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Passer, deliciae meae puellae,
quicum ludere, quem in sinu tenere,
cui primum digitum dare appetenti
et acris solet incitare morsus,
cum desiderio meo nitenti
karum nescio quid libet iocari
et solaciolum sui doloris,
credo ut tum gravis acquiescat ardor:
tecum ludere sicut ipsa possem
et tristis animi levare curas!


Il passero di Lesbia

La lirica prende spunto dall’immagine del passero con il quale Lesbia si intrattiene a giocare nel tentativo di placare la sua malinconia d’amore per poi esprimere l’intensità del sentimento amoroso e il desiderio di intimità del poeta: il fascino del carme dipende in parte anche dalla sua indeterminatezza, che non consente di cogliere le ragioni del tormento dei due innamorati e neppure lo stadio del loro rapporto affettivo. Sembra che la donna soffra intensamente perché è innamorata, ma l’amore di Catullo deve essere ancora più intenso, se egli non si illude di trovare sollievo nei giochi con il passero. Nonostante questo progressivo ripiegarsi dell’attenzione del poeta sul proprio io, il carme offre, nei primi versi, un ritratto “in controluce” di Lesbia, una sorta di prezioso cammeo carica sensuale (ad esempio nei versi 2-4). Lesbia appare qui per la prima volta – ma questa sarà una caratteristica quasi costante delle sue rappresentazioni nel Liber – strettamente connesso alla sfera semantica della luce, come testimonia l’aggettivo nitenti, “splendente” (v 5), che diverrà poi il termine convenzionale per esprimere la bellezza di una donna.

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