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Gaio Valerio Catullo

Gaio Valerio Catullo nacque, secondo lo storico Gerolamo, nell’87 a.C. e morì a Roma nel 58 a.C.
Tuttavia quest’ultima data non è possibile, perché ci sono dei riferimenti –nelle poesie di Catullo- al 55-54 a.C., data delle due spedizioni di Cesare in Britannia.
Pertanto è giusto ritenere che sia morto nel 54 a.C.

Catullo nacque a Verona da una famiglia benestante, la quale aveva molti amici importanti tra cui Cesare ed il console Quinto Cecilio Metello Celere, la cui moglie, rimasta vedova, diverrà in seguito la sua amante.

Verona, la sua città natale, non è mai ricordata con affetto da Catullo, come del resto capitava di frequente ai poeti nati in provincia che venivano poi ad abitare nella capitale, e questo perché lui trovò la felicità a Roma, assieme ai poeti neoteroi, di cui tra l’altro è l’esponente più importante.

Sempre a Roma, inoltre, Catullo ebbe modo di consultare i testi antichi e le opere letterarie più famose, e di instaurare amicizie con i letterati del suo tempo. Diventerà dunque poeta d’amore, e scriverà splendidi ed ispirati carmi.

Ed è sempre a Roma che diventerà anche l’amante di Clodia (chiamata nelle sue opere con lo pseudonimo di “Lesbia”), la quel sarà la musa delle sue poesie e protagonista dei suoi carmi, secondo le regole della tradizione erotica.
Lo pseudonimo di Lesbia fu scelto dal poeta in omaggio alla cultura della donna che amava, e in una sorta di richiama a Saffo (la poetessa di Lesbo), una delle donne più colte dell’antichità. Era abitudine comune dei poeti neoteroi, infatti, ribattezzare le proprie amate.

Clodia, come detto in precedenza, era la moglie di Metello Celere, nonché la sorella del tribuno della plebe e demagogo Publio Clodio Pulcro.
Pulcro fu una figura di spicco del suo tempo: acerrimo nemico di Cicerone al punto da costringerlo all’esilio, rimase ucciso due anni dopo la morte di Catullo da un altro politico dell’epoca, Milone.
Tra l’altro Cicerone ebbe modo di vendicarsi dell’affronto che Clodio gli aveva fatto subire in due ben note occasioni: prima insultando pubblicamente sia lui che sua sorella Clodia nella famosa actio “Pro Caelio”, e in seguito difendendo Milone in veste di avvocato.

Si è citata la “Pro Caelio” perché essa ebbe modo di riguardare anche la vita del poeta Catullo.
Nella “Pro Caelio”, infatti, Cicerone parla di Clodia, sostenendo che essa fosse legata sentimentalmente a Celio Rufo. La storia raccontata da Cicerone allo scopo di mettere in cattiva luce il politico Clodio e la sua famiglia è quanto mai squallida: pare infatti che al momento in cui la relazione tra Clodia e Rufo fosse finita, Rufo avesse preteso soldi dalla sua amante arrivando infine anche al punto di cercare di avvelenarla.

Clodia sosterrà in seguito che questo eventi di cui la si accusa nella Pro Caelio avvennero molti anni dopo la fine della sua relazione con il poeta Catullo.
Tuttavia il carme di concedo che Catullo le scrisse alla fine della loro storia, risale ad un’epoca successiva alla Pro Caelio.
Si nota subito, dunque, come nell’ambiente politico e letterario dei neoteroi si intrecciassero scandali amorosi.
Per alcuni critici, questo episodio spiega perché Catullo, tempo dopo, scrisse il famoso epigramma “Il più eloquente tra i nipoti di Romolo” in onore di Cicerone: è un ringraziamento ironico ed amaro a colui che ha smascherato la tresca e svelato le infamie dell’ambiente clodiano. E’ insomma un ringraziamento pieno di sarcasmo per qualcosa di non voluto che lo ha fatto soffrire: la donna che ama è venuta meno alla sua fedeltà e lo ha tradito.
Altri critici, invece, sostengono che l’epigramma per Cicerone non abbia nulla a che fare con la Pro Caelio. Sono dell’opinione, invece, che sia stato scritto perchè Cicerone aveva una volta accusato pubblicamente un nemico di Catullo, Vatinio.

Nel 60 a.C. vi fu il primo triumvirato: un accordo privato tra Cesare, Pompeo e Crasso.
Catullo e i suoi amici, non favorevoli ad una politica triumvirale, si recarono allora in Bitinia, da Memmio, che ne era stato il propretore.
Memmio formò così in Bitinia un piccolo circolo di poeti. Purtroppo presso di lui Catullo non trovò soddisfazione come letterato, e anzi in seguito ebbe modo di definire Memmio odioso e dissoluto.

Catullo ritornò dunque a Roma, dove morì nel 54 a.C.

