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Le opere di Cicerone

Una prima parte del corpus ciceroniano è rappresentato dalle orazioni che si dividono in giudiziarie, cioè pronunciate in tribunale e che hanno valore giuridico, e deliberative, che hanno funzione politica. Le orazioni giudiziarie comprendevano le orazioni contro Verre nell’anno 70, che prendevano il nome di Verrinae. Esse si dividevano in:
divinatio in Caecilium, con cui Cicerone chiede diritto di sostenere l’accusa per conto dei siciliani, contrapponendosi a un certo Cecilio (divinatium era il termine tecnico per indicare la scelta dell’accusatore);
actio prima, cioè la requisitoria tenuta nel primo dibattito giudiziario. Senza aspettare la seconda fase del dibattito, prevista per il mese successivo, Verre, schiacciato dall’evidenza delle accuse, partì in esilio volontario;
actio secunda, costituita da cinque orazioni mai pronunciate, in cui si denunciano i numerosi misfatti compiuti da Verre.

Gli studiosi individuano nelle prime due parti delle Verrinae un capolavoro dell’oratoria. Un’altra importante orazione giudiziaria era rappresentata dalla Pro Archia.
Gli studiosi individuano nelle prime due parti delle Verrinae un capolavoro dell’oratoria. Un’altra importante orazione giudiziaria era rappresentata dalla Pro Archia, in cui veniva esaltata l’importanza dell’arte e della poesia. Pro Milone è interessante perché ci riporta al clima delle tensioni sociali nel panorama politico romano. Tra le orazioni deliberative si ricordano le Catilinariae e le Philippicae.
Nell’antichità i due più grandi oratori furono Demostene e Cicerone. Quintiliano definì Cicerone l’oratore per eccellenza. Non ci fu oratore che abbia esplorato le potenzialità delle parole scritte e parlate come ha fatto Cicerone. Con Cicerone l’arte dell’eloquenza assunse una dimensione retorica e dottrinale. Egli fu quindi anche un grande retore perché esercitò sia lo studio sia la pratica dell’eloquenza. Ciò che prima era piuttosto istintivo e frutto dell’osservazione degli oratori nel Foro divenne una disciplina teorica e dotata di leggi proprie. Con Cicerone si arrivò alla consapevolezza dell’arte del dire. La struttura delle orazioni ciceroniane non fu innovativa: vi era un esordio, seguito da una narrazione, che era una lucida esposizione dei fatti da dibattere, poi vi era l’argomentazione, in cui l’autore sosteneva la sua causa, e infine la perorazione, che consisteva in una conclusione in cui si cercava di sminuire l’avversario. Lo stile ciceroniano è molto mutevole. Parte nell’esordio con un tono blando e dimesso che diventa molto razionale e sempre più tagliente, man mano che si raggiunge la parte argomentativa; infine nella perorazione lo stile volge al patetico. L’oratore, secondo Cicerone, deve essere in grado di:
docere, cioè informare ed argomentare con chiarezza e precisione la propria tesi. L’arte del docere deve essere accompagnata da una grande padronanza del linguaggio;
delectare, cioè avere la capacità di catturare l’attenzione del pubblico. L’argomentazione deve essere vivace e curiosa. Per raggiungere questa capacità bisogna avere ben presente la psicologia dell’avversario, il cui ritratto deve essere preciso. Un altro elemento importante riguarda lo strumento dell’ironia;
movere, infatti il grande oratore deve sapere commuovere il pubblico e suscitare emozioni, raggiungendo il cuore dell’ascoltatore.
Secondo alcuni studiosi l’originalità espressiva di Cicerone risiede nell’organizzazione sintattica del discorso. Cicerone privilegiava l’ipotassi, cioè un’ampia ramificazione delle subordinate. Il periodo è complesso, ma non risulta mai pesante. L’attributo principale di Cicerone è la concinitas, cioè l’eleganza e la misura che caratterizzano il suo stile. È presente anche il tema della varietas.
Un’opera importante di Cicerone fu il De oratore, pubblicato nel 55 e composto di tre libri. Ha la struttura del dialogo immaginario. Nel primo libro Cicerone discute sulla scienza della retorica e in particolare sull’importanza della cultura nella formazione di un oratore, che deve essere la più vasta possibile. È importante inoltre assistere alla vita del Foro romano. Nel secondo libro Cicerone discute sulla inventio, che era quel lavoro di ricerca degli argomenti più adatti alla causa. Nel terzo libro si parla dell’elocutio, cioè lo stile dell’oratoria. Sempre nello stesso libro si parla dell’actio, che è il modo di porgere un discorso, anche dal punto di vista teatrale. Il lavoro di cesello è così alto che Cicerone si dilungò moltissimo sull’importanza della prosa metrica. Per l’actio vennero studiati anche i comportamenti teatrali che l’oratore deve assumere per conquistare la scena. Cicerone riteneva che l’eloquenza fosse superiore a tutti gli altri saperi. Con Cicerone l’oratoria divenne una scienza ed era capace di assorbire tutti gli altri saperi. Cicerone ha una concezione molto elevata dell’oratore.
Nel 46 venne pubblicato il Brutus, nel quale Cicerone cercò di scrivere una storia dell’eloquenza. L’idea alta che Cicerone ha di sé viene rappresentata nel Brutus perché come punto più alto raggiunto dall’oratoria. Le due più grandi scuole dell’oratoria del tempo erano l’atticismo e l’asianesimo. Lo stile attico era utilizzato dagli oratori greci del V secolo a.C., mentre lo stile asiano era nato più tardi nelle poleis dell’Asia Minore e per Cicerone rappresentava un elemento di decadenza dell’oratoria classica. Nel suo studio sulla storia dell’eloquenza, Cicerone distinse due stili asiani. Il primo era caratterizzato dalla permanenza di frasi brevi. Nel secondo stile asiano comparvero quelle forme complesse del periodare ampio che trovarono la loro più grande espressione in Demostene. I due stili asiani condividevano una sovrabbondanza di soluzioni retoriche. Cicerone affermò che l’asianesimo si radicò all’interno della pratica forense romana. Ortensio Ortalo era l’oratore che a Roma aveva meglio incarnato i principi dell’asianesimo. Cicerone disse che a Roma si stava diffondendo il cosiddetto neoatticismo che era una reazione alla fortuna che l’asianesimo aveva avuto. Il neoatticismo prevedeva una ripresa della semplicità espressiva. La lingua dell’oratoria ciceroniana in realtà era molto asiana perché fatta di periodi lunghi e ampollosi. Cicerone non amava molto nemmeno il neoatticismo.
La riflessione di Cicerone continuò nell’Orator, nel quale si discute su quale sia il perfetto stile oratorio. Egli distinse tre livelli stilistici: uno stile umile, uno stile medio e uno stile sublime. Questa tripartizione degli stili rimase inalterata per moltissimo tempo e venne utilizzata per tutto il Medioevo. Le pagine più interessanti dell’Orator riguardano le riflessioni sulla prosa ritmica. Il latino è una lingua quantitativa, mentre l’italiano è accentuativa. Nel Medioevo si perse la concezione della quantità, ma comunque rimase la lettura ritmica dell’esametro e delle clausole letterarie, studiate da Cicerone nell’Orator. Con Cicerone la retorica raggiunse il più alto livello di consapevolezza e cessò di essere un’attività puramente istintiva.

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