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LA CULTURA E LA POESIA NEL I SECOLO a.C.

All’inizio del I secolo a.C. Roma, completata ormai la fase espansionistica nel bacino del Mediterraneo, va incontro ad una serie di rivolgimenti sociali e politici che, culminando nelle guerre civili e nel trionfo di Cesare, porteranno all’affermarsi di un nuovo ordinamento.
La crisi delle istituzioni. Le lotte e gli interessi opposti delle classi sociali, le ambizioni di potere personale e le guerre fratricide, che caratterizzano questi anni torbidi e inquieti, si accompagnano al crollo dei valori, al mutarsi dei costumi, alla dissacrazione degli ideali, non più confacenti alle nuove esigenze incapaci di appagare gli spiriti. Si delinea dunque un atteggiamento di rottura con i mores maiorum, con la tradizione etico-religiosa, con la cultura precedente. L’intellettuale si trova di fronte a una realtà che non è più in grado di accettare e decifrare con i vecchi strumenti e cerca nuove vie; all’antica religione pragmatica e utilitaristica oppone interessi e dottrine filosofiche che, specie con l’epicureismo, sembrano suggerire l’isolamento dalla vita politica e offrire la liberazione dalle angosce del mondo; alla concezione di una vita interamente votata al negotium politico e ai doveri collettivi sostituisce un marcato individualismo.

Nell’attività culturale quest’individualismo dà luogo alla scelta di un’arte rispondente alle mutate condizioni sociali e culturali.
Alcuni scrittori del tempo trovano la loro identità nell’otium letterario, fuori da ogni esclusivo impegno politico e inteso come pratica di vita essenziale, più che come momentaneo solacium.
Come spesso accade nei periodi di rivolgimenti e trasformazioni, c’è in questa età un’ansia di rinnovamento e un grande fervore intellettuale, che si esplica in molteplici forme letterarie.
I poeti esprimono la loro inquieta spiritualità in una produzione che, mentre rifiuta la tradizionale impegnativa poesia epica o tragica, aderisce ai canoni della poesia ellenistica, in una scelta di generi letterari e temi raffinati e dotti, ma spesso estranei a contenuti etico-civili. I primi segni del nuovo indirizzo artistico si intravedono tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. in alcuni poeti, di cui ci sono giunti pochissimi versi, tra cui Lutazio Catulo, la cui attività si esaurisce nella composizione di epigrammi, di contenuto per lo più erotico, leziosi e ricercati, ispirati ai modelli alessandrini. Una poesia del genere, che esprime non tanto sentimenti intimi e genuini, quanto la ricerca di un virtuosismo formale, è concepita come lusus, divertimento intellettuale fine a se stesso, e apre la via all’esperienza dei cosiddetti poetae novi.
Questo termine fu usato, con intento denigratorio, da Cicerone, accanto alla voce greca neoteroi,per alludere ad alcuni poeti contemporanei che, rompendo con la gloriosa tradizione enniana, sceglievano temi e generi poetici scimmiottando astrusità e vuotaggini di certi modelli ellenistici. In tempo moderni si è postulata l’esistenza di un vero e proprio ‘circolo’ neoterico, cui avrebbero aderito scrittori impegnati, in norme dell’erudizione e della brevità di stampo callimacheo, in esercizi poetici di breve respiro e tenue contenuto, comunque avulsi dagli interessi della res publica, in una sorta di rifiuto del mos maiorum. In realtà, un approfondimento degli studi ci induce oggi a temperare assai questa opinione.
Nulla dimostra l’esistenza di un simile cenacolo, né che questo coincida con la cerchia di Catullo e dei suoi amici. Manca infatti qualsiasi testimonianza per inglobare nel giudizio di Cicerone anche la produzione di Catullo, l’unica giunta a noi in quantità cospicua. Inoltre non tutti furono come lui disimpegnati in campo politico: alcuni di loro furono attivi oratori e non disdegnarono la carriera politica o le imprese militari, alcuni produssero anche poemi epico-storici, sulla scia dei modelli tradizionali romani.
Sulla produzione dei poeti dell’età di Cesare dobbiamo sospendere qualsiasi giudizio, per la scarsità di frammenti giunti a noi; non possiamo neppure stabilire confronti con Catullo, di cui abbiamo una ricca e varia produzione, la quale testimonianza senza dubbi come la sua adesione ai canoni ellenistici non si sia risolta in pedissequa imitazione di modelli circoscritti, ma in una rielaborazione personalissima e originale di esperienze poetiche secolari della Grecia e di Roma.

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