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Opere politiche di Cicerone

Cicerone tra il 54 e il 52 compone due opere politiche: “DE LEGIBUS” e “DE REPUBLICA”. Sono lacunose perché la censura dell’epoca imperiale, quindi, post repubblicana, giudicò pericoloso il contenuto perché esaltano le istituzioni e le leggi della repubblica romana come risposta alla dissoluzione dello stato sotto il primo triumvirato.
Roma è in una grave situazione, ciò lo capiamo sia dalle opere politiche di Cicerone sia dalle sue lettere: le leggi non sono più rispettate, le istituzioni stravolte, il diritto è dimenticato, i processi corrotti, il senso dello stato è scomparso. Cicerone, in questa situazione, è costretto ad un otium forzato, ma trova modo di fare politica facendo filosofia della politica. Il modello è platonico, quello delle leggi e della repubblica, ma Platone discuteva di un modello ideale di stato, Cicerone tratta dello stato romano con uno sguardo verso la situazione sui suoi tempi e dalle sue opere risultano tre situazioni di degrado dello stato romano:

1. Il senato ha perso di fides e auctoritas, cioè, credibilità e autorevolezza. Il senato è incapace di esprimere uomini preparati moralmente e politicamente.
2. La dissoluzione etica dovuta all’epicureismo e la mancanza di un ordine universale guidato dagli dei o dal fato hanno ridotto i valori su cui si reggeva la repubblica.
3. Le colpe dei populares che a partire dai Gracchi hanno attentato alla saldezza delle istituzioni favorendo forze sociali che aspiravano a sottrarre potere al senato.

Le due opere sono ispirate ai dialoghi platonici sia per i soggetti sia per le vicende generali.

De republica
Fino ai primi dell’800 si conosceva solo la parte finale, cioè, il “Somnium Scipionis” (analogia con la repubblica di Platone che termina con il mito di Er): è una visione dell’aldilà. Il cardinale Angelo Mai scopre nella biblioteca vaticana nel 1819 un manoscritto che si rivela un palinsesto (che viene cancellato), scritto a mano nella tarda antichità e poi riutilizzato in epoca medioevale dopo essere stato raschiato. Con un reagente chimico viene portato alla luce il testo del de republica. Il palinsesto era in cattive condizioni ma è stato possibile recuperare parte dei primi due libri e del terzo. Doveva essere un dialogo in sei libri ambientato nella vita di Scipione l’Africano per cui nutriva ispirazione. L’anno del dialogo è il 129 poco prima della morte di Scipione e nel dialogo Scipione è immaginato mentre si impegna in conversazioni con gli amici.

Il primo libro definisce lo stato come res populi, cosa che appartiene al popolo ed illustra le tre possibili forme di governo destinate a succedersi ciclicamente: monarchia (che degenera in tirannide), aristocrazia (che degenera in oligarchia) e democrazia. Cicerone riprende la posizione di Polibio (storico greco), cioè, che la miglior forma di governo è quella mista, ovvero, che contempera le tre forme istituzionali primarie e la costituzione romana che riunisce il potere monarchico rappresentato dai consoli, il potere aristocratico con il senato e democratico dai comizi popolari e dai tribuni della plebe, rappresenta la più compiuta rappresentazione storica di costituzione mista. Cicerone pensa alla repubblica degli antenati e la sua preferenza per la costituzione mista nasce da un atteggiamento conservatore perché questa forma di governo è garanzia di equilibrio tra i poteri istituzionali e la gerarchia sociale.
Il secondo libro è dedicato alla storia costituzionale di Roma da Romolo in poi.
Il terzo è molto lacunoso e tratta della giustizia come virtù politica e della legittimità dell’imperialismo romano.
Abbiamo pochi frammenti del quarto; il tema è l’educazione.
Nel quinto delinea la figura del rector rei publicae, cioè del reggitore dello stato detto princeps, primo tra i cittadini.
Nel sesto il somnium scipionis.

