi all’interno di una comunità fondata sull’amicizia e la solidarietà. Da solo, questi valori, avrebbero minato i criteri stessi su cui si regolavano i rapporti all’interno di una società gerarchica come quella romana. Un altro grande scoglio era rappresentato dalla visione ateistica proposta dagli epicurei. Si trattava di una posizione sacrilega, se si pensa all’importanza assegnata dai romani del tempo alla religione. Vi erano poi altri elementi, di carattere più tecnico, ma forse dotati di una portata eversiva ancora maggiore. Uno di questi era l’idea che dopo la morte non vi fosse nulla; un altro era la visione di un universo infinito, popolato da una pluralità di mondi, i cui unici elementi costitutivi sono il vuoto e gli atomi. Simili teorie rischiavano di annullare la sicurezza di quanti, seguendo l’insegnamento cosmologico di Aristotele, si vedevano abitanti del centro di un universo chiuso e finito. Esse mettevano in discussione soprattutto la figura del LOGOS universale e provvidenziale che regge il mondo. Vi era infine la concezione epicurea dell’amore, che doveva risolversi nello scambio di un piacere fisiologico tra i partner, anche in vista della procreazione nel contesto della comunità epicurea. Venivano invece banditi i legami esclusivi e passionali, fonte di sofferenza. Valore fondante della società epicurea era l’amicizia, solidarietà e rispetto reciproco degli individui.

IL “ DE RERUM NATURA”

Il “De rerum natura” è composto da circa 7500 esametri ed è la trattazione della filosofia dell’epicureismo. Esso si articola in 6 libri, ognuno dei quali si presenta come un’unità compiuta. Il poema è preceduto da un proemio e concluso da un epilogo, che hanno la funzione di delimitare la trattazione e di sottolineare la stretta connessione tra le parti del poema; i 6 libri sono a loro volta articolati in 3 coppie in cui i libri dispari (I-III-V) forniscono le premesse per la spiegazione dei fenomeni analizzati nei libri pari successivi.
- Nei libri I e II, abbiamo una descrizione fisica del mondo. La materia e il vuoto s’inseriscono in un vasto spazio cosmico in cui si avvicendano i movimenti e le combinazioni degli atomi.
- Nei libri III e IV, la dottrina fisica viene estesa, con perfetto rigore logico, ai fenomeni del mondo umano. si parla della dissoluzione dell’anima, aggregato atomico come gli altri, e dei presupposti materiali della conoscenza, dei sentimenti e delle relazioni fisiologiche.
- I libri V e VI, hanno per oggetto la cosmologia. Il V libro dimostra la mortalità del mondo e descrive la storia dell’umanità dallo stato di natura fino alla civiltà contemporanea; il VI ed ultimo libro, è invece dedicato, alla spiegazione razionale di vari fenomeni fisici, come i fulmini, i terremoti e le epidemie.
L’opera si chiude con la terribile immagine della peste di Atene, sul cui significato i critici si sono interrogati a lungo. Alcuni hanno ipotizzato che il poema non dovesse chiudersi con questa immagine di morte, in così tanto contrasto con la visione luminosa e vitale del proemio del libro I, ma forse il poeta voleva solo dimostrare un teorema: quello della fine desolante che attende chi voglia rimanere attaccato alla vita,e non sappia considerare la morte come un fatto naturale e necessario, al pari della vita e di tutti gli altri fenomeni descritti nel poema.

CARATTERISTICHE DEL POEMA

-La caratteristica più saliente dello stile del poema è la ricchezza delle immagini, tanto che Lucrezio è stato definito un “poeta visivo”. Il fatto non ci stupisce, se si pensa che per gli epicurei la realtà era conoscibile attraverso l’esperienza sensibile; e quando i 5 sensi non riescono a percepire le entità invisibili come gli atomi, s‘impone il ricorso all‘analogia, cioè al paragone con eventi dell‘esperienza quotidiana. Di qui le frequenti immagini analogiche, come quella del libro II, dove l’incessante movimento degli atomi viene paragonato al pulviscolo (complesso di particelle) che danza in un raggio di sole; o ancora all’inizio del I libro, il paragone tra gli atomi, nella loro invisibile materialità, e la forza del vento, a sua volta è paragonata a quella di un fiume in piena.
Oltre alle immagini analogiche, il poema è ricco di visioni, come lo spettacolo di un terremoto o di un’eruzione vulcanica, le immagini di morte, lo splendore del cielo osservato in una pozzanghera, e così via. Anche qui l’intento di Lucrezio è didascalico e psicologico: l’immagine suscita particolari emozioni che servono a rendere il lettore più recettivo nei confronti dei messaggi proposti.

