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Dialogus de oratoribus

Il Dialogus de oratoribus è probabilmente posteriore alle due monografie, ma è isolato perché ricorda il modello ciceroniano. Infatti si è ritenuto che l'opera non fosse tacitiana; oggi prevale la tesi dell'autenticità: per alcuni è un prodotto giovanile (anni 80) e pubblicato posteriormente, altri sostengono che risalga al 102 perché la data del consolato a Fabio Giusto a cui è dedicato.
Questo testimonia l'interesse di Tacito per il tema della decadenza dell'oratoria, un tema già affrontato da Petronio e Quintiliano e da Seneca il retore.
Il problema della decadenza dell'eloquenza riguarda sia i Romani che i Greci perché il nuovo stile, lontano dalla concinnitas ciceroniana e caratterizzato dalla sentenza e dalla brevitas concettuosa, provoca una reazione nei letterati della vecchia scuola che hanno come modello Cicerone e che giudicano di conseguenza il nuovo stile come una corruzione di quello ideale e allora esaminano i motivi della decadenza.

- Seneca il Retore di cui abbiamo le controversie (di carattere giudiziario), le suasoriae (di carattere mitico) sottolinea come queste esercitazioni fittizie intorpidiscono la gioventù. Quintiliano parla del fatto che si tratta di studi inadeguati a portare al foro.

- Un'opera di Quintiliano andata perduta "De causis corruptae eloquentiae" è il punto di riferimento di questo dialogo di Tacito in cui affronta il problema da una prospettiva morale perché secondo lui il perfetto oratore è quello di Catone il vecchio, cioè il vir bonus dicendi peritus (esperto nell'arte del dire). La corruzione dei costumi che ha intaccato il sistema scolastico romano dal livello elementare alle scuole di retorica è rovinosa per la formazione dell'oratore e l'esercizio delle sue attività. Le scuole di retorica insegnano a stupire l'uditorio con ogni mezzo, da queste scuole possono uscire soltanto avvocati o politici corrotti, impari al loro compito, indenni alle attività che svolgono.

- Petronio ne parla nel Satiricon sia attraverso le critiche mosse da Encolpio all'eloquenza ampollosa insegnata nelle scuole di retorica, sia attraverso le osservazioni del retore Agamennone. Encolpio afferma che a scuola i giovani rincitrulliscono e descrive l'insegnamento declamatorio lontanissimo dalla realtà a cui sono sottoposti, quando si esercitano a parlare di pirati incatenati, di pestilenze anticipate dai responsi degli oracoli e tiranni che emanano editti. Dice espressamente che i grandi oratori greci hanno imparato a leggere e scrivere perché un maestro ammuffito non ha distrutto le loro menti. Una sregolata loquacitas è passata dall'Asia ad Atene (allusione) Agamennone sostiene che siano i genitori che mettono i figli nel foro precocemente (quando non hanno ancora completato gli studi, quando sono impreparati), mentre l'arte forense richiederebbe studi regolari, letture filosofiche imitazione dei grandi oratori.

- SENECA In una lettera a Lucilio gli chiede come mai in determinati periodi gli uomini anche di ingegno si lascino andare a un genere corrotto di eloquenza. Seneca usa una serie di espressioni per descrivere questa prosa corrotta. Seneca parla di abruptae sententiae suspiciosae (frasi rotte ed enigmatiche).
L'ESEMPIO negativo di un'eloquenza di questo genera è Sallustio che fa uso di frasi troncate, parole nuove e di un'oscura brevità. I difetti dello stile di Sallustio sono i difetti che Quintiliano trova in lui.

- Tacito in questo dialogo supera l'impostazione moralistica nell'individuare le cause di questa decadenza e sposta il discorso sul piano politico: sotto il principato (che per Tacito è una necessità) non può più esistere la grande eloquenza che aveva caratterizzato l'epoca repubblicana perché ne mancano i presupposti nel senso che in un regime in cui le decisioni più importanti sono prese da un uomo solo è venuto meno quello scontro politico che alimentava la grande oratoria, questo è il prezzo che deve essere pagato alla perdita della libertas repubblicana.

TRAMA
È un dialogo sul modello del De Oratore di Cicerone, è ambientato nel 75 o nel 77. Riferisce una discussione avvenuta in casa del retore e tragediografo Curiazio Materno (ha abbandonato la retorica per darsi alla poesia). A questa discussione partecipano Apro.

La discussione prende inizio tra Apro e Materno sul confronto tra oratoria e poesia. Gli altri personaggi sono noti avvocati della Roma del tempo. Quando arriva Messalla la discussione si snoda sulle cause della decadenza del genere oratorio: Apro sostiene che non si tratta di decadenza, ma di evoluzione dello stile, Messalla individua le cause in quelle già individuate da Quintiliano, ovvero la decadenza dello stile passato alla frammentarietà sentenziosa di Seneca. Il discorso si allarga all'educazione famigliare e scolastica del futuro oratore che non è più curata come nei tempi antichi. Interviene Materno che è il portavoce di Tacito, che sostiene che la causa del declino dell'oratoria non è né morale né stilistica, ma politica. Secondo il suo parere, venuta a mancare la libertà di espressione, tipica della repubblica, non si può sviluppare l'arte del discorso, che è legata al poter manifestare una pluralità di pareri. Materno termina la sua discussione in modo prudente sostenendo che negli stati moderati (dove le decisioni non sono prese dalla folla ignorante, ma da un uomo sapientissimus et unus, allusione all'imperatore), non è più necessario l'uso della dialettica anche in ambito politico.

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