Così come Catullo fu sempre ostile nei confronti di Clodio, allo stesso modo si dimostrò ostile anche a Giulio Cesare e alla politica dei triumviri.
Famosi sono i versi di Catullo in cui, riferendosi a Cesare e Pompeo, afferma che “suocero e genero hanno mandato in malora ogni cosa”.
Secondo quanto dice Svetonio, Cesare, avendo compreso il significato dei versi catulliani ed il pericolo che essi rappresentavano, pretese in seguito le scuse da parte del poeta e lo invitò poi a cena per suggellare la riconciliazione.
Negli ultimi carmi, citando l’episodio, Catullo sostenne poi che le sue furono solo scuse sarcastiche. In un altro ancora, invece, affermò invece la sua più totale indifferenza verso Cesare.
Nei confronti di Pompeo, però, non nascose mai un vero e proprio disprezzo.

In conclusione, possiamo affermare che i carmi di Catullo, le sue invettive, le sue considerazioni politiche rappresentano i tasselli di una vita completa, e ci forniscono tante informazioni sia sui sentimenti che sul suo carattere.
Per esempio si nota in Catullo un’assenza di giudizi moralisti, ed un’indole passionale.
La raffinatezza che egli crede di aver trovato nella sua musa Lesbia, poi, sono in realtà anche il riflesso della cultura e dell’eleganza del suo ambiente letterario e dei suoi amici, con i quali condivide idee ed esperienze (secondo il concetto romano di “amicizia”, che prevedeva come punto di base la politica, ma che in realtà abbracciava poi tutto quanto).

Catullo fu un grande poeta della romanità: spesso definito l’ “Archiloco di Roma” a motivo delle sue invettive ed altre volte ancora il “nuovo Callimaco” a motivo dei suoi carmi, si dedicò ad una poesia d’amore né popolare né destinata al popolo. Al contrario elegante ed elitaria.
Gli elementi comuni ad Archiloco e alla sua poesia, poi, sono molti. Per esempio non è raro che il poeta chiami “giambi” (i giambi sono utilizzati nella metrica greca) tutte le poesie del suo LIBER, indipendentemente dalla metrica effettivamente utilizzata.

Il Liber di Catullo

L’opera magna di Catullo – il Liber - è formato da 116 componimenti divisi in tre parti. Non cronologicamente, ma a seconda della metrica.
I primi 60 sono detti Nugae –in giambi e strofe saffiche-, poi ci sono i Carmina docta –in esametri-, e gli Epigrammi –simili a quelli greci perché contengono invettive, fatti e momenti.

Tra questi è probabile che i componimenti di maggiore impegno siano stati pubblicati separatamente.
Forse il liber conteneva all’inizio solo le Nugae - che dedicò a Cornelio Nipote -, mentre i Carmina docta furono unicamente fatti circolare tra i suoi amici.
Le tre parti del liber, dunque, sarebbe state messe insieme solo in seguito, da qualche erudito.
Questo spiega dunque perché Catullo era solito chiamare Libellus un libro di ampiezza ragguardevole, così come sembra strano che definisse “nugae” anche i carmina docta, che, se si fossero trovati originariamente nello stesso volume, avrebbero stranamente goduto così dello stesso nome.

Tuttavia non mancano fra i critici coloro che sono contrari a tutte queste supposizioni, sostenendo che non è impossibile che il liber avesse anche in origine la stessa struttura con la quale è giunto a noi.
A sostegno della loro teoria, infatti, ricordano che anche Callimaco, ai suoi tempi, aveva chiamato la sua propria opera di vasta erudizione piccolo epos. Questi erano infatti i termini comuni per indicare una poesia che non fosse epico-tragica.
Il chiamare la sua opera magna “Libellus”, dunque, indicherebbe da parte di Catullo modestia e nello stesso tempo orgoglio per le sue poesie.

Detto questo, vediamo di esaminare il contenuto e le tematiche del liber.
Amore e amicizia sono i due poli entro cui si racchiude l’esperienza catulliana: l’una non può essere compresa senza l’altra, perché entrambe sono per Catullo oggetto di manifestazione poetica.
L’amore per Lesbia, poi, è segnato da due momenti principali: l’inizio e la fine, celebrati da un carme.
Nel primo viene dato per la prima volta a Clodia il soprannome di Lesbia, mentre l’ultimo viene inviato a Clodia tramite due personaggi per cui Catullo provava disprezzo: probabilmente si rivolge con sarcasmo a due falsi amici.

Una caratteristica peculiare, poi, è che Catullo applica schemi matrimoniali alla sua vicenda extramatrimoniale, sebbene non siano rari i momenti passionali.
Egli legittima cioè un rapporto che non poteva essere approvato dalla società tradizionale romana: difatti chiama l’amore foedus (patto), da collegarsi – come significato - alla parola fides.
Violare la fides e il foedus d’amore è qualcosa di sacrilego, ed i due amanti sono perciò portati alla perpetua fedeltà reciproca, che ha come garanti gli dèi.
Il rapporto tra il poeta e Lesbia ha dunque, nei carmi, quasi la valenza di un vincolo giuridico e religioso.
Strano quindi pensare che, nonostante il matrimonio con Clodia sarebbe stato possibile in quanto lei era vedova e quindi libera da vincoli, ciò non fu mai voluto dai due amanti.

