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(Publio) Cornelio TACITO

VITA - Le notizie su Tacito sono assai scarse, derivanti in gran parte dalla sua stessa opera o dalle lettere dell’amico Plinio il Giovane. Si pensa che il suo luogo di nascita fosse la Gallia, dove sia il nomen Cornelius sia il cognomen Tacitus erano diffusi. Anche la data di nascita è incerta, grazie a Plinio si pensa che nacque nel 55-57 - Plinio, classe 62, non era suo coetaneo, quando lui era solo adolescente, Tacito era già famoso. Di famiglia agiata, Tacito compì il tradizionale corso di studi dei giovani destinati ad entrare in politica, il che avvenne nel 78, anno delle nozze con la figlia di Giulio Agricola, uomo molto in vista al tempo. Iniziò il cursus honorum nel senato romano, quindi divenne prima questore sotto Vespasiano, poi edile (o tribuno) sotto Domiziano e pretore, facendo anche parte dell’antico collegio sacerdotale dei quindecemviri (quello che compilò le leggi delle XII tavole). Nell’89 lasciò Roma per un incarico di propretore in Gallia e tornò nel 93. Nel 97 invece tornò a dedicarsi alla politica, come consul suffectus sotto Nerva. Sostenne l’accusa dei provinciali d’Africa contro Mario Prisco e ottenne il proconsolato d’Asia. Morì probabilmente nel 117.

OPERE - Tacito è considerato, assieme a Livio, il massimo storico della letteratura latina. Fu autore di:
• 2 brevi MONOGRAFIE - Agricola e Germania (pubblicate entrambe nel 98)
• 2 vaste OPERE ANNALISTICHE - Historiae e Annales (il principato da Augusto a Domiziano, 14-96 d.C.)
• ORAZIONI (non pervenute) di genere giudiziario ed epidittico (dimostrativo) - fu infatti consul suffectus
• DIALOGUS DE ORATORIBUS - è in discussione sia l’attribuzione a Tacito sia la data di composizione

DIALOGUS DE ORATORIBUS
Il Dialogus de oratoribus è un trattato in forma dialogica di argomento filosofico, che ha come modello Cicerone (De oratore). L’attribuzione a Tacito è in dubbio da tempo, soprattutto in merito allo stile, troppo simile ai modelli neociceroniani divulgati da Quintiliano e molto diverso da quello delle altre opere di Tacito (aspre e irregolari). Anche la data è molto contestata: per alcuni è dell’80 (anno in cui è ambientato) altri propendono per il primo decennio del II sec. per la dedica a Fabio Giusto, console nel 102.

RIASSUNTO - Tacito afferma di riferire una conversazione a cui egli stesso ha partecipato presso la casa di Curiazio Materno, oratore e poeta tragico; correva l’anno 74-75, sotto il principato di Vespasiano. Gli interlocutori sono lo stesso Curiazio Materno, poi Marco Apro, Giulio Secondo e Vipstano Messalla.

Marco Apro rimprovera Materno di tralasciare l’eloquenza (di cui fa un alto elogio) per la poesia, che può “offendere le orecchie dei potenti” e obbliga i poeti a una vita solitaria. Materno replica con un elogio della poesia, che consente la libertà di spirito e un’esistenza serena, lontana dagli affanni. S’inserisce Messalla, che sposta l’argomento sulla decadenza dell’oratoria: Apro nega che l’eloquenza moderna sia inferiore a quella antica; Messalla afferma il contrario, per l’abbandono dei sistemi educativi di un tempo (una volta i giovani si esercitavano sul campo, ora in scuole chiuse con diatribe fittizie). Curiazio Materno individua le cause della decadenza nella politica: l’eloquenza può fiorire solo in tempi di libertà politica (che comporta però disordine, sangue e discordie) - nella tranquillità del principato la fiamma dell’eloquenza si spegne.

