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Gaio Giulio Cesare
Roma 100 ca. – 44 a.C.
Vita

Premessa. E' impossibile scindere la vita di C. uomo politico da quella di C. "artista", o avventurarsi in due diverse valutazioni "settoriali" e "statiche", o subordinare fittiziamente l'un aspetto all'altro: unico grande scrittore della latinità ad essere "romano di Roma", egli fu altresì, e soprattutto, enorme uomo di stato e stratega e combattente, fondatore del più grande organismo politico della storia antica, l'impero di Roma (e già questo dice tutto): quasi che la sua esuberanza e la sua grande volontà di essere sempre e comunque "princeps" non lo accontentasse dei successi politici, ma lo portasse a voler anche primeggiare nel campo delle lettere.

La formazione e l'ingresso nella politica. C. nacque da una famiglia antica e patrizia, che, tuttavia, nello schieramento politico, era di simpatie popolari. Anch'egli mostrò presto simpatia per il partito democratico, cui fu presto legato anche da vincoli familiari (ancora giovanissimo sposò Cornelia, figlia di Cinna, luogotenente di Mario), e durante la dittatura di Silla lasciò Roma per il servizio militare in Asia Minore (81-78), non senza aver prima ricevuto un'accuratissima educazione grammaticale e letteraria. Quando tornò in patria, dovette sostenere alcune accuse di concussione mossegli contro. In questo episodio, mise in luce la propria grande arte oratoria, la freddezza e la compostezza, mostrando di essersi subito adeguato all'infuocata vita politica dell'Urbe.

Il "cursus honorum". Nel 68 cominciò il "cursus honorum" in Spagna, come questore. Continuò poi come edile, accattivandosi il favore del popolo con grandi feste e spettacoli. Due anni dopo fu eletto pontefice massimo, la carica più alta nel sistema religioso del periodo, molto legata alla vita politica. In questi anni, fu spesso coinvolto in tribunale, per via della congiura di Catilina, che proprio in quegli anni veniva sventata. Nel 62, ottenne la carica di pretore; l'anno dopo, il governo della Spagna. In questo periodo ripudiò la seconda moglie, Pompea, perché coinvolta in scandalo con Clodio. Intelligentemente, trattò quest'ultimo con mitezza, mirando all'appoggio politico che poteva trarne dall'amicizia. Nel 60, chiese al Senato la carica di console, ma non gli fu accordata, per via del suo irriducibile nemico Catone.

Il triumvirato e la conquista della Gallia. C., comunque, arrivò lo stesso al potere grazie a quella alleanza che in seguito sarà definita come "I triumvirato": strinse cioè un accordo del tutto privato con Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, personaggi potentissimi, scontenti anche loro dell'atteggiamento del Senato nei loro confronti. C. sposava, poi, in terze nozze Calpurnia, e contemporaneamente dava in isposa Giulia, la proprio figlia, a Pompeo. L'accordo portò i suoi frutti, e nel 59 fu eletto console. Da questo momento in poi, darà prova delle sue doti militari e politiche, distinguendosi e superando qualsiasi rivale: proconsole delle Gallie nel 58, ne intraprese la conquista, terminata nel 51.

La guerra civile: uomo più potente di Roma. La formidabile ascesa al potere cominciò a procurargli numerosi e reali nemici: il conflitto col senato e l’aristocrazia romana e lo scontro con Pompeo sfociarono (49) in guerra civile: vinti i pompeiani in Spagna e a Marsiglia, C. raggiunse lo stesso Pompeo in Grecia, sconfiggendolo a Farsàlo (48) e soffocandone definitivamente i focolai di resistenza. Intanto, padrone assoluto di Roma, C. ricoprì – talora contemporaneamente – dittatura e consolato, attendendo ad una radicale riforma della costituzione dello Stato.

Il cesaricidio. Il 15 marzo ("idi") del 44, veniva tuttavia assassinato da un gruppo di aristocratici di irriducibile fede repubblicana, preoccupati per le tendenze aristocratiche e regali ch'egli sempre più andava assumendo.