-Nei versi di Lucrezio ritroviamo tutta una serie di figure retoriche, come l’allitterazione, l’antitesi, il chiasmo, figure che servono ad accompagnare i concetti espressi con suggestive impressioni fonetiche, rendendoli in questo modo ancora più persuasivi. Lucrezio si dimostra anche coniatore di parole composte (frugiferens), che a loro volta rientrano in un gioco di allitterazioni e di creazioni di immagini.
Frequenti sono inoltre gli arcaismi, in omaggio al modello di Ennio (EX: patriai per patriae - montis per montes).
Per quanto riguarda il metro, ricordiamo che Lucrezio continua sulla via già tracciata da Ennio, ovvero l’introduzione dell’esametro greco. L’esametro lucreziano prosegue sulla strada dell’armonizzazione lingua-metro, giungendo a cogliere risultati brillanti. Il verso di Lucrezio appare al confronto piuttosto ruvido e massiccio.

-La scelta di Lucrezio di affidare a un poema la teoria epicurea, non era scontata per il suo contesto culturale. Dopo Parmenide ed Empedocle, entrambi autori di un poema didascalico Sulla Natura, è Platone a interrompere questa tradizione mettendo pesanti ipoteche sulla poesia come MEDIUM filosofico e scegliendo al suo posto il dialogo. Per il filosofo ateniese la poesia era “imitazione” di un mondo che è già copia del mondo ideale. Aristotele riconosce una funzione etica al genere poetico solo a certe condizioni: per esempio la tragedia deve assolvere una funzione “catartica” (di purificazione) degli animi degli spettatori, grazie alla pietà e alla paura che le storie rappresentate possono suscitare.; tutto ciò che invece procura sentimenti diversi deve essere bandito; ma come mezzo di esposizione e ricerca “teoretica” (ricerca dei principi fisici del mondo) la poesia è del tutto inadeguata, perché non risponde in pieno alla necessaria chiarezza.

ENNIO

Il modello letterario a cui si rifà Lucrezio è Ennio, il padre della poesia latina che con il suo poema epico Annales, non fu insensibile al messaggio epicureo. Ciò spiega il frequente ricorso di Lucrezio agli arcaismi, cioè al lessico latino del secolo precedente. In Ennio, Lucrezio vedeva il poeta nobilitato dall’antichità e dalla tradizione, ma anche l’innovatore audace, l’uomo consapevole della propria missione e orgoglioso di aprire strade nuove e difficili.

(AUTORI POST-MORTE DI LUCREZIO)
VIRGILIO

L’influenza di Lucrezio è evidente in Virgilio, non solo nelle Georgiche, ma soprattutto nell’Eneide, in cui il poeta augusteo sembra condividere alcune idee epicuree (come la condanna dell’amore di Didone nel IV libro).

SENECA

Condivide con Lucrezio non solo l’interesse naturalistico, ma anche la concezione del tempo.

QUINTILIANO

Ammira la qualità della poesia lucreziana, ma la considera troppo difficile per utilizzarla nel proprio insegnamento retorico.

(AUTORI CRISTIANI)
TERTULLIANO

Trova in Lucrezio la linea argomentativa giusta per provare la corporeità dell’anima e approva l’ascetismo etico propugnato dagli epicurei e da Lucrezio.

ARNOBIO

Non solo tesse le lodi di Cristo nello stile degli inni lucreziani a Epicuro, ma riprende numerose teorie epicuree; come l’imperturbabilità di Dio, l’inesistenza dei castighi nell’oltretomba, l’assurdità dei riti propiziatori.

Registrati via email