Le tesi di Curiazio Materno coincidono con quelle di Tacito nelle opere storiche, sono il centro ideologico del dialogo: l’autore accetta la realtà del principato, ma non nasconde la sua profonda ammirazione per uomini e valori della repubblica, pur nella consapevolezza che quel passato non tornerà mai più.

AGRICOLA
De vita et moribus Iulii Agricolae o De vita Iulii Agricolae, fu concluso nel 97 e pubblicato l’anno seguente.

RIASSUNTO - Dopo un importante proemio, l’autore rievoca origini, formazione e carriera di Agricola, il protagonista, fino all’anno in cui ottiene il proconsolato in Britannia (78). Si apre un excursus geografico ed etnografico sull’isola (abitanti, clima, prodotti) cui segue una ricostruzione per sommi capi della conquista romana. La parte centrale è dedicata all’attività amministrativa di Agricola, accompagnata da fortunate campagne militari. Assume particolare rilievo la battaglia contro i Caledoni, popolazione fiera e valorosa: nel discorso di Calgaco, il loro capo, vengono riportate le ragioni di quella strenua resistenza e in quello di Agricola, simmetricamente, vengono spronati i legionari. La battaglia si conclude con la vittoria romana. Il richiamo del princeps però interrompe l’opera, forse per invidia, e Agricola muore prematuramente (e in modo sospetto) nel 93, dopo essersi ritirato a vita privata e aver rifiutato il proconsolato d’Asia.

GENERE - È difficile stabilire se l’Agricola appartenga a un solo genere letterario: alcuni lo considerano una biografica encomiastica, alcuni una laudatio funebris, altri un libello politico, ma è anche una monografia.
• BIOGRAFIA - Di Agricola si sanno origini, ritratto fisico e morale, formazione, gesta, morte ed esequie;
• LAUDATIO FUNEBRIS - Suggeriscono questo genere l’esordio e l’epilogo, che ha una commemorazione del defunto con tanto di apostrofe che esalta le virtù di Agricola con toni fervidi e commossi;
• PAMPHLET POLITICO - Presentando le virtù degne di nota di Agricola, Tacito vuole far riflettere sul presente di Roma (già nell’aspro proemio) denunciando i crimini di Domiziano e elogiando Nerva e Traiano;
• STORIOGRAFIA - Le ragioni dell’opera nel proemio, l’excursus geo-etnografico dei Britanni, la descrizione della feroce battaglia fra Caledoni e Romani e i discorsi simmetricamente opposti dei rispettivi condottieri.

L’opera dunque è una sorta di intersezione fra più modelli letterari, ma il libretto è tenuto unito dall’autore (dal suo sguardo teso e appassionato, dal pensiero politico e dalla forza e drammaticità della narrazione). Inoltre, con Agricola Tacito vuole indicare un modello di comportamento politico: pur vivendo in un’epoca difficile, Agricola non viene meno ai suoi doveri, continuando a servire fedelmente lo stato. Ricorrono in ciò i valori della civitas e l’esigenza di anteporre gli interessi della res publica ai propri. Tacito elogia anche la virtù di medietas, propria di Agricola, una via di mezzo fra deforme obsequium e abrupta contumacia.

GERMANIA
Germania è una breve monografia di argomento geo-etnografico (De origine et situ Germanorum) del 98.

1A PARTE - Priva di proemio, è divisa in due parti: nella prima, dopo un rapido accenno alla posizione geografica e ai confini della regione, vengono analizzati gli aspetti comuni a tutte le tribù germaniche: origini, aspetto fisico, usi, credenze, istituzioni e costumi, oltre al clima e alla configurazione del territorio.
2A PARTE - In questa parte vengono analizzate le caratteristiche delle singole popolazioni germaniche, delle quali ne vengono considerate circa una 70ina, partendo dal Reno e spostandosi sempre più verso l’interno.

FONTI - Fonti di Tacito furono il De bello Gallico di Cesare, ma anche opere perdute di Livio e Sallustio. Anche Cremuzio Cordo, Fenestella, Aufidio Basso e Plinio il Vecchio trattarono di guerre contro i Germani.

