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Caio Giulio Cesare


Commentarii de bello Gallico

Cesare è conosciuto come personaggio legato alla vita politico-militare. Ma in realtà anche in campo letterario fu molto apprezzato. Una delle opere a noi giunta oggi è il Commentari de bello Gallico (o De bello Gallico). Qui si racconta la campagna militare in Gallia durata 7 anni (dal 58 al 52 a.C.). L’opera è composta da 7 libri, uno per ogni anno.
Quand’è che Cesare ha scritto i Commentarii? La prima ipotesi è che ha scritto ogni libro alla fine di ogni anno di guerra. Altri invece sostengono che abbia scritto tutti e 7 i libri al ritorno dalla campagna. Probabilmente la soluzione sta nel mezzo; avrà scritto servendosi di materiale e appunti di cose che dettava ai suoi soldati, come anche di relazioni (rapporti) dei suoi ambasciatori. Anche perché il termine Commentarii sta a significare diario personale, appunti, taccuino.

Scriveva infatti in modo molto semplice; appunti buttati giù non destinati alla pubblicazione. La pubblica prima dell’estate del 51, cioè prima della rottura con Pompeo e quindi l’averla pubblicata così velocemente implica il fatto che avesse molto materiale su cui lavorare.
Il luogotenente di Cesare Aulo Irzio ci conferma la sua celerità. Quello che stupisce è che Cesare abbia voluto intitolare l’opera Commentarii.
Probabilmente voleva sottolineare il taglio particolare dato alla sua opera. Le opere di storia pubblicate in questo periodo infatti sono delle opere molto ricche e prolisse.
Quella di Cesare è invece un’opera lineare, asciutta, scarna. Cesare vuole far percepire la verità dalla descrizione ordinata e precisa dei fatti; fondamentalmente per risultare più credibile.
E quindi non solo è preciso ma anche molto dettagliato. Abbiamo infatti molto spesso citati nell’opera nomi di soldati (cosa che non era mai accaduta prima nella letteratura latina).
Quando parla di se stesso lo fa in terza persona, per convincerci del fatto che quelle cose sono vere. In particolare però l’opera ha un forte significato politico.
L’opera serve a Cesare per dare la sua propria interpretazione dei fatti, che però vuole far trasparire come vera. La prosa limpida mira infatti a convincere il lettore. Non è però una verità assoluta tant’è che alla morte di Cesare l’opera viene messa sotto accusa da Asinio Pollione. Da allora i critici hanno sempre oscillato tra la verità e la falsità dell’opera.
Ma comunque Cesare essendo uomo politico e personaggio principale racconta i fatti non in modo molto obiettivo. E in più lui aveva comunque riportato dall’impresa la gloria, perciò ingigantisce i fatti.
L’opera si apre con la precisa definizione dei luoghi. C’è da ricordare che gli ultimi fatti contenuti nell’ottavo libro furono raccontati dal luogotenente Aulo Irzio.
Cesare non è mai freddo nella descrizione dei fatti ma dall’opera traspare il suo atteggiamento umano, oltre che la sua posizione politica.
In particolare quando parla della strage degli Elvezi, giustificandola come qualcosa di necessario.
Oppure come quando Cesare loda i suoi soldati, affermando che è riuscito nell’impresa solamente perché i suoi soldati sono stati leali, compatti e coraggiosi.
I nemici d’altra parte erano spesso disordinati, non compatti. Ciò che piace nell’opera sono gli excursus (digressioni). Le digressioni sui Galli sono le più interessanti poiché Cesare parla dei loro costumi e così via. Queste digressioni hanno un duplice significato:
1 Valore informativo
2)Valore politico poiché Cesare voleva informare i suoi lettori (classe sociale elevata) di una cosa:
l'inopportunità per i Romani di andare a conquistare teritori improduttivi per giunta abitati da gente rozza e arretrata.

Commentarii de bello civili

Oltre al De bello Gallico e al De bello civili vi sono anche altre opere che riportano fatti storici (Bellum Alexandrinum etc.). Tutte queste opere costituiscono il corpo Cesariano.
Probabilmente però queste sono opere spurie, cioè non scritte da Cesare.

La sua fama era così diffusa che anche opere non sue gli venivano attribuite.
Il De bello Gallico e il De bello civili si assomigliano. Nell’ultimo Cesare racconta la guerra che sconvolse l’Italia dal 49 al 48 a.C. Anche per quest’opera ci si chiede quando sia stata composta.
Probabilmente è stata composta al compimento della guerra utilizzando materiale e appunti propri.
La pubblicazione avviene dopo la morte di Cesare da parte di parenti e amici.
L’opera, anche se è stata pubblicata in 3 libri, fu divisa da cesare in due libri: uno per ogni anno di guerra.
In quest’opera Cesare è molto preciso e comincia la descrizione dei fatti dalla seduta del senato del 7 gennaio del 49, quando viene dichiarato in senato, sotto pressione di Pompeo, nemico pubblico.
Narra quindi i fatti che portarono alla guerra civile (dall’episodio del Rubicone in poi.
Una volta fuggito Pompeo, Cesare si reca in Egitto per inseguirlo. In Egitto il sovrano Tolomeo, anziché ospitare Pompeo consegna la sua testa a Cesare. Cesare non apprezza il gesto tant’è che affianca alla guida del governo egiziano la sorella di Tolomeo Cleopatra, che avrà anche un figlio da Cesare.
Il racconto si conclude al momento del Bellum Alexandrinum (tra Romani e Egizi) perché nel frattempo era scoppiata una guerra tra romani ed egizi.
Sicuramente nei due commentarii ha adottato la stessa tecnica compositiva e narrativa, però le differenze tra le due opere ci sono in modo evidente.
Rispetto al D.B.G., dove Cesare risulta più obiettivo e disinteressato facendo così risultare il racconto della campagna in Gallia più spontaneo, nel D.B.C. la posizione di Cesare è più studiata e quindi se è studiata non ottiene più lo stesso effetto: non ha più credibilità.
La motivazione tra le due opere è ovviamente diversa, questa volta si deve difendere da un’accusa gravissima: quella di avere la colpa di aver scatenato una guerra civile.
Per giustificarsi:
1)Altera la cronologia dei fatti
2)Tralascia delle circostanze importanti
3)Cerca di apparire disinteressato

Si deve però precisare che l’opera rispetto alla precedente è più vivace sia per il contenuto che per la forma.
Innanzitutto perché dall’opera traspare una maggiore umanità: c’è un maggiore scavo psicologico dei personaggi e dei fatti.
C’è un tono più ironico quando racconta determinati fatti.
Questa volta compare una figura nuova: la Fortuna, una potenza che sfugge al controllo degli uomo ma che controlla le vicende umane.
E’ più vivace dal punto di vista della forma perché utilizza il discorso diretto.
Il periodo è meno lapidario (succinto) anche se la prosa rimane sempre asciutta ed essenziale, caratterizzata dall’uso di una lingua ufficiale e giuridica, lontana da indulgenze di tipo quotidiano e colloquiale.

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