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Maldicenze d’amore

Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam
de me: Lesbia me dispeream nisi amat.
Quo signo? quia sunt totidem mea: deprecor illam
assidue, verum dispeream nisi amo.

Il breve epigramma costituisce la variante di un tema analogo, sviluppato nel c.83, in cui Catullo riconosceva negli insulti rivoltigli da Lesbica in presenza del marito il segno del suo amore:

Lesbia in presenza di suo marito dice ogni male di me
E ciò per quello sciocco è motivo di infinita gioia.
Stupido, non capisci nulla? Se tacesse, dimentica di noi,
sarebbe guarita: ora, il fatto che brontoli e mi insulti,
(vuol dire che) non solo si ricorda di me, ma, cosa che è molto grave,
è arrabbiata: cioè, brucia di passione e quindi farnetica.

Anche nel c.92 Lesbia va continuamente parlando di Catullo: il poeta legge in questo comportamento il tentativo della donna di cercare un qualche sfogo alla passione amorosa. Ne è del resto ben sicuro, perché anche lui si comporta esattamente allo steso modo. L’epigramma, che appartiene ancora in inganno per le scelte lessicali di stampo familiare e quotidiano che lo caratterizzano: il gioco retorico delle ricorrenze e dei parallelismi e la scelta di un’apparente drammaticità rivelano la tecnica con cui Catullo ha elaborato questo epigramma, che suscitò per i suoi versi “pieni di grazia e di piacevolezza” l’entusiasmo dell’erudito del II secolo d.C. Aulo Gellio

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