GERMANI E ROMA - Considerata dalle genti dell’Europa meridionale come una terra favolosa e remota, la Germania venne a contatto con i Romani nel II sec. a.C. quando Cimbri e Teutoni furono sconfitti da Mario nelle battaglie di Aix-en-Provence e Vercelli. In seguito, Ariovisto occupò i territori dei Sequani e minacciò di conquistare tutta la Gallia, ma fu fermato da Cesare. Il Reno simboleggiò il confine naturale tra i due popoli, anche se spesso Roma cercò di valicarlo per motivi di conquista. L’espansionismo romano fu portato avanti anche da Druso e Tiberio, fino alla sconfitta di Teutoburgo ad opera di Arminio. Per tutto il secolo le operazioni militari sul Reno si erano moltiplicate, e anche durante l’età di Tacito questo era sentito come un problema di scottante attualità (Traiano in quegli anni era legato in Germania superiore).

VIRTÙ DEI GERMANI - Il popolo dei Germani apparve a Tacito fiero, vigoroso e integro, sia fisicamente sia moralmente. Essi erano una razza incontaminata, non mescolata ad altre, di guerrieri forti e intrepidi, che disdegnano il lusso e vivono sobriamente, senza temere il pericolo e sempre pronti alla morte. L’elogio dei Germani conduce allusivamente al confronto con Roma: tanto i Germani erano integri quanto i Romani corrotti, il che poteva simboleggiare una minaccia per Roma. La loro ardua resistenza alla sottomissione derivò dal loro amore per la libertas (da ciò deriva che virtus è indivisibile dalla libertà, i Germani sono indomabili perché sono liberi - anche qui c’è un riferimento polemico alla degradata Roma). Si tratta anche della relazione fra schiavi e liberti, con questi ultimi che presso i Germani non erano di condizioni molto superiori degli schiavi (a Roma invece a lungo avevano spadroneggiato i liberti di corte). Anche riguardo i funerali, vengono descritti usi e costumi: i Germani portavano in tomba le proprie armi, a volte veniva dato fuoco al loro cavallo, e il sepolcro era molto semplice (un cumulo di zolle) senza fastosità (quelli romani erano invece un’occasione di sfoggiare il proprio prestigio e il proprio potere).

VIZI E DEBOLEZZE - Tacito non omette però anche le qualità negative dei Germani: indolenza, crudeltà, rissosità, ebbrezza e inettitudine alle faccende non guerresche. Quando non sono in guerra, trascorrono gran parte del tempo a cacciare, e ancor di più a oziare (sono dediti al sonno e ai cibi). Con un misto di sarcasmo e angoscia, Tacito spera che da queste debolezze possa derivare una futura salvezza per Roma.
HISTORIAE e ANNALES
Nel proemio dell’Agricola, Tacito annunciò il proprio programma storiografico: narrare gli eventi infausti del principato di Domiziano e quelli felici del principato di Nerva e Traiano. Ciò però subì delle modifiche, poiché nelle Historiae lo sguardo è posto interamente al passato (avvertendo di riservare la parte di Nerva e Traiano all’età più matura) ma, terminatele nel 110, neanche con la nuova opera Annales Tacito riesce a concentrarsi sul presente, si concentra infatti ancora sul passato, dalla morte di Augusto a tutta la dinastia giulio-claudia fino alla morte di Nerone. Gli Annales si ricongiungono all’inizio delle Historiae, le quali comprendono l’intera età flavia e la guerra civile seguente. Tacito non volle mai trattare di quell’epoca che definì “felice” poiché si rese conto che il ripristino della libertas restava anche sotto Traiano un obiettivo puramente formale (il senato era emarginato dal governo e gli antichi mores parevano irrecuperabili).

