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Tacito (55dc-117dc)

Publio Cornelio Tacito nacque intorno al 55 dc, da una famiglia di ceto elevato. Studiò a Roma, e nel 78 sposo la figlia di un autorevole comandante militare, che poi celebrerà nell’operetta De vita et morbus Iulii Agricolae. Grazie all’appoggio del suocero, Tacito iniziò una carriera politica tranquilla, che lo porto alla pretura nell’88 e poi ad un incarico di prestigio in Gallia o in Germania. Nasce probabilmente da queste esperienze il trattato etnografico De origine et situ Germanorum. Fu console supplente, e ottenne il proconsolato d’Asia nel 112 o 113. Di poco successivo al 100 è il Dialogus de oratoribus, sul tema della decadenza dell’oratoria. Agli ultimi quindici anni di vita deve risalire la composizione delle due opere maggiori, le Historie e gli Annales. Delle Historie, originariamente 12 libri, ci sono pervenuti solo i primi 5. L’opera si stendeva dal 69 dc fino alla morte di Domiziano, nel 96. Posteriori erano gli Annales, che trattavano di un periodo precedente: dalla morte di Augusto (14 dc) al regno di Nerone.

Dialogus de oratoribus
Quest’opera probabilmente non è la prima scritta da Tacito.: la tesi oggi prevalente è che sia stato composto dopo l’Agricola e la Germania. L’autenticità del Dialogo è stata contestata fino dal XVI secolo, soprattutto per ragioni di stile. In effetti, il periodare del Dialogus ricorda il modello neociceroniano, forbito ma non prolisso, cui si ispirava l’insegnamento della scuola di Quintiliano. Anche fra i sostenitori dell’autenticità ha riscosso credito notevole la tesi di chi suppone che il Dialogus sia il prodotto giovanile di Tacito ancora legato alle predilezioni classicheggianti della scuola
quintilianea. In questa ipotesi il Dialogus sarebbe stato pubblicato solo molto più tardi, dopo la morte di Domiziano. Ma è più probabile che l’insolita “classicità” dello stile sia da spiegarsi con l’appartenenza del Dialogus al genere retorico, per il quale struttura, lingua e stile delle opere reto-riche di Cicerone costituivano ormai un modello canonico.

Il Dialogus, ambientato nel 75 o 77 si riallaccia alla tradizione dei dialoghi ciceroniani su argomenti filosofici e retorico. Riferisce una discussione che si immagina avvenuta in casa di Curiazio Materno, fra lo stesso Curiazio, Marco Apro, Vipstano Messalla e Giulio Secondo, e alla quale Tacito dice di avere assistito in gioventù. In un primo momento si contrappongono i discorsi di Apro e Materno, in difesa rispettivamente dell’eloquenza e della poesia. L’andamento del dibattito subisce una svolta con l’arrivo di Messalla, spostandosi sul tema della decadenza dell’oratoria. Messalla ne indica le cause nel deterioramento dell’educazione, sia familiare che scolastica, del futuro oratore, non più accurata come nei tempi antichi: i maestri sono impreparati. Dopo una sezione parzialmente lacunosa, il dialogo si conclude con un discorso di Materno, portavoce di Tacito, il quale sostiene che una grande oratoria forse era possibile solo con la libertà, e piuttosto con l’anarchia, che regnava al tempo della repubblica.

L’opinione attribuita a Materno rappresenta una costante del pensiero di tacito: alla base di tutta la sua opera sta l’accettazione dell’indiscutibile necessità dell’impero come unica forza in grado di salvare lo stato dal caos delle guerre civili. Il principato restringe lo spazio per l’oratore e l’uomo politico. Ciò non significa che tacito accetti il regime imperiale, né che all’interno di questo spazio ristretti egli non indichi la residua possibilità di effettuare scelte più o meno dignitose, più o meno utili allo stato.

