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Publio Cornelio Tacito

Vita
Della sua biografia sappiamo ben poco: forse il suo prenome sarebbe stato Publio o Gaio e il luogo di nascita è da collocare in una regione della Gallia, nella pianura padana, verso il 50 d.C. circa. Tacito sposa la figlia di Giulio Agricola, uomo politico, generale brillante, cui lo storico dedicherà vent’anni più tardi una biografia commemorativa. Negli stessi anni aveva inizio anche la carriera politica e le prime tappe del cursus honorum: sotto Domiziano è già pretore e alla guida di una provincia. Nel 97 è consul suffectus, nel 100 sotto Traiano difende i provinciali d’Africa mostrandosi come uno dei migliori oratori in piazza. Nel 112-113 è proconsole nella provincia d’Asia e muore intorno al 120 all’età di settant’anni circa.

Durante la sua carriera Tacito riuscì ad ottenere una grande stima dagli imperatori anche molto diversi, una brillante esperienza dell’oratoria giudiziaria, oltre alla passione per la storiografica, che ne fa l’ultimo grande storico della letteratura latina.

De vita et moribus Iulii Agricolae
L’opera venne pubblicata probabilmente dal 98 ed è incentrata sulla commemorazione del suocero Giulio Agricola. Giulio Agricola, dotato di grande vigor, moderazione e senso della misura, aveva raggiunto il consolato nel 77 e fu impegnato a lungo nella zona settentrionale della Britannia, data la tenace resistenza delle popolazioni locali.

Tacito premette al resoconto delle campagne di guerre un excursus etnografico sui Britanni che in parte richiama il contenuto del De bello Gallico di Cesare, sulle notizie di carattere geografico, dell’origine della popolazione, tracciando un quadro dei loro usi e costumi. Le campagne militari durano dal 78 all’84 e culminano nello scontro contro i ribelli Caledoni, nella Scozia attuale. Gli ultimi capitoli narrano del ritiro a vita privata e della morte di Agricola, col sospetto che sia stato avvelenato da Domiziano.

L’Agricola non è solo l’omaggio di Tacito alla memoria di un congiunto ma soprattutto nasce dal bisogno di chiudere i conti con il terribile quindicennio di Domiziano, imperatore violento e sanguinario liquidato nel 96 da una congiura. Sotto Domiziano il senato ha dimostrato a quali estremi possa giungere la paura e il servilismo nei confronti di un imperatore dispotico. Del resto tra la folle repressione domiziana rientrava lo stesso Agricola. L’assunzione dell’impero da parte di Nerva e di Traiano segna l’avvento di una nuova stagione, in cui si ha la conciliazione di due elementi in precedenza incompatibili, principato e libertà.

L’Agricola infine rappresenta una denuncia della passata schiavitù e una testimonianza dell’attuale buongoverno. La vicenda di Agricola serve a mostrare come anche sotto cattivi principi si possa onestamente servire lo Stato, senza scadere negli eccessi del servilismo.

De origine et situ Germanorum [Germania]
All’incirca nel medesimo lasso di tempo in cui pubblicava l’Agricola risale il trattato etnografico conosciuto come Germania. Probabilmente nato come excursus da inserire in un’opera storica di più ampio respiro, è composta da 46 capitoli in due metà di lunghezza pressappoco equivalente.

Nella prima sezione Tacito fornisce informazioni generali sull’etnia germanica, dall’origine al clima e alla posizione geografica, dalla struttura sociale e familiare alla religione, dalla posizione della donna al ruolo degli schiavi.

Nella seconda sezione sono invece passate in rassegna le singole tribù, delle quali vengono messi in luce i tratti peculiari e distintivi: lo sguardo dello storico procede da ovest verso est. L’interesse di Tacito era forse quello di fornire notizie su questo avversario potenziale che avrebbe potuto trasformarsi in un nemico reale. Molto presenti sono le tecniche e strategie di guerra.

