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Cicerone è stato un importante uomo politico, ma ha difeso una “causa persa” (il regime repubblicano): appartiene ai vinti della storia, i quali, si sa, hanno torto. Quasi tutti gli studiosi lo hanno giudicato negativamente, magari assolto come un nobile patriota. Lo si è accusato di inettitudine, di incoerenza, di scarso senso della realtà, di mancanza di coraggio, di camaleontismo. Esagerazioni, che hanno qualche fondamento. È difficile perdonargli la folle autoesaltazione da cui è travolto per la vittoria su Catilina, un episodio della crisi del regime che ha scambiato per un fatto d’importanza determinante (ma circa vent’anni dopo lo giudicava allo stesso modo anche Sallustio). Per quanto in una lettera (Ad fam. I9) abbia giustificato con la solita acutezza il suo comportamento, nei confronti dei triumviri si è piegato a compromessi che le buone intenzioni non bastano a giustificare. Né si può facilmente comprendere come alla fine dei suoi giorni il vecchio ed esperto politico abbia preso un abbaglio colossale con l’abilissimo Ottaviano. Ricordiamo che vive in un’epoca di violenze che travolge con lui personalità di statura talora gigantesca, come Crasso, Pompeo, Catone, Cesare, Antonio: che ha saputo morire con dignità. Ma non staremo a difenderlo.

Il giudizio sul politico non deve condizionare la valutazione dello scrittore. Resta invece fondamentale accertare se la sua azione ha avuto una sua logica interna e quale; precisare quanto l’attività politica ha condizionato e sollecitato la sua opera letteraria. L’arpinate, l’avvocato, uomo di lettere, si afferma nella vita politica durante il predominio dell’oligarchia sillana seguendo una linea politica nel complesso coerente.
Non accetta un regime dittatoriale come quello sillano, né le chiusure e la corruzione della nobilitas; non ha né può avere alcuna simpatia per i populares, che continuando la tradizione rivoluzionaria dei Gracchi minacciano l’ordine e la legalità del regime repubblicano (“la costituzione”), lo status sociale da lui raggiunto a fatica. Vede fin dagli inizi, e in particolare dal 63 a.C., nella concordia ordinum, l’alleanza dei due ordini più importanti della civitas (senatorio ed equestre), la possibilità di salvare la repubblica da spinte eversive. Non si tratta di un “ideale scipionico”. Lontano com’è dalle chiusure castali della nobilitas, egli rinnova la vecchia formula politica.

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