stebole di stebole
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Carmen 101 di Catullo

Multas per gentes et multa per aequora uectus
aduenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, aue atque uale.

Di mare in mare, da un popolo all'altro
vengo a queste tue misere esequie, fratello,
per donarti l'ultima offerta che si deve ai morti
e invano parlare alle tue ceneri mute:
ora che la sorte a me ti ha strappato,
cosí crudelmente strappato, fratello infelice.
Pure, amaro dono per un rito estremo,
nell'uso antico dei padri accogli l'offerta
che ora ti affido: cosí intrisa del mio pianto.
E in eterno riposa, fratello mio, addio.

In morte del fratello Giovanni di Ugo Foscolo

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.
La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.
Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.

Un giorno, s’io non andrò sempre fuggendo
da un paese all’altro, mi vedrai seduto
sulla tua tomba, o fratello mio, piangendo amaramente
i momenti più belli della tua giovinezza stroncata.
Soltanto nostra madre ora, portando avanti la sua vecchiaia, parla di me con te che sei cenere e non puoi parlare:ma io tendo a voi le mani deluse;
e se da lontano saluto la mia casa e la mia città,
sento il Destino a me avverso, e le segrete
preoccupazioni che scatenarono angosce quand’eri in vita, e prego anch’io pace, come te, nella morte.
Questo di speranze tanto grandi oggi mi resta!
Popoli stranieri, affidate le mie ossa quando sarò morto all’affetto di mia madre infelice.

Atque in perpetuum, frater... di Giorgio Caproni

Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.
Cosa mi ha accolto?
Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio - il nero
della tua fossa.
Ho anch'io
detto le mie preghiere
di rito.
Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.

Confronto

Il tema che accomuna a sé il Carmen 101 di Catullo, il sonetto di Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni e una struggente poesia di Giorgio Caproni, Atque in perpetuum, frater è quello della morte di una persona molto cara e amata come il fratello. Il carmen di Catullo è uno dei più intensi fra i suoi 116. Durante il viaggio in Bitinia, compiuto al seguito del pretore Caio Memmio, Catullo coglie l’occasione per visitare la tomba dell’amato fratello. Dopo aver viaggiato molto, il poeta giunge presso la tomba del fratello. Egli vuole rendergli finalmente gli onori funebri da tempo attesi e ha il desiderio di parlare con lui. Il poeta è molto addolorato, dal momento che il destino gli ha sottratto prematuramente il fratello che egli rimpiange. In seguito Catullo si rassegna e dà l’ultimo addio al fratello che mai più potrà rincontrare. Il poeta non nomina mai i propri genitori, si concentra unicamente sulla figura del fratello. Al contrario Foscolo parla della madre, la quale rimasta sola e in età avanzata, ormai trascina gli anni, e il poeta la immagina impegnata a parlare solo con lui della morte del figlio. Foscolo, poi, vuole che le sue ossa, dopo la sua morte, vengano affidate alla madre, che ama i figli in modo straordinario. Caproni, invece, oltre che perdere suo fratello, ha perso anche il suo migliore amico. La triste realtà appare ancora più cruda dall’antitesi del bianco della neve con il nero della fossa.

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