Il tratto che più colpisce è l’ammirazione che traspare per quella cultura, in particolar modo per le istituzioni familiari e per la posizione della donna. Tacito contrappone espressamente la virtù dei “barbari” alla decadenza morale di Roma: tra i Germani l’adulterio è un fenomeno rarissimo, il matrimonio è un istituto solido e onorato, mentre a Roma vi erano le spregiudicate matrone dell’aristocrazia e leggi tanto severe quanto inefficaci a porre rimedio al degrado morale. Nasce così in Tacito il mito del buon selvaggio: l’idea che i popoli “primitivi”, lontani dalle tentazioni e dalle raffinatezze della “civiltà”, abbiamo conservato proprio per questo un maggiore rigore, uno spirito genuino e incontaminato. I Germani sono oggi quello che i Romani stessi sono stati in un remoto passato e al pari di quest’ultimi sono potenzialmente in grado di conquistare il mondo.

Dialogus de oratoribus
L’attribuzione a Tacito dell’opera, risalente al 100-102 d.C., è piuttosto controversa in quanto lo stile è assai diverso da quello molto personale e facilmente riconoscibile delle altre sue opere, mentre ha affinità con quello di Quintiliano.

Tacito intende affrontare un problema che da tempo impegnava il dibattito intellettuale: la decadenza dell’oratoria, la quale aveva raggiunto i suoi vertici negli anni di Cicerone, mentre nell’epoca imperiale a stento veniva praticata. Tacito discute del tema immaginando di riportare un dialogo effettivamente avvenuto nel 75, al quale avevano partecipato alcuni dei più apprezzati oratori e letterati del tempo: Curiazio Materno, che ha esordito come brillante avvocato ma ha poi abbandonato il Foro per dedicarsi alla poesia; il suo amico Marco Apro, che nel dialogo gioca il ruolo del difensore dell’oratoria, poiché non è affatto convinto che ci sia stata una decadenza dell’oratoria; Vipstano Messalla, che è invece un difensore degli antichi e discute a lungo le ragioni che a suo giudizio sono alla base dell’attuale declino.

Curiazio Materno condivide la diagnosi di Messalla sulla decadenza dell’oratoria, ma la riconduce a ragioni politiche: la repubblica alimentava un dibattito pubblico estremamente vivace, a tratti violento, del quale proprio l’oratoria era una delle armi fondamentali, che poteva dare all’oratore una visibilità eccezionale nella società. Materno non ha alcun rimpianto per quel regime, considerato anarchia che gli sciocchi chiamavano libertà, al punto che la repubblica si era distrutta con le sue proprie mani. Il regime imperiale ha restituito finalmente armonia al corpo civico e rispetto ai benefici assicurati dal principato. Dunque, la scomparsa della grande oratoria politica è un prezzo che vale la pena pagare. Questa esaltazione del principato come apportatore di pace e ordine è stoltamente opposta a quella valutazione del regime imperiale in altre opere di Tacito.

Historiae
Tacito lavorò alle sue Historiae intorno al 105 e per circa cinque anni. Intento suo è ricostruire la storia recente della città, dalla caduta di Nerone, a metà 68, fino all’uccisione di Domiziano nel 96, che pone fine al governo della dinastia Flavia.

L’opera ci è giunta solo in parte, abbiamo integralmente i primi quattro libri e la parte iniziale del quinto, che narrano gli avvenimenti del 69-70, quindi quelli dell’anno dei quattro imperatori che si alternarono rapidamente, Galba, Otone, Vitellio e infine Vespasiano. Sappiamo inoltre che le Historiae e gli Annales comprendevano in tutto trenta libri.

Le Historiae si aprono con un ampio proemio in cui è presentata un’intera panoramica dell’opera: le cause profonde della storia possono essere capite non solo guardando la situazione di Roma ma allargando lo sguardo alle provincie e agli eserciti, che hanno proprio dimostrato il loro ruolo decisivo nelle vicende dell’impero.

Il tema dominante dell’intera opera è la guerra in ogni sua forma: guerra contro i barbari, guerra civile, rivolta militare, tentativo di secessione dei provinciali. Nel contesto della battaglia di Bedriaco, in cui i sostenitori di Otone e di Vitellio si sono scontrati all’ultimo sangue, Tacito inserisce un lungo excursus che si allarga all’intera storia di Roma, fatta di una successione infinita di guerre civili, dagli scontri fra patrizi e plebei alle lotte fratricide e le scie di sangue civile che si lasciano dietro. Anche il quadro degli eserciti e della loro funzione è molto cupo. Le milizie hanno un ruolo determinante nelle vicende politiche dell’impero e le ascese al potere degli imperatori sono sfuggiti al controllo del senato, che è passato all’iniziativa dei soldati. Anche i pretoriani, organo voluto da Augusto come guardia del corpo del principe, determinano la supremazia spietata del potere imperiale.

