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L’oratore L’arpinate è stato indiscutibilmente il più grande oratore del suo tempo e di tutta la letteratura latina. L’avvocato. È stato un grande avvocato (patronus) in senso moderno ed ha intrapreso così la sua importante carriera politica. Del grande avvocato conosce tutte le arti e tutti i trucchi. Esperto di diritto più di quanto voglia far credere, sa tuttavia che non bisogna abusarne di fronte ad una giuria di non esperti. Coltissimo al punto di giocare sapientemente con la sua cultura, ragionatore, lucido, serrato, ma anche ingannevole e fumoso a seconda delle necessità, accende il ragionamento con la brillantezza di un fuoco d’artificio. Professionista esperto e vanesio, muta la discussione in uno strumento di affermazione della sua persona, prima che della giustizia. Strepitoso è il virtuosismo con cui rimescola una gamma inesauribile di tonalità: battute taglienti, ironia pesante o divertita, pagine drammatiche, bozzetti sorridenti, crescendi impetuosi, variazioni del ritmo stilistico e narrativo, perorazioni maestosamente trascinanti. I discorsi si snodano come opere drammatiche, in cui tragedia, commedia e mimo possono apparire all’improvviso suscitando una continua sorpresa. Il paragone con le opere teatrali non è casuale. La dimostrazione cede alla rappresentazione e alla mozione degli affetti e nella rappresentazione, date le necessità della “causa”, il reale appare semplificato nei contrasti di positivo e negativo, bene e male, e l’uno o l’altro intensificati con energia massiccia e potente, unilaterale e deformante. Si ha l’impressione di una recita continua e la stessa verità appare recitata, i sentimenti gonfiati, l’attesa dell’applauso costante.

Cicerone distinguerà con arguzia i tre fini ai quali la sua arte deve indirizzarsi: probare (prospettare la tesi con argomenti validi), delectare (produrre con le parole una piacevole impressione estetica), flectere (muovere le emozioni attraverso il pathos). Ai tre fini corrispondono i tre registri stilistici che l’oratore dovrà saper alternare: umile, medio, e levato o “patetico” (quest’ultimo particolarmente adatto alla peroratio finale). Le orazioni. Sono legate alle necessità del processo e del momento politico, ma quelli di Cicerone non corrispondono in tutto ai discorsi realmente pronunziati: sono stati revisionati, corretti, talora soltanto scritti o completamente riscritti, pubblicati sia quali strumenti di persuasione politica che quali opere d’arte. Giustamente è stato definito il fondatore dell’eloquenza letteraria romana. Eppure questi discorsi, così legati al proprio tempo, hanno assunto nei secoli un rilievo storico fondamentale ed esercitato una enorme, anche se talvolta contrastata, influenza. Perché? Formatosi alla scuola dei migliori oratori romani e greci del tempo, Cicerone è passato da un’oratoria di abbondanza “asiana” ad una di più contenuto vigore e più vicina ad alcune istanze che saranno proprie degli “atticisti”. In realtà, nella sua opera confluiscono la lunga, notevole tradizione latina e tutte le correnti dell’oratoria ellenistica contemporanea. Vi confluiscono anche, e non solo sul piano formale, le varie esperienze degli oratori attici del IV secolo, che egli traduce e conosce profondamente.
È un eccellente civilista, penalista, oratore politico, sia da comizi che assembleare: racchiude e sintetizza le esperienze oratorie di Iperide e Demostene, di Eschine e di Isocrate, oltre che degli oratori ellenistici e di quelli latini, divenendone approdo e mediatore per l’occidente europeo. Cicerone conosceva il diritto privato e soprattutto il diritto criminale molo più di quanto si pensi. Introduce nei suoi discorsi una cultura letteraria, filosofica, politica, giuridica, nel complesso assente negli oratori greci. Le opere oratorie greche del IV secolo sono precedenti agli influssi delle riflessioni retoriche sistematiche di Aristotele. Quelle di Cicerone condensano i risultati di tutta la scienza retorica greco-romana. Sono diventati il modello fondamentale della prosa oratoria (e non solo oratoria) europea, perché hanno implicito, “programmato”, il carattere della perfezione formale: sono “statuariamente” dei classici. La vita della repubblica si riflette nei discorsi e nell’epistolario di Cicerone come in nessun altro testo contemporaneo. Vi è in essi una ricchezza di prospettive e situazioni incredibile. Per valutare la sua vastità di orizzonti, basta un dato: il lessico di Cicerone comprende oltre 10.000 vocaboli, il doppio di quello di Demostene, il triplo di quello di Cesare.Ma Demostene aveva alle spalle secoli di tradizione. Cicerone con i suoi discorsi è riuscito a portare, si può dire all’improvviso, la lingua e la cultura letteraria latina ai livelli di quella greca, a colmare il divario ancora ingente che separava l’evoluzione romana dalla greca

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