Agricola
Tacito approfittò del ripristino dell’atmosfera di libertà dopo la tirannide domizianea per pubblicare il suo primo opuscolo storico, che tramanda ai posteri la memoria del suocero Giulio Agricola, leale funzionario imperiale. Dopo un rapido riepilogo della carriera del protagonista prima dell’incarico in Britannia, l’Agricola si incentra sulla conquista dell’isola, lasciando un certo spazio a digressioni geografiche ed etnografiche, che derivano da appunti e ricordi di Agricola, ma in parte anche dalle notizie sulla Britannia contenute nei Commentarii di Cesare. Proprio a causa di queste digressioni, l’argomento dell’Agricola sembrato eccedere i limiti di una semplice biografia. In realtà l’autore non perde mai il contatto con il proprio personaggio principale. Nell’elogiare il carattere del suocero, Tacito mette in rilievo come egli, governatore della Britannia e capo di un esercito in guerra, avesse saputo servire lo stato con fedeltà, onestà e competenza anche sotto un pessimo principe come Domiziano. Alla fine, però, anche Agricola era caduto in disgrazia presso Domiziano. Attraversando incorrotto la corruzione altrui, Agricola sa morire silenziosamente, senza andare in cerca della gloria di un martirio ostentato. L’esempio di Agricola indica come, senza obbligatoriamente correre gravi pericoli, anche sotto la tirannide sia possibile percorrere la via mediana fra quegli opposti atteggiamenti che un passo famoso degli Annales definirà deforme obsequium e abrupta contumacia (“vergognoso servilismo” e “sdegnoso spirito di ribellione”). L’elogio di un personaggio emblematico come Agricola, si traduce in un’apologia della parte “sana” della classe dirigente, formata da uomini che, privi del gusto del martirio, avevano collaborato coi principi della casa flavia, contribuendo validamente all’elaborazione delle leggi, al governo delle provincie, all’ampliamento dei confini e alla difesa delle frontiere; uomini che, una volta recuperata la “libertà”, non avrebbero ritenuto giustificata una indiscriminata condanna del loro operato e del servizio da essi prestato allo stato.

L’Agricola si situa al punto di intersezione fra diversi generi letterari: si tratta di un panegirico sviluppato in biografia, di una laudatio funebris inframmezzata, ampliata e integrata con materiali storici ed etnografici. Nell’esordio, e nei discorsi, è notevolissima l’influenza di Cicerone; nelle parti narrative ed etnografiche si avverte invece la presenza dei due diversi modello di stile storico, quello di impronta sallustiana e quello di impronta liviana.

VIRTÙ DEI BARBARI E CORRUZIONE DEI ROMANI
L’opera Germania, costituisce per noi l’unica testimonianza di una letteratura specificamente etnografica che a Roma doveva godere di una certa fortuna. È stato sottolineato come le notizie etnografiche contenute nella Germania non derivino da osservazione diretta, ma quasi esclusivamente da fonti scritte (la maggior parte dall’opera Bella Germanie di Plinio il Vecchio). Tacito sembra avere seguito la sua fonte con fedeltà, accontentandosi di migliorarne e impreziosirne lo stile, e di aggiungere pochi particolari per ammodernare l’opera, ma ciononostante rimangono alcune discrepanze. Gli intenti di Tacito nella Germania hanno costituito a lungo oggetto di discussione fra gli studiosi: risale molto addietro l’ipotesi che vede nell’opuscolo l’esaltazione di una civiltà ingenua e primordiale, non ancora corrotta dai vizi raffinati di una civiltà decadente. La Germania sembra percorsa da una vena di implicita contrapposizione dei barbari, ricchi di energie ancora sane e fresche, ai Romani. Più che tesserne un elogio Tacito ha inteso sottolineare la loro pericolosità per l’impero. La debolezza e la frivolezza della società romana dovevano allarmare lo storico senatore che allora muoveva i suoi primi passi: i Germani, forti, liberi e numerosi, potevano rappresentare una seria minaccia per un sistema politico basato sul servilismo e la corruzione.