Sia le Historiae sia gli Annales sono giunti ampiamente incompleti: delle prime ci sono solo i libri I, IV e V (dal consolato di Galba all’assedio di Gerusalemme e la rivolta germanica di Giulio Civile). Dei secondi solo i libri I, IV, XII e XV (in parte i V, VI, XI e XVI). Da una testimonianza, si pensa che le due opere contassero insieme un unico blocco di 30 libri; tuttavia, non si sa quanti appartengano all’una e quanti all’altra (c’è chi dice 14-16 e chi 12-18 a seconda dell’importanza - e quindi della lunghezza - degli argomenti trattati).

HISTORIAE - Composte tra il 100 e il 110, le Historiae si aprono con un ampio proemio. Dopo aver esposto argomento dell’opera e motivazioni, l’autore mostra la situazione di Roma, esercito e province a partire dal 69. Si parte dal regno di Galba che viene assassinato; i pretoriani eleggono Otone, le legioni proclamano imperatore Vitellio. Seguono prima lotte fra Otone e Vitellio (con morte di Otone) poi fra lo stesso Vitellio e Vespasiano, eletto dalle regioni d’oriente. Dopo scontri sanguinosi, Vitellio viene trucidato, e nei libri seguenti si parla del saccheggio a Roma da parte dei flaviani (in Gallia e in Germania vi sono atti di rivolta contro Vespasiano). Il libro V presenta l’assedio di Tito a Gerusalemme, con relativo excursus su origini, storia e costumi del popolo ebraico. Spostata di nuovo la scena in Germania, il racconto si interrompe.

ANNALES - Gli Annales iniziano con un breve riepilogo della storia di Roma, dalle origini all’ascesa al potere di Augusto, ad opera del quale mutano gli antichi ordinamenti politici (tutti rinunciano all’uguaglianza per asservire il principe). Emerge la figura ambigua di Tiberio, maestro di simulazione e soggetto di numerosi intrighi e delitti, a cui Tacito oppone la nobile figura di Germanico, avvelenato in una campagna militare; poi gli affianca Seiano, consigliere subdolo e spietato, sullo sfondo di servilismo dei senatori e indifferenza della plebe. Non manca di citare l’eroico Cremuzio Cordo, che si lasciò morire dopo aver pronunciato un coraggioso discorso in senato. Rappresenta poi Claudio come un debole, vittima delle mogli, mentre il generale Corbulone è in Germania e viene organizzata una spedizione contro i Parti. L’opera si conclude con il principato di Nerone, egocentrico e dispotico, dall’indole malvagia tenuta a freno solo da Seneca, ma che al suo ritiro scatena un periodo molto triste, culminato con la congiura dei Pisoni, che terminò in strage.

FONTI - Assai varie, comprendono la storiografia precedente, i documenti ufficiali (acta senatus, acta diurna populi Romani) lettere e orazioni, memorie private (quelle di Agrippina o del generale Corbulone) e libelli di opposizione al senato; è molto scrupoloso (sono date più versioni per un medesimo evento).

LIBERTÀ/PRINCIPATO - Tema dominante è il rapporto tra nobilitas senatoria, sempre più umiliata, e principato, che aveva saputo mettere fine alle guerre in cambio però della libertas. La scelta non è dunque fra repubblica o principato, ma fra regime tirannico intollerante e monarchia coadiuvata dal senato.

OBIETTIVITÀ - Tacito dichiara di voler narrare senza amore né odio; in realtà in lui emerge tendenziosità, in merito alla decadenza che legge nella storia recente di Roma, nella corruzione del popolo e del senato, ma questo suo atteggiamento è da ricondurre al disagio dello storico, che si trova costretto a farsi infelice narratore di azioni ignobili e scellerate (infatti disprezza l’incoerenza e la codardia dei nuovi romani).

MORALISMO - L’indagine storiografica viene spesso subordinata a valori morali: Tacito scrive non per la comprensione, quanto per la riflessione, per sollecitare la memoria sulle virtù come sulle grandi infamie.