Il matrimonio è un tema dominante anche nei carmina docta.
In uno di essi, per esempio, si celebrano e raccontano le nozze della dea Teti e del mortale Peleo, a cui partecipano gli stessi dèi.
Mediante la tecnica dell’ ”incastro”, poi, si esalta anche il mito di Teseo e Arianna: ostile ad un legame legittimo e nuziale è la figura di Teseo, il quale, privo di ogni fedeltà, sarà poi punito dagli dèi, mentre Arianna sarà invece ricompensata.

Inoltre, per indicare l’amore della donna nei suoi confronti, Catullo usa spesso il verbo nubere.
Purtroppo, nonostante le promesse e i patti fatti, Lesbia si rivela spesso infedele, e il famosissimo carme “Odi et amo” sintetizza alla perfezione la drammatica storia d’amore che il poeta vive.

Ma nonostante i più celebri carmi di Catullo riguardino la sua storia d’amore, essi costituiscono solo 1/5 della sua produzione totale.
Questo dimostra la grande quantità di argomenti del LIBER, che rivela perciò l’eleganza e la cultura del poeta.
A differenza di quanto hanno fatto molti altri poeti neoteroi, però, Catullo non ci ha lasciato nessuna descrizione fisica di Lesbia, né alcun dato cronologico.
Questo fa pensare che molti carmi non prendessero realmente spunto dalle vicende della sua vita, ma fossero più che altro un insieme di “momenti letterari”.

Altri motivi nella poesia di Catullo
1) Consolazione. A Calvo, un suo amico, il poeta scrive alcuni carmi per la morte della moglie, scritti in risposta all’invio da parte di Calvo di alcune elegie in ricordo di lei. Nei suoi carmi, infatti, Catullo riprende alcuni punti dei carmi dell’amico.
2) Soggettività. Come nel carme 68, dove Catullo, benché triste per la morte del fratello, risponde ad un amico, anche lui triste per la morte dell’amata, che gli chiede perché abbia smesso di scrivere e si sia ritirato a Verona. Questo carme contiene tanti altri motivi, come il dolore per il fratello, l’amore per Clodia e l’amicizia.
3) Amicizia. Come le congratulazioni per un successo letterario degli amici.
4) Molti carmi, poi si abbandonano al pathos, mentre altri sono eleganti ed ironici (come l’epicedio del passero). Catullo rivela, in poesie come queste, una grande sensibilità, che non teme di trattare i temi minori della vita privata o sentimentale. Altri poeti ellenisti avevano scritto in passato per celebrare la morte di animali cari, ma Catullo, nel suo carme, non veramente dispiaciuto: siamo pur sempre nel mondo delle nugae, e lo scopo della poesia è quello di invitare a capire certi sentimenti levati.
5) Nostalgia. Quando celebra il suo ritorno a Roma dalla Bitinia.
6) Epitalamio. Per un amico che si sposa. Qui il poeta smorza la serietà del matrimonio con atteggiamenti popolareggianti, ma sempre con raffinatezza ed eleganza.

Nella poesia di Catullo è dominante il monologo interiore: talvolta chiama se stesso per nome, oppure dialoga con i suoi amici o nemici.

Generalmente, poi, la spontaneità delle NUGAE e contrapposta alla letterarietà dei Carmina docta: negli uni, infatti, si utilizza una lingua quasi parlata, e negli altri un linguaggio molto più ricercato.

Il linguaggio utilizzato è un punto molto importante nella poetica di Catullo.
Per esempio, sebbene sia evidente l’ispirazione dei carmi greci, l’obiettivo di Catullo non è quello di vertere, ma di exprimere.
Proprio perché il linguaggio non è mai casuale nelle sue opere, occorre ridimensionare l’immagine spesso avutasi negli anni di Catullo come poeta personale e soggettivo, giacché in realtà ciò che può apparire semplice o non ricercato è invece un’abile raffinatezza poetica.
Allo stesso modo è possibile affermare che la sua non fosse una poesia spontanea, giacché un genere scritto da un poeta colto per amici colti lascia poco all’improvvisazione. Questo implica un rapporto meno stretto tra poesia e stile di vita, e la presenza di elaborazioni secondo schemi preposti e modelli.
Quello di Catullo è un nuovo stile, colto ma audace, in cui la poesia è comunque testimonianza del proprio stile di vita.

Oltre a questo, Catullo manifesta spesso un grande disprezzo per i poemi tradizionali e poco curati. Come rappresentante tipo dei poeti tradizionali, egli pone Antimaco di Colofonie, autore della “Tebaide”, apprezzata anche dal filosofo Platone, ma poeta duro e prolisso. Lo stesso Cicerone definì Antimaco il tipico poeta epico tradizionale.

Catullo critica anche la poesia destinata al pubblico non molto istruito, una poesia vasta ma non elaborata a sufficienza, dai toni gonfi, sovrabbondante e solenne.

Il disprezzo per gente non acculturata, quale il volgo, era una caratteristica comune dei neoteroi.
Tutto il contrario di coloro che all’epoca si dedicavano agli allestimenti teatrali, ad esempio, che puntavano su rappresentazioni semplici, spesso volgari, che lasciavano il pubblico nell’ignoranza.

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