LE OPERE MAGGIORI
Le due maggiori opere storiche di tacito, le Historie e gli Ab excessu divi Augusti libri, detti anche Annales, hanno un andamento annalistico, ma non rinunciano per questo a proporsi come monografie, opere a tema. Il tema è lo studio del potere, di come il principato, dopo le guerre civili, si rese necessario perché la pace restasse stabile. In realtà, Tacito studia soprattutto i meccanismi oscuri della conservazione e della distruzione del potere: Roma diventa una grande metafora triste sulla natura malvagia dell’uomo.

HISTORIE: abbracciano un arco di tempo che va dal 69 dc, l’anno dei 4 imperatori, fino alla rivolta giudaica del 70. In realtà, l’intera opera doveva arrivare fino al 96, anno della morte di Domiziano. Quello che è rimasto è un grande susseguirsi di rivolte e guerre civili: il breve regno di Galba, eletto dal senato; l’uccisione di quest’ultimo, e l’ascesa di Otone all’impero; la lotta tra Otone e Vitellio, comandante delle legioni di stanza in Germania, conclusa dalla sconfitta e dal suicidio de l primo; l’acclamazione a imperatore di Vespasiano, comandante degli eserciti d’Oriente; la vittoria di quest’ultimo contro Vitellio.

ANNALES: si sono conservati i libri I-IV, un frammento del V e parte del VI, comprendenti il racconto degli avvenimenti dalla morte di Augusto (14 dc) a quella di Tiberio (37 dc), con una lacuna di un paio di anni fra il 29 e il 31; abbiamo i libri dall’XI al XVI, col racconto dei regni di Claudio e di Nerone, fino al 66. Gli Annales, probabilmente, dovevano continuare l’opera di Livio; il titolo dei manoscritti, in effetti sembra richiamare quello liviano, Ab urbe condita.
Tacito è sempre stato convinto che solo il principato era in gradi di garantire la pace. Ma nel passare dalle Historie agli Annales il suo orizzonte sembra incupirsi, nella consapevolezza che i vincoli imposti dal principato si sono fatti progressivamente più duri, che quell’equilibrio di ordine e libertas, che aveva creduto di vedere realizzato all’avvento al patere di Nerva e Traiano, era più apparente che reale. D’altra parte né l’ideologia dell’ambiente in cui egli era maturato né la maggior parte delle fonti letterarie a cui si rifaceva erano tali da permettergli di capire comportamenti e decisioni di un uomo come Tiberio o Nerone.

Tra le due opere ci sono dunque differenze di atteggiamento e anche di stile, ma l’impostazione generale rimane assai simile.. tacito è anche un grande artista drammatico: più di altre opere storiche romane, ad esempio quelle di Sallustio, le sue opere presentano una forte coloritura poetica: spesso si notano tracce e memorie virgiliane, addirittura è frequente Lucano. È il modo in cui Tacito organizza i suoi resoconti di guerre, rivolte, cospirazioni, prende molto da quel filone della storiografia antica che prende il nome di “storiografia tragica”.

Ma alla forte componente tragica della sua storiografia, Tacito non assegna tanto il compito di impressionare e suscitare emozioni, quanto quello di sondare nelle pieghe dell’animo dei personaggi, per portare alla luce, oltre alle passioni che li animano, le ambiguità, i chiaroscuri che essi presentano. Tacito vede le cause della corruzione nella natura dell’uomo: la sua è un’interpretazione moralistica della storia. Per Tacito, le cause dei disastri, delle tante rovine di Roma, sono nell’inadeguatezza degli uomini di fronte agli eventi, o nella corruzione fondamentale della natura umana. Tacito descrive drammi di grandi personaggi, o di minori, incertezze, pure angosce, il panico stesso o i rumores della folla; mette in luce i grandi turbamenti delle masse, oppure la paura e l’irresolutezza di un singolo chiamato a decidere per tutti.

