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- Giulio Cesare ebbe molteplici e vari interessi in più campi, e le fonti sostengono che sarebbe stato un grande oratore se le vicende e la prematura morte non glielo avessero impedito. Gran parte delle sue opere è andata persa, comprese le sue ottime orazioni.
Segue l’atticismo, scuola retorica che sollecita la limpidezza e la sobrietà. Inoltre, fa parte degli analogisti, corrente linguistica che professa la lingua pura ed è regolata da norme precise e razionali, in opposizione agli anomalisti, che sostengono il continuo rinnovamento della lingua in costante movimento.

- Fra le pochissime opere a noi giunte, una è l'Anticato (Anticatone), un'opera in latino in due libri, oggi perduta, scritta nell'agosto del 45 a.C. da Gaio Giulio Cesare contro la memoria di Marco Porcio Catone Uticense.

- L’altra sono i Commentarii Rerum Gestarum, letteralmente "appunti, promemoria, spunti per una vera opera storica". Si dividono in Bellum Gallicum (libri da uno a sette) e i tre volumi del De Bello Civili.

Secondo la critica moderna l’abilità dello scrittore è notevole e limpida ma sono sorte diatribe riguardo alla sua abilità di storico. Molti studiosi riconoscono in Cesare il migliore degli storici, pensiero non condiviso dai suoi contemporanei i quali ritenevano che un’opera storica dovesse essere un' “Opus Oratoriae Maxime”, ossia imperniata su fini moralistici e canoni retorici. Il giudizio degli antichi a riguardo dell’opera è infatti eterogeneo: ad esempio Cicerone la apprezzerà molto, al contrario di Asinio Pollione.

- Parlando del De Bello civili, Cesare crea un’opera organica autonoma. Il genere è la memoria autobiografica di carattere militare politico ma con un habitus letterario diverso e elementi nuovi. Usa sempre la terza persona singolare per conferire maggior impersonalità.

- Il De Bello Gallico è stato scritto senza dubbio in gran parte anno per anno durante la campagna, ma poi è stato rivisto e elaborato per la pubblicazione definitiva, alla fine della guerra nel 52 a.C.
Alcuni sostengono che l’opera sia stata scritta per auto - propaganda, ma ciò non si addice alla sua mole. Probabilmente è stata compiuta per gettare una base per la futura ascesa al potere, creando credito presso i Romani.
La descrizione di alcune battaglie tendono a ingigantire la gloria romana e quando uno scontro non volge a favore della Lupa viene taciuto e coperto da un approfondimento etnogeografico, ovvero, riguardante gli usi e i costumi di un popolo.

- Resta il dubbio sulla esatta coincidenza tra il Cesare personaggio e il Cesare storico. C. parla spesso di sé, è il personaggio più frequente ma non quello in maggior evidenza. Le individualità che emergono sono eroici centurioni, migliori degli aristocratici, sempre denigrati per l’avidità. Ammira alcuni pur essendo barbari, come Vercingetorige.

- Presenta di sé un’immagine di generale, lucido stratega e condottiero che adopera la violenza come ultima soluzione.
Ovviamente cerca di giustificare la guerra non come mera aggressione ma come prevenzione e perché comunque Roma ha un progetto imperialistico. Non ha la fissa delle descrizioni delle battaglie o delle tattiche, eccetto che nelle più importanti. Vuole mettere in evidenza il fervore dell’esercito, la sua valenza di generale, la coesione fra ranghi e la capacità delle truppe di far fronte a difficoltà oggettive geologiche e naturali. Gli excursus etnici o geografici sono tipici dell’opera e frequentemente usate per giustificare una sconfitta dei popoli o per distogliere il lettore da una vicenda finita sfavorevolmente.

- Lo stile è privo di ricerca di effetti drammatici spettacolari, a favore della sobrietà e della scorrevolezza. Prevale l’ipotassi (subordinazione) ma non c’è un periodare articolato nel discorso diretto, che ama in quanto abile oratore. All’interno dei discorsi, soprattutto quelli agli eserciti, emerge l’ars oratoria.
Il linguaggio è incisivo, preciso, conciso da Romano colto. Usa, a volte, anche un lessico militare e poche figure retoriche.

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