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Opere di Tacito

Nel “Dialogus De Oratoribus” (scritto forse nel 102 d.C.) e ad oggi ritenuto o un’opera spuria o una della stagione giovanile, il problema fondamentale è legato all’attribuzione, dibattuta tra Tacito e Quintiliano, con il prevalere del primo. Si tratta di una discussione risalente al 75 (o 77) d.C. tra il padrone Curzio Materno ed altri, ovvero Marco Apro, Vipstano Messalla, Giulio Secondo riguardo al tema dell’eloquenza e prevalgono due tesi: (1^) inevitabilmente l’eloquenza regredirà a causa della progressiva scomparsa dell’oratoria politica (Materno), perciò (2^) il principato va accettato come unico mezzo per vivere tranquillamente, senza nuove guerre civili (il forte pragmatismo porta Tacito ad escludere ogni soluzione irrealistica, come il ritorno alla Repubblica)

Il “De vita et morbus Iulii Agricolae” viene pubblicato 98 d.C. ed è un elogio del suocero di Tacito, descritto come un perfetto funzionario imperiale capace di conquistare la Britannia. Agricola viene presentato come l’uomo perfetto sotto i Flavi, capace di scendere a patti col potere perché convinto che il principato rappresenti il male minore; egli riesce a mantenere sempre una moralità di fondo e non conduce nemmeno il trionfo, eppure viene trovato morto in circostanze misteriose, probabilmente su ordine di Domiziano: si tratta di un fatto che sconvolge profondamente Tacito, incapace di comprendere perché un uomo dabbene possa morire per l’invidia del princeps. Il problema di fondo è legato al genere letterario e ad oggi si propende per una sintesi fra le varie posizioni: è una monografia (in quanto d’argomento ristretto), una biografia (celebra la vita di un personaggio), una laudatio funebris (in quanto scritta e pubblicata dopo la morte del protagonista) ed anche un’opera geoetnografica (c’è un lungo excursus sulla Britannia). L’”Agricola” consta di 46 capitoli, con uno stile caratterizzato da brevitas ed inconcinnitas, e Cesare, Sallustio e Livio sono i modelli seguiti in questo caso da Tacito.

La “Germania”, scritta nel 98 d.C. in contemporanea all’Agricola, è una monografia il cui quid essenziale è la celebrazione dei Romani come conquistatori dei territori germanici. Tacito qui dimostra un forte attaccamento alla romanità, nonché il viscerale bisogno di sottolineare le caratteristiche positive degli sconfitti sia al fine di esaltare ancor più il vincitore, sia per sottolineare la diversità profonda che intercorre fra i due popoli. L’ambito d’indagine è preferenzialmente di costume, e non geografico: nessuno spazio è concesso al fabuolosum, eppure contenutisticamente sono evidenziabili alcune lacune, quale l’aver descritto la situazione come appariva prima dell’avanzata dei Flavi.

La parte supersite delle “Historie” copre quasi esclusivamente il 69 (anno dei Quattro Imperatori) e parte del 70 d.C., mentre in realtà si trattava di un’opera che copriva il lasso di tempo fino al 96 d.C. con un chiaro fine paideutico, perseguito tramite lo scavo interiore nella psicologia dei personaggi. Parlando dei quattro imperatori del longus annus, Galba è presentato come un anziano per nulla carismatico (“invalidum senem”) circondato da tanti inetti come lui e per nulla al passo con i tempi. Otone è invece presentato come un uomo ambizioso, che pur di salire al potere non ha remore a mostrarsi servile verso le masse, mentre Vitellio è semplicemente tutto il contrario di un “optimum princeps”, connotato sarcasticamente anche nel momento della morte. Infine, si accenna anche a Vespasiano, che Tacito considera un privilegiato (in quanto salito al potere solo grazie all’aiuto di Licinio Muciano) ed un imperatore di poco preferibile ai tre predecessori. Tutte queste descrizioni scorrono con uno stile rapido (simile alla brevitas sallustiana), una forte inconcinnitas ed un lessico innovativo (che prevede l’inserimento di vocaboli prima usati solo dai poeti).

Nell’opinione di Tacito gli “Annales” avrebbero dovuto coprire il lasso di tempo fra il 96 d.C. e gli ultimi anni di vita dell’autore, invece narrano dall’excessus di Augusto (14 d.C.) fino al principato neroniano (54-68 d.C.) come fosse una nuova “saga degli Atridi”. Inizialmente Tacito pensava che sotto Traiano la letteratura potesse fruire di un rinnovato vigore, mentre in realtà il princeps apparentemente “illuminato” si dimostra un despota mascherato, cosicché negli “Annales” è attuato lo stratagemma di una critica corrosiva verso Augusto per tratteggiare nascostamente l’indole di Traiano, apparentemente garante di pace, di fatto un reggente incline all’asservimento dei sottoposti e interessato a tacitare ogni opposizione. Altri esempi dell’abilità di Tacito sono la descrizione di Tiberio (dietro cui probabilmente c’è Domiziano), la narrazione degli inganni di Livia (assimilabili a quelli di Plotina) ed anche l’amore di Nerone per l’Ellade (che richiama quello di Adriano).

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