Opere

Opere minori. Tra le composizioni giovanili di C., mai pubblicate, si ricordano generalmente il poemetto "Laudes Herculis" e la tragedia "Oedipus": forse si dedicò anche alla poesia amorosa. Il poemetto perduto "Iter", a memoria del viaggio fatto da Roma in Spagna, prima della battaglia di Munda (46 a.C.), appartiene invece agli anni della maturità. Compose anche una raccolta di sentenze ("Dicta"), un'opera di carattere astronomico ("De astris"), delle "Epistulae" (celebri al suo tempo, ma oggi purtroppo perdute) e alcune importanti orazioni. Riguardo queste ultime, non ci restano che alcuni titoli e qualche frammento (un peccato, perché le orazioni di C. ebbero il plauso di Svetonio, Cicerone, Quintiliano e Tacito, il che fa pensare che fossero molto belle): una del 77, contro un Cornelio Dolabella; due nel 63 (mentre era "Pontifex Maximus"), una in difesa dei Bitini (ne abbiamo solo l'esordio), l'altra in difesa dei Catilinari (ne possediamo però il rifacimento sallustiano). Sappiamo che, nel 67, C. compose anche gli elogi funebri per la zia paterna (vedova di Mario) e per la moglie Cornelia; nonché è opportuno ricordare anche i discorsi "diretti" contenuti nei "commentarii" [uno nel B.G., VII 77; due nel B.C., II 31-32 e III 87). C., per tutte queste orazioni, si atteneva agl'insegnamenti di Molone di Rodi, che evitava rigorosamente gli eccessi dell'asianesimo.

Ma le opere "minori" più importanti del nostro autore sono decisamente l’ "Antìcato" e il "De analògia": il primo, in 2 libri, fu scritto [45?] in polemica, non aliena da intenti politici, con l’elogio di Catone fatto da Cicerone nel 46; il secondo [55-52?, comunque durante le pause della campagna gallica] era un’opera grammaticale in 2 libri, che interveniva nella controversia fra "analogisti" e "anomalisti" sul problema della natura delle lingue (queste, ci si chiedeva, dovevano esser sottoposte a regole razionali - quelle appunto dell' "analogia" - o potevano essere oggetto di creazioni arbitrarie, "senza leggi" - anomale - secondo la fantasia degli scrittori?): formatosi alla scuola dell'analogista M. Antonio Grifone, C. risolse per un ideale linguistico fortemente improntato ai criteri della "ratio" e del "purismo" (ad es., sosteneva la necessità di declinare alla latina le parole greche) e tenacemente avverso a ogni concessione alla "consuetudo" e all' "usus"; insomma, per lui il linguaggio si costruisce mediante una selezione naturale-razionale-sistematica. Come appare chiaro, il "De analògia" fungerà da programma e, al tempo stesso, da preparazione alla composizione delle opere maggiori.

Corpus Caesarianum. I capolavori di C. sono ovviamente quelli d'impianto storico, contenuti, insieme ad altri spurii, nel cosiddetto "Corpus Caesarianum"; esso comprende:

- "Commentarii de bello Gallico" o semplicemente "Bellum gallicum". Sono 7 libri, uno per ognuno dei 7 anni della guerra gallica, e cioè dalle spedizioni contro gli Elvezi e contro Ariovisto (58) alla presa di Alesia e alla sconfitta di Vercingetòrige (52). E’ opera scritta "di getto", probabilmente fra il 52 e il 51 (ma c’è anche chi pensa ad una scrittura graduale e contemporanea agli eventi), con grande equilibrio e straordinario senso della storia.

Con quest’opera, C. intese evidentemente reagire alle critiche degli avversari politici per i grossi sacrifici di sangue e di denaro che la guerra aveva imposto: egli presentava così ai Romani la conquista della Gallia come una necessità storica volta ad evitare che i Germani, passato il Reno, invadessero appunto quella regione, premendo pericolosamente ai confini di Roma. Completati e integrati dall’ VIII libro, che copre gli anni 52-51 ed è solitamente attribuito al generale Irzio, furono seguiti dai

- "Commentarii de bello civili" o semplicemente "Bellum civile" [47 - 46?]. Questi sono in 3 libri, e narrano i fatti degli anni 49-48 (guerra civile contro Pompeo), dal passaggio del Rubicone (genn. 49) al principio della guerra alessandrina (nov. 48). Non è affatto certo che la divisione in 3 libri risalga allo stesso autore: è possibile, infatti, che il I e il II formassero un unico libro, dato che (tenendo presente, in questa supposizione, la scansione del commentario precedente) narrano gli avvenimenti di un solo anno, il 49, mentre a quelli del 48 è dedicato il III.

Il tono, rispetto alla precedente opera, è più partecipe (arrivando addirittura a sfiorare il satirico, quando assale gli avversari), anche per l’intento - pur se non palesemente - "apologetico": C., difatti, vuole mostrarsi come colui che si è sempre mantenuto nella legalità, e che anzi l’ha sempre difesa; insiste, con ciò, sulla propria costante volontà di "pax"; mostra i propri esempi di "clementia" verso i nemici sconfitti; e così via. Manco a dirlo, il destinatario della sua propaganda è lo strato "medio" e "benpensante" dell’opinione pubblica romana, pedina fondamentale per oggni velleità di potere.