Tacito conduce il lettore attraverso un territorio umano desolato, privo di luce o di speranza. A volte, i suoi personaggi, sono addirittura figure patologiche, come Nerone, descritto come pazzo maniaco e mostro crudele. Tacito segue i suoi personaggi dall’interno, alternando notazioni brevi e incisive a ritratti compiuti. Molti di questi ritratti sono del tipo detto “paradossale”, perché i personaggi che Tacito descrive spesso associano vizi vergognosi a virtù stupefacenti.
Il vertice dell’arte tacitiana del ritratto è stato individuato da alcuni nel ritratto di Tiberio, negli Annales. Si tratta di un ritratto del tipo cosiddetto “indiretto”: Tacito non lo dà cioè una volta per tutte, ma fa sì che esso si delinea progressivamente. Anche Tiberio è un personaggio in evoluzione; da sempre torvo, ma valente e austero, impara presto a fare della dissimulazione la principale delle sue virtù. Tiberio non si fida di nessuno, è taciturno, sospettoso, spesso accigliato, a volte invece ha un falso sorriso. Tacito ne traccia anche il ritratto fisico. La vecchiaia di Tiberio è ripugnante: è ancora alto, ma curvo e magro, colo volto segnato da cicatrici e ricoperto di pustole, completamente calvo. I racconti di Tacito, la crudeltà degli eventi, sono spesso commentati dalle reazioni della folla, dal suo sussurrare voci sinistre, dal suo insorgere minaccioso o dal suo disperdersi in preda al panico. In queste descrizioni traspare il timore misto a disprezzo del senatore Tacito per la massa plebea. Tacito è altrettanto aspro con i suoi pari. Verso idi loro, il suo sarcasmo si fa più accanito e duro. Nelle sue reazioni, l’adulazione verso il principe cela l’odio covato segretamente nei suoi confronti, la sollecitudine per il bene pubblico occulta gli intrighi e l’ambizione.
Tacito presta attenzione anche a tutta una folla di personaggi minori, alle strategie con cui essi cercano di organizzare la propria sopravvivenza, o agli errori che li condannano irrevocabilmente.

LO STILE DI HISTORIAE E ANNALES
Modello di Tacito è spesso Sallustio. Tacito carica e accentua molti tratti già forti nello stile di Sallustio, come la predilezione per gli arcaismi, la sintassi disarticolata, fatta di sententiae fulminanti. Ma Tacito, molto più di Sallustio, è un autore volutamente “difficile”: ama sottintendere verbi, lascia cadere congiunzioni, ricorre a costrutti irregolari e frequenti cambi di soggetto per conferire varietà e movimento drammatico alla narrazione.

Lo stile degli Annales è per certi aspetti diverso da quello delle Historiae: fino al libro XIII, Tacito evolve verso uno stile sempre più lontano dalla norma, un lessico sempre più arcaico e solenne. Le frasi tendono a totale asimmetria costruttiva. La disarmonia verbale riflette la disarmonia degli eventi, e le ambiguità del comportamento umano. Abbondano le metafore violente e l’uso audace delle personificazioni.

All’interno degli Annales stessi si registra una certa modificazione dello stile, in cui alcuni hanno visti un’involuzione. A partire dal libro XIII, Tacito sembra ripiegare su moduli più tradizionali, meno lontani dai canoni del classicismo ciceroniano. Lo stile è più ricco ed elevato. La differenza è stata attribuita al diverso argomento: il principato di Nerone richiedeva di essere trattato con minore distanziamento solenne di quello ormai remoto di Tiberio.

LA FORTUNA DI TACITO
Tacito trovò un ammiratore entusiasta in Plinio il Giovane, ma la sua vera fortuna incominciò quando Ammiano Marcellino compose un’opera storica che intendeva riallacciarsi alla sua.
Nell’Umanesimo e nel primo Rinascimento, a Tacito venne spesso preferito Livio; ma già Guicciardini indicò in lui il maestro che insegnava a fondare li tirannidi. Tacito venne talora usato, dai teorici della ragione di stato, come pretesto per la formulazione di una teoria dell’idea imperiale.

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