FATO E CASUALITÀ - Tacito appare impotente di fronte agli eventi della storia, non è in grado di inquadrare i fatti in uno schema filosofico coerente. Appare smarrito dinanzi al confuso mosaico di eventi: “più medita sui fatti antichi e su quelli recenti, più è convinto della beffa del caso in ogni vicenda umana”. A volte sembra propendere per una visione finalistica, si chiede se gli eventi siano governati dal destino, a volte afferma che la storia procede sine cura deum, che le divinità siano indifferenti al male e al bene (epicureo).

PERSONAGGI - Contrariamente a Livio (che presentò nelle Storie le grandi gesta del popolo romano, che incarnava le virtù) in Tacito lo spirito della grande Roma è spento, il popolo romano è una massa amorfa priva di identità politica; i grandi avvenimenti non avvengono più in luoghi pubblici (foro, senato, comizi) ma all’interno del palazzo imperiale, il tutto correlato da ipocrisia e ambiguità. L’attenzione viene spesso spostata sugli individui piuttosto che sulle istituzioni. Il tradizionale schema narrativo è in crisi, vi sono affinità con il genere biografico, dal quale però ci si distacca per solennità e rigorosità dei materiali. La presentazione di un personaggio non è mai unilaterale o exemplum di vizi e virtù, ma un figura complessa, che ha buone qualità ma anche vizi ignobili. Succede inoltre che individui virtuosi diano sfogo a rancori personali, o che personaggi logorati dai vizi si rivelino superiori alla loro fama.

DRAMMATICITÀ - Sallustio è il modello di Tacito, per tecnica narrativa (chiaroscuri, accelerazioni), l’ampio spazio dedicato alle scene più cariche pateticamente, l’approfondimento psicologico, lo stile irregolare e asimmetrico. Come Sallustio, Tacito mira a coinvolgere il lettore fino in fondo, a fargli provare il brivido del disastro imminente. Il ritmo narrativo e l’attenzione ai fatti non sono uniformi, ma aderiscono ai codici espressivi dei singoli generi. Lo stile dell’Agricola è composito, con periodare ampio e simmetrico; quello di Germania è più artificioso e retorico. Le opere annalistiche sono caratterizzate da brevitas, concinnitas e gravitas, che rendono lo stile molto potente e solenne, grazie anche a un lessico raro e arcaizzante.

TESTI

L’antica fiamma dell’eloquenza (Dialogus de oratoribus) - Il tragediografo e oratore Curiazio Materno, che si fa portavoce delle idee tacitiane, individua le cause della crisi dell’eloquenza, nella politica: nella tarda repubblica la grande oratoria era il prodotto di un’epoca tumultuosa, quando ogni cosa era sconvolta e mancava un unico capo. Il principato invece, con la sua compagine composita, quieta et beata non può alimentare l’antica fiamma dell’eloquenza, che va via via spegnendosi.

Proemio dell’Agricola (Agricola) - Nel proemio compaiono i temi della riflessione di Tacito: la celebrazione della virtus, il confronto tra un passato glorioso e l’indegno presente, gli interessi politici che lo portano a giudicare negativamente il principato di Domiziano e a elogiare quello di Nerva, verso il quale ha speranza (nunc demum redit animus - ora finalmente ci torna il coraggio).

L’anti-eroismo di Agricola (Agricola) - Il successo militare di Agricola suscita l’invidia di Domiziano, che finge di essere lieto, covando segretamente odio e rancore. Agricola conosce l’animo del princeps, perciò evita di dare troppo risalto alla vittoria (torna a Roma di notte e si confonde tra i cortigiani, che però lo lodano proprio per aizzare Domiziano). Di fronte a Domiziano, Agricola rinuncia al proconsolato e si sottrae alla tentazione di un eroismo plateale (questo per Tacito è esempio di moderazione, prudenza e disciplina).