De legibus
Possediamo tre libri e parte del terzo, probabilmente era in cinque libri, in forma dialogica e ha come protagonista Quinto Cicerone (il fratello), Attico e Cicerone che ospita nella villa ad Arpino.
Nel De republica uno dei personaggi, Scipione l’Emiliano ha l’autorevolezza di chi parla quando è vicino alla morte come Socrate nel Fedone. La serenità della villa di Arpino nel De legibus ricorda l’ambiente del Fedro quando i personaggi sono riuniti sotto un platino e conversano. Somnium scipionis abbiamo una visione dell’aldilà, la repubblica di Platone termina con il mito di Er, soldato che torna in vita e che descrive l’aldilà. Il De republica è ambientato nel 129 epoca degli Scipioni. Il fatto che il dialogo sia quindi retrodatato è dovuto al fatto che l’epoca degli Scipioni è idealizzata da Cicerone come modello di grandezza della classe dirigente, il fascino di un passato di questo genere pone su un piano più alto i discorsi politici legati all’attualità. In questa visione che appare a Scipione Emiliano, il nonno Scipione Africano, vincitore di Annibale gli mostra dal cielo la piccolezza di tutte le cose terrene e la beatitudine nell’aldilà delle anime dei grandi. Scipione l’Africano poi passa al discorso sul futuro trascurando volutamente il presente => pensiero di Cicerone, presente che è meglio dimenticare. La visione del Somnium Scipionis prospetta la sede che avranno nei cieli coloro che hanno lottato per la patria e per la gloria e per dare suggello a tutto questo discorso ci sono riferimenti ad Ennio, perché egli rappresenta nel mondo latino il poeta della tradizione, colui che ha celebrato la grandezza e i protagonisti di Roma.

Idealizzato da questa atmosfera solenne e con tutti questi echi letterari, dalle due opere emerge il progetto politico di Cicerone: la necessità di impegnarsi partecipando alla vita politica (non bisogna ascoltare le sirene che invitano all’otium) ponendosi in disaccordo con gli epicurei, nuova classe dirigente rappresentata dal fratello Quinto al quale è dedicato il De republica, figura del princeps.
Il De republica è lacunoso; quindi, è difficile capire che è il princeps, non è un sovrano; Cicerone non pensa ad un singolo individuo che prenda il potere, ma pensa ad un tipo uomo politico, ad un'élite all’interno della quale al massimo emerga qualcuno capace di rappresentarla. A questo modello di uomo di stato dà nome di princeps, ma anche di Rector o Gubernator. Il princeps deve essere un uomo di alte qualità morali che non desidera il potere personale e che sia dedito al servizio dello stato e non al potere personale. Non prefigura Augusto, pensa ai membri del circolo degli Scipioni, come Scipione o Lelio che rispecchiavano i valori dell’età repubblicana. Questo princeps è colto, legato alla tradizione ma legato ai tempi nuovi, l’autorità del princeps è il sostegno del senato per salvare lo stato. Le istituzione dello stato sono considerate perfette e quindi vanno difese, la perfezione dello stato romano è legittimata dalla coesistenza delle tre forme di governo: senato, consoli e tribuni, la collaborazione è il fulcro della concordia omnium. Come perfetta è la costituzione romana cosi le leggi a partire da quelle delle 12 tavole. Per difendere il valore delle istituzioni delle leggi ha bisogno di un supporto ideologico, quello della concezione stoica. Le idee di Cicerone sono quelle di un conservatore che non ammette la fine della repubblica ma è un illuminato che avverte il peso delle trasformazioni avvenute nel tessuto sociale di Roma; i cambiamenti della società pretendono che il senato si rinnovi, si apra alle forze sociali emergenti ma senza che il suo ruolo sia sminuito; è illuminato perché vuole mantenere il processo delle istituzioni della repubblica.

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