Nel corso della narrazione, vengono a trovarsi di fronte da una parte C. e dall’altra una classe dirigente ormai indegna di governare: questa contrapposizione "manichea" tra il vecchio e il nuovo è il fulcro centrale di questa entusiasmante opera storico-narrativa, ed è anche la sua chiave d’accesso. E’ lui, infatti, C., l’esecutore di un processo storico rivoluzionario, che senza alcun dubbio porterà al superamento dell’oligarchia-senatoria a vantaggio del popolo romano e ad una nuova era di gloria per Roma.

Certamente, essendo stata scritta da C. stesso, l’opera non può essere asetticamente imparziale: tuttavia, nessuno può mettere in dubbio la sua grandezza e la sua sincerità. Egli, infatti, è sincero quando condanna la guerra civile e ne attribuisce la colpa a Catone e agli ottimati, perché loro e non Pompeo erano i veri colpevoli. Loro avevano infangato la sua "dignitas", loro con il "senatus consultum ultimum" avevano vietato ai tribuni il diritto ad esporre il veto. C., di per sé, non voleva la guerra civile. Se così non fosse come si spiegherebbe il suo comportamento nei confronti degli avversari? Non c’è stato un combattimento, poiché il suo scopo era far arrendere l’avversario e non distruggerlo, e ciò avviene soprattutto nella guerra di Spagna contro Afranio e Petreio e nei primi anni della guerra contro l’esercito di Pompeo. Come spiegare, ancora, la clemenza di C.? O la mancanza, nell’opera, di frammenti e di riferimenti riguardanti l’attraversamento del Rubicone? Inoltre dalla lettura viene fuori anche un grande amore del generale per i suoi soldati, tanto grande non fargli citare mai nell’opera l’ammutinamento della nona legione a Piacenza. Egli, poi, non parla mai di "hostes", ma di "adversarii", perché gli "hostes" non possono essere cittadini romani. Nella sua opera, insomma, non c’è odio, né nei confronti di Catone e degli ottimati, né tantomeno nei riguardi di Pompeo. Quest’ultimo si rammaricava di non essere cittadino romano ed era geloso dei successi di C., che offuscavano il suo nome; C., da parte sua, definiva Cnaeus Pompeius Magnus come un uomo che aveva sbagliato i calcoli e che si era fatto troppo entusiasmare dagli ottimati e dal desiderio della dittatura, ma egli stesso sapeva benissimo che era anche il solo in grado di poterlo valutare e di poter comprendere il suo vero ideale politico. Il nostro autore non commenta la morte di Pompeo, la narra e nel suo silenzio c’è angoscia: non a caso, l’opera termina con l’assassinio di Potino, ordinato proprio da C. per vendicare il grande Pompeo.

- "Bellum Alexandrinum" (sull’omonima guerra, 48-47), di cui pare essere autore il già citato Irzio;

- "Bellum Africanum" (in "sermo vulgaris") e "Bellum Hispaniense", in cui scrittori di molto minore levatura, forse essi stessi generali di C., narrano appunto le guerre d’Africa e di Spagna (46).


Considerazioni

Fra tendenza all'oggettività storica e subliminale distorsione ideologica. Nei suoi "Commentarii", C. si propose di fornire materiali agli storici per stendere un’opera criticamente valida; smentì, del resto, di voler fare un’opera d’arte, limitandosi a descrivere le vicende di cui fu protagonista e testimone, e spiegando, senza mezzi termini, le ragioni del suo comportamento militare e politico. E’ da dire, comunque, che sotto questa pretesa d'impassibilità, la critica recente ha tuttavia ritenuto di scoprire interpretazioni tendenziose e deformazioni quasi "subliminali" degli avvenimenti, a fine di propaganda.

Comunque, proprio il suddetto presunto proposito di verità, nonché la semplicità stilistica, conferiscono a tali opere bellezza, dignità ed eleganza, frutto anche di lunga consuetudine di studio e di lima. Lo stesso titolo di "Commentarii" può significare che si tratta di libri di memorie o di appunti presi giorno per giorno; una sorta di diario che riporta il nudo tessuto degli avvenimenti.

Sulla traccia del greco Senofonte, poi, C. racconta i fatti in terza persona, al fine di attribuire il massimo di oggettività agli avvenimenti narrati e ai suoi comportamenti; da questo scrupolo dell'oggettività è derivato il rifiuto di inserire lunghi discorsi in forma diretta, così cari, invece, agli storici antichi.

Il valore artistico. Ma accanto al valore storico non si può dimenticare l'effettivo valore artistico di queste opere, che in tutti i tempi hanno costituito un testo base per lo studio della lingua latina. <<Nudi sono – diceva già Cicerone – schietti e semplici questi Commentarii, che, pur essendo privi di ogni ornamento, sono pieni di grazia>>. Non minori sono gli elogi tributati all’opera dagli studiosi moderni: il Marchesi, ad es., afferma che nessuno degli antichi seppe scrivere un opera <<dove siano adoperate meno parole per dire tutto, dove tutte le cose più complicate siano espresse con così sobria e precisa chiarezza da sembrare disegnate>>. La narrazione, come visto, è sempre condotta in modo personalissimo e sempre fresco e non viene mai appesantita dall’autocelebrazione.