Fierezza e integrità delle donne germaniche (Germania) - Le donne della Germania hanno un ruolo anche in battaglia: curano le ferite degli uomini, portano loro cibo ed esortazioni; a volte eserciti quasi sconfitti vengono ricondotti all’assalto dalle donne. È inevitabile il confronto con le donne romane, che partecipano a conviti, si sposano più volte, limitano il numero di figli, hanno amanti e si vestono sfarzosamente. Tacito, nei suoi excursus medita su quelle virtù che un tempo erano anche di Roma, ma che sono andate perdute: le classifica come religio, fortitudo e fides. Passato e presente andrebbero riconciliati, non sacrificati.

Notizie dai confini del mondo (Germania) - Tacito si occupa di narrare delle popolazioni che vivono ai confini orientali della Germania. La popolazione dei Fenni vive in condizioni primitive, in una “spaventosa miseria”, che esaudisce inconsapevolmente gli ideali filosofici stoici ed epicurei, la vita secondo natura.

Proemio delle Historiae (Historiae) - L’autore espone metodo di lavoro e argomento dell’opera: promette imparzialità e oggettività, ma inserisce anche una riflessione sulla storiografia della repubblica messa a confronto con quella del principato: prima c’era pari libertà di parola ed eleganza nello stile, poi gli storici sono diventati incapaci di narrare i fatti, per inesperienza politica (cosa che spetta ad altri) cortigianeria e servilismo, o malevolenza. I magna ingenii andarono via, si ritirarono: con la pace fu scambiata dunque la possibilità di avere dei magna ingenia, di coloro che scrissero la storia di Roma pari eloquentia ac libertate.

Discorso di Galba a Pisone (Historiae) - Nel 69 le legioni della Germania Superiore si ribellarono, perciò Galba, ormai anziano, scelse il suo successore in Pisone Liciniano, appartenente a una famiglia perseguitata da Claudio e Nerone. Pisone non era imparentato con Galba, dunque al principio dinastico si sostituì quello di adozione. Nel discorso che gli rivolse si riscontrano le convinzioni dello stesso Tacito, cioè che questo sistema avrebbe garantito un uomo capace, in grado di comandare anche uomini ambigui per natura.

Il degrado morale del popolo romano (Historiae) - Alla fine del 69, quando la guerra civile fra vitelliani e flaviani stava per terminare, Tacito si concentra sulla folla di Roma, che assiste all’atrocità degli scontri come se fosse al circo. Non si era mai vista tanta inhumana securitas (mostruosa indifferenza): quelle masse prive di identità e cognizione della realtà sono il risultato di una politica demagogica.

Doppiezza di Tiberio e servilismo dei suoi senatori (Annales) - Centro di ispirazione narrativa è la rovina di una classe che aveva retto per secoli la vita istituzionale e civile della città. Salito al potere, Tiberio si mostra sigillato nei suoi tortuosi e ambigui atteggiamenti, con i rappresentanti dell’antico potere politico e finanziario (consules patres eques) che si precipitano a lusingare e servire.

Infelicità dello storico moderno (Annales) - Tacito si ferma nella narrazione per una digressione sul suo stato d’animo dinanzi alla materia: il rapporto con gli storici dell’età repubblicana è di nostalgia (dove l’epoca è gloriosa, sarà glorioso anche il cronista). Parlando degli storiografi del principato, condannati a occuparsi di calunnie, crudeltà, infamie e delitti, rischiando di suscitare rancori dei potenti, il tono è di profondo dispiacere. Svetonio, più avanti, abbandona gli annali (repubblicani) per le biografie imperiali.

Il matricidio (Annales) - Nerone decide di liberarsi della madre, troppo invadente e ambiziosa, ma è un progetto di difficile attuazione. Il piano ingegnoso a cui partecipa il liberto Aniceto, un personaggio sinistro, di assassinio fallisce, e Nerone invia il liberto ad assassinare la madre prima che sia fuori controllo. I modelli sono ellenistici, la narrazione ha varietà di punti di vista, ritmo incalzante e indagini psicologiche.

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