Opere filosofiche

Cicerone scrive le sue opere filosofiche a partire dal 45 in poi, spinto da fatti importanti che lo segnarono e che lo spinsero a scriverne: morì la figlia Tullia ed erano cominciati gli anni della dittatura di Cesare durante i quali non c'era più spazio per Cicerone all'interno della vita pubblica; abbiamo, quindi, un Cicerone “ pensionato” che rientra in se stesso, medita e scrive.
Cicerone filosofo non è un indagatore di problemi filosofici per i quali offre soluzioni personali, come avevano fatto i filosofi dell'età classica come Platone ed Aristotele; Cicerone è, piuttosto, definibile un eclettico (dal greco eklektós scelto, selezionato), ovvero sceglie, seleziona tra le varie possibilità che ha di fronte. L'eclettismo è la tendenza che contagia tutte le scuole filosofiche del tempo in quanto ad un certo punto le singole scuole perdono quella carica vitale che avevano avuto in precedenza e, questo, coincide con la caduta delle barriere ideologiche e porta alla parziale fusione di diversi aspetti tra le varie scuole. In questo periodo si dà più importanza agli aspetti etici morali rispetto a quelli speculativi; quando la filosofia greca si trasferisce a Roma, con la sua propria sottolineatura dell'aspetto etico, a Roma, questo aspetto viene ancor più valorizzato.

In tutto questo, Cicerone è il ponte tra la filosofia greca e la filosofia dell'area romana; nella sua attività filosofica, si ispira al probabilismo di Filone di Alessandria e degli altri alessandrini: si basa sul metodo della discussione per vedere il pro e il contro delle varie soluzioni dei problemi. Si cerca di trovare una soluzione migliore ed ottimale anche confrontando e fondendo più soluzioni insieme. Questo, inoltre, fece conoscere a Roma il pensiero degli altri filosofi e portò a valutare delle tesi opposte, a valutare e tracciare aspetti positivi delle tesi con criticità; inoltre tale metodo portava ad una soluzione che sembrava essere sempre la più probabile. Quindi, Cicerone non affrontò nessun tema originale ma affrontò questioni già dibattute con proposte già avanzate da altri: in lui non troviamo originalità. Cicerone era convinto che la verità non esistesse o che fosse irraggiungibile: secondo lui, bisognava cercare di arrivare al verosimile, al più probabile e ciò era possibile non legandosi in modo dogmatico ad una scuola precisa ma esplorando i vari pensieri delle diverse scuole filosofiche. Cicerone, tuttavia, escluse a priori la filosofia epicurea e analizzò, talvolta, la filosofia accademica e stoica. Le opere di Cicerone, inoltre, hanno carattere dialogico ma non come Socrate il quale con la maieutica portava l'interlocutore alla verità; in Cicerone, ognuno fa la sua conferenza e quindi non c'è dibattito.

De Finibus Bonorum et Malorum

Il titolo, letteralmente, sta a significare “gli elementi estremi del bene e del male”, ovvero “il sommo bene ed il sommo male”; in quest'opera, Cicerone si interroga su quale sia il sommo bene ed il sommo male. L'opera è complessivamente composta da cinque libri, suddivisi in ulteriori tre dialoghi nei quali vengono enunciate le posizioni riguardo bene e male delle varie scuole filosofiche:
1. Primo Dialogo: viene enunciato il pensiero degli epicurei, secondo i quali il sommo bene è il piacere, sia come piacere armonico, di movimento, cinetico sia come piacere catastematico, che porta all'atarassia. Cicerone, però, confuta la tesi di Torquato perché contraddittoria: il giudizio del bene e del male, infatti, sarebbe in questo caso affidato unicamente ai sensi ed invece se l'uomo interrogasse la ragione, capirebbe che la natura umana non tende al piacere ma tende alla virtù.
2. Secondo Dialogo: viene enunciato il pensiero degli stoici ed, in particolare, quello di Catone Liticense che dice che il sommo bene consiste nella virtù e nell'onestà della vita condotta secondo natura; Cicerone si trova più d'accordo con questa visione, ma fa notare che l'uomo è composto non solo dall'anima ma anche dal corpo il quale può contribuire alla felicità.

3. Terzo Dialogo: viene enunciata la dottrina peripatetica degli Aristotelici che affermano che il sommo bene è nella virtù dell'anima unita ai piaceri del corpo; il sommo bene è nell'integrità del corpo secondo natura e nella perfezione dell'animo secondo la virtù.