Afflitto dalle nostalgie repubblicane, Tacito sa bene che non esiste nessuna possibilità di riportarla in vita, il principato è una realtà ormai ineluttabile, nonostante tutti i suoi limiti. In particolare il principe induce un clima di conformismo e di adulazione verso il quale Tacito ha solo parole di disprezzo, ma che comunque accetta poiché è l’unica alternativa al collasso della società. Il patto che Roma propone ai suoi sudditi è fondato sullo scambio obbedienza contro sicurezza.

Nell’excursus etnografico dedicato agli Ebrei, è dipinta una cultura degradata, chiusa nei confronti degli altri popoli, vittima di superstizioni assurde e pratiche religiose che rappresentano una copertura e giustificazione per i propri vizi. Se prima Roma aveva combattuto contro nemici dignitosi, ora sembra che persino gli avversari specchino la stessa degenerazione di quest’ultimo.

Annales ab excessu divi Augusti
In origine l’opera era composta da 18 libri, ci sono giunti i primi sei libri, che narrano il principato di Tiberio, e i libri dall’undicesimo al sedicesimo, in cui si narra degli ultimi anni di Claudio e del principato di Nerone. Tacito analizza i mutamenti decisi nell’intero corpo civico, l’affermarsi di un diffuso servilismo nei ceti un tempo dirigenti (aristocrazia senatoria, progressivamente scomparsa in famiglie che si estinguono, che si riducono in povertà e che vengono represse dagli imperatori) e di una generalizzata passività nelle classi popolari. Tutto dipende dalla volontà del principe.

Tre sono le figure importanti dell’opera: Tiberio è una personalità tormentata, un uomo animato da una feroce crudeltà e manie di persecuzione, affiancata alla dissimulatio, la capacità di fingere e di fare il doppio gioco. Claudio invece è un incapace e un debole, che ha affidato il governo dell’impero ai suoi liberti, che stabiliscono la politica imperiale e la stessa vita del principe. Nerone infine, tenuto a freno dall’opera di consiglieri come Seneca e Afranio Bruno, esplode in una onnipotenza lasciando una lunga scia di sangue.

Inoltre, da buon aristocratico, Tacito è indignato dalla smodata passione per i giochi del circo e il desiderio ridicolo di esibirsi come cantore e poeta di Nerone. Il senato è incapace di esprimere un reale controllo sull’operato dell’imperatore e si piega al deforme obsequium (degradante servilismo) e alla abrupta contumacia (opposizione arrogante). Il rispetto di Tacito va a coloro che hanno sfidato lo strapotere imperiale per non piegarsi al generale assecondamento, come Trasea Peto.

Le fonti a cui accinge l’opera non sono solo documenti di autori precedenti, ma vengono utilizzati anche quelli ufficiali, come gli acta diurna, sorta di diario di avvenimenti dell’impero, e gli acta senatus, i registri conservati negli archivi pubblici.

Notevole l’analisi psicologica dei diversi personaggi, sulle motivazioni delle loro azioni, le paure segrete, le emozioni e i timori; non mancano i tratti del pathos e della suspense, del colpo di scena teatrale, come quello sulla fine di Agrippina.

Lingua e stile
Sono pressoché assenti i grecismi, Tacito evita i tecnicismi. L'autore coltiva la brevitas, adotta uno stile essenziale, elima qualsiasi termine che possa facilmente essere sottinteso, cerca l’espressione condensata. Usa la sententia, una frase breve, che mira a esprime in forma efficace un principio o a sintetizzare una situazione. Ha spesso caratteri della paradossalità e del sarcasmo, collegati soprattutto all’effetto sorpresa quasi teatrale. Viene sistematicamente evitata la concinnitas ciceroniana, la ricerca della simmetria nelle forme e nello stile, e preferisce la variatio, in cui vengono invertite parole o usati parallelismi. Così Tacito mira a esprimere una realtà complessa, multiforme, con sfumature sfuggenti.

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