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De finibus bonorum et malorum

Nel primo libro l’epicureo Torquato espone la posizione epicurea che vede il sommo bene con il piacere e il sommo male con il dolore.
Nel secondo libro Cicerone confuta Epicuro.
Il terzo e quarto presentano e discutono la posizione stoica che individua il sommo bene nella virtù e il male nel vizio.
Nel terzo Marco Porcio Catone, il futuro Uticense, svolge la tesi stoica che viene confutata nel quarto da Cicerone per il suo eccessivo rigorismo che porta ad affermazioni paradossali come il fatto che il dolore non è un male e che tutte le colpe sono uguali.
Il quinto libro esprime la dottrina accademica alla quale va la preferenza di Cicerone: la felicità consiste nella virtù che a differenza di quanto dicono gli stoici è completa solo quando ai beni spirituali si aggiungono i beni del corpo e quindi la salute il successo che anche se non sono importanti hanno un valore positivo.

La posizione di Cicerone - Egli liquida l’etica e tenta di dimostrare che l’etica stoica deriva da quella accademica che ha il vantaggio di essere molto meno intransigente. Cerca di dimostrare questo perché a Roma gli esponenti della nobilitas erano sensibili all’etica stoica. Non accoglie lo stoicismo ma fa in modo di presentarla come affiliazione dell’etica accademica. La virtù è rettitudine morale basata sulla ragione e sulla natura. Nel momento in cui Cicerone dà questa definizione, allarga il concetto tradizionale di virtus romana perché tradizionalmente era virtus militare basata su doti caratteriali. Ora la virtus riceve fondamento filosofico.

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