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IL carme dei baci

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum,
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.


Questo carme, che coincide con la fase forse più felice del rapporto amoroso tra Catullo e Lesbica, si apre con l’esortazione del poeta alla donna perchè si abbandoni alle gioie dell’amore, senza timore del giudizio dei moralisti. Vita e amore sono dunque da Catullo considerati come inscindibile legati, in un’esperienza esistenziale totalizzante e appassionata.
La riflessione sulla brevità della vita umana, che occupa i versi centrali del carme, assurge poi a implicita giustificazione di una scelta di vita che implica il rifiuto del modello familiare tradizionale, ancorato all’immagine della donna come fedele custode della casa e dell’uomo come civis politicamente impegnato. Catullo, pieno dell’energia che gli deriva dal suo sentimento, osa sostituire al modello tradizionale l’anticonformistico ritratto di una coppia di amanti concentrati solo sulla realtà del loro amore. Negli ultimi versi il poeta però sembra già intuire che la sua felicità è troppo intensa per poter durare a lungo.

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