"Manicheismo" politico, ma grande rispetto per gli "adversarii". Sul piano strutturale dell'intera opera, ogni elemento linguistico punta direttamente a mettere in mostra la figura dello scrittore, che è insieme demiurgo-ordinatore di ogni azione; autore-narratore di ogni piano e di ogni progetto; attore-protagonista di ogni scena ideata e realizzata. Una preziosa spia, in tal senso, è il fatto che il racconto - come accennato - è sapientemente riportato in terza persona e in essa il nome di "Caesar" oppure, in sua vece, "is" o "ipse" appare quasi in ogni capitolo. Prevale nella narrazione spesso anche la prima persona plurale ("nostri", "nostrum", "nostrorum"): e ciò sia per mettere sempre in prima linea la persona dell'autore sia per coinvolgere, per quanto su un piano inferiore a quello del comandante, gli attori secondari del racconto, che sono, poi, sempre "i soldati di Cesare". Ad essi si contrappongono, nella veste di soggetti passivi, oggetto del racconto, i nemici, che, nel "De bello gallico" sono i barbari con i loro vari nomi, nel "De bello civili", invece, sono gli oppositori politici dello scrittore, anch'essi puntualmente individuati. Naturalmente, alcuni di questi nemici hanno una grande personalità (ad esempio, Vercingetorige nel "De bello gallico" e il già detto Pompeo nel "De bello civili"), tuttavia nessuno di essi sopravanza la statura del narratore, che tutti riesce a superare.

C. "regista" e "attore" della storia e del racconto: il ruolo delle forme verbali. In questo contesto, ha molta importanza, quindi, mettere in evidenza i termini del linguaggio che esprimono le azioni continue e turbinose della guerra, quali siano soprattutto i verbi: attraverso i loro significati è facile cogliere l'intima ansia dello scrittore, che pone su un versante i predestinati, i privilegiati, i vincitori, ossia quelli della sua parte; sul versante opposto, invece, egli colloca i nemici, tutti destinati alla sconfitta. Gli scenari delle battaglie vengono concepiti sempre come degli immensi palcoscenici, in cui le azioni del "regista-attore" vengono scandite appunto dall'uso dei tempi del verbo, in cui prevale il presente storico, che consente allo scrittore, da un parte, di vivacizzare il racconto, suscitando l'attenzione del lettore, dall'altra, di "rappresentare" quasi cinematograficamente gli eventi narrati (non mancano il perfetto e 1'imperfetto, ma ciò avviene con minore frequenza e il loro uso è subordinato alla volontà del narratore di frapporre una netta separazione tra se stesso e la narrazione).

Stile e lessico. Sul piano stilistico, poi, a C. vengono concordemente riconosciute dalla critica le seguenti qualità: la chiarezza (= "perspicàitas"), ossia un procedimento lineare e terso, alieno da ogni pensiero contorto e involuto; la brevità (= "brevitas"), che mira all'essenzialità e alla rapidità; l'assenza di ornamenti superflui, come bene intuì il già citato Cicerone; l'eleganza del dettato (= "urbanitas"), al punto che pochi sono gli scrittori dell'intera latinità che possano gareggiare con 1ui in purezza e proprietà di linguaggio; sotto questo punto di vista, egli incarnò quel "puri sermonis amator", che, in uno scritto minore, aveva vista realizzato nel poeta comico Terenzio; infine, l’armonia e simmetria dei costrutti, che gli antichi (con Cicerone ancora, che ne fu il massimo maestro) chiamavano "concinnitas". Sul piano lessicale, inoltre, C. lascia da parte la tendenza all’arcaismo e compie determinate scelte sui vocaboli, senza preoccuparsi se poi ciò causerà molte ripetizioni. Infine, sul piano sintattico, egli predilige la paratassi all’ipotassi, soprattutto per motivi di chiarezza, e riesce a costruire sempre un periodare lineare e lucido.

Valore "socio-geo-politico" dell'opera. Grande, infine, risulta il valore dei "Commentarii" sia per ciò che si riferisce alla geografia, all'etnografia, all'economia, alla civiltà dell'Europa nord-occidentale, sia specialmente (e ovviamente) per quanto riguarda le istituzioni e gli usi militari dei Romani. C., anzi, si presenta davvero come l'unico grande storico militare della latinità e come uno dei più autorevoli informatori geografici dell'antico mondo germanico.

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