Tusculanae Disputationes

Sono “discussioni avvenute nella villa di Tusculi”; gli invitati alla casa di Tusculi, invece di mangiare, cominciano a fare discorsi di vario genere. L'opera è composta da cinque conferenze davanti agli amici dove è Cicerone e parla: l'amico propone il tema è Cicerone dalla sua interpretazione e, a volte, interviene qualcuno per fare obiezioni. Il tema generale è il tema della felicità e come ottenerla.
1. Primo giorno: si parte dalla domanda “ La morte è un male?”; Cicerone risponde in modo negativo in quanto nella morte vede solo la morte del corpo e, per cui, se l'anima è immortale, essa continuerà a vivere in una condizione migliore e, se l'anima non fosse immortale o non esistesse, non sarebbe comunque un male in quanto ci si digregherebbe e finirebbe tutto senza alcun dolore.
2. Secondo giorno: si parte dalla domanda “ il dolore è il sommo male?”; Cicerone risponde di no in quanto il dolore è un male ma non un male assoluto: esso, infatti, può essere vinto grazie alla filosofia che ci indirizza verso il sommo bene e, se malgrado la filosofia il dolore è troppo forte, Cicerone si accosta alla possibilità del suicidio.
3. Terzo giorno: si parte dalla domanda “ il saggio soffre?”; Cicerone risponde in modo negativo in quanto la sofferenza è una passione ed il saggio, per definizione, e con lui chi non è sottomesso alle passioni che sono insane ed irrazionali.

4. Quarto giorno: si parte da domanda “ il saggio è sottoposto ad altri turbamenti dell'anima?”; Cicerone risponde di no in quanto se il saggio non subisce il dolore, non subisce neanche gli altri dolori che sarebbero provocati dalla mancanza di equilibrio; ma il saggio è incompleto equilibrio e pratica la filosofia che offre un rimedio verso tutte le passioni e verso tutti tipi di turbamento.
5. Quinto giorno: si parte dalla domanda “ della virtù basta per dare la felicità?”; Cicerone risponde in modo affermativo perché dove c'è la perfezione c'è la virtù e quindi dove c'è la virtù c'era perfezione e la felicità: virtù e felicità sono inscindibili ed il saggio, virtuoso e felice allo stesso tempo, ne è un esempio.

Quest'opera è un'esaltazione del valore e dell'importanza della virtù: esamina, infatti, come si può raggiungere nella vita terrena la felicità affacciandosi alla virtù. In questo è per Cicerone un momento difficile ed egli si rifugia nella filosofia per trovare consolazione al dolore morale e personale politico che prova; c'è la parte dell'autore, quindi, una ricerca di equilibrio e consolazione rispetto alla filosofia. Inoltre, Catone Luticense si era suicidato in seguito alla sconfitta subita da Cesare e, al contrario di Cicerone, preferì suicidarsi rendendo per Cicerone accettabile l'idea del suicidio. Dante stesso non collocò Catone all'inferno e lo mise come custode del Purgatorio in quanto egli interpreta il suicidio di Catone come il desiderio di preservarsi integro dalle passioni e dal peccato.

Cato Maior de Senectute

Quest'opera è un breve dialogo sulla vecchiaia e uno dei maggiori rappresentanti è Catone il censore; quest'opera, inoltre, è dedicata all'amico Attico. Questo dialogo e un elogio della vecchiaia che permette di dedicarsi ad attività di nobili come la filosofia, libera dalle schiavitù delle passioni del corpo ed avvicina alla morte che apre a sua volta all'immortalità. Quest'opera, tuttavia, non è propriamente un dialogo in quanto Catone fa un lungo monologo. C'è un tentativo da parte di Cicerone di auto consolarsi anche perché è quest'opera è ambientata nel passato e quindi l'autore cerca di rifugiarsi nelle epoche felici del passato dove tutto era migliore.

Laelius De Amicitia

Quest'opera è ambientata quasi un secolo prima dell'epoca di Cicerone; l'amicizia, per i romani, era sempre stata la creazione di legami personali con uno scopo pratico, per esempio, per la vita politica. Qui, Cicerone allarga questa visione dell'amicizia sentendo il bisogno di andare al di là della visione concreta: secondo l'autore, infatti, alla base di una vera amicizia ci devono essere i valori di Virtus e Probitas, comuni ai Boni, ovvero i benestanti. Cicerone sentiva il bisogno di legami più forti e più veri ed allarga la via dell'amicizia non ad un “Do ut des” ma ad un'amicizia che è una spontanea unione tra uomini virtuosi.

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