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Tacito nacque intorno al 55 d.C. nella Gallia Narbonese da una nobile famiglia. Frequentò le scuole di oratoria a Roma e conobbe Plinio. Si sposò con la figlia del prestigioso generale Giulio Agricola: ciò diede un notevole impulso alla sua carriera politica, che iniziò sotto Vespasiano per poi proseguire oltre il governo di Traiano: fu tribuno militare, alto segretario imperiale, tribuno della plebe, console e proconsole della provincia d’Asia. All’attività politica affiancò quella oratoria e letteraria: iniziò però a scrivere solo sotto Nerva. Pubblicò due monografie (l’Agricola e la Germania), il Dialogus de Oratoribus e due opere storiografiche (le Historiae e gli Annales). Morì poi intorno al 120.

L’Agricola, scritta tra il 97 e 98, è una monografia, sotto forma di laudatio funebris, che Tacito dedica alla figura del suocero Giulio Agricola, grande uomo politico e valente generale, morto nel 93.

Il fine dell’Agricola è quello di esprimere un senso di liberazione per la fine della tirannide di Domiziano e tutto l’entusiasmo per il fatto che Nerva e Traiano facessero ritenere possibile la coesistenza tra principato e libertà.
Giulio Agricola, che aveva svolto la sua attività politico - militare sotto il tiranno Domiziano, diventava la testimonianza di come anche in circostanze avverse fosse possibile la pratica della virtù:
egli infatti aveva saputo vivere senza troppi clamori e non si era esasperato quando il princeps lo aveva allontanato dalla prassi politica.
La conquista della Britannia di Agricola portò inoltre Tacito ad alternare al racconto delle gesta del generale alcune digressioni a carattere etnografico sulle popolazioni locali, nelle quali diede una certa visibilità perfino alle ragioni dei vinti, in modo da denunciare il cinismo dei Romani conquistatori e lo spietato imperialismo degli stessi.
I modelli stilistici a cui Tacito fa riferimento sono Livio, Cicerone e, per il racconto storico, Sallustio.
Il periodare dell’Agricola è asimmetrico, ricco di ellissi del verbo e di frasi nominali, nonché caratterizzato dalla variatio e dalla tendenza arcaizzante della lingua.

La Germania è un’opera etnografica, scritta nel 98, quando Traiano era impegnato sul fronte germanico, che descrive i luoghi, le istituzioni, gli usi e i costumi dei Germani.
Come ulteriori fonti, oltre alle notizie assunte personalmente dall’autore, Tacito utilizzò informazioni contenute nel De bello Gallico di Cesare, nelle Historiae di Sallustio e nei Bella Germaniae di Plinio il Vecchio.

Tacito giunge ad una sorta di idealizzazione dei Germani: ne sostiene infatti l’autoctonia ma anche il fatto che l’asperità della loro terra ne condiziona la società e i costumi. I Germani, pur contrassegnati da una complessiva rozzezza, mostrano un coraggio e una moralità che meritano il massimo rispetto.
Questa lode delle popolazioni germaniche va intesa come una critica alla decadenza civile e morale di Roma, causata dalla sua recente involuzione autocratica che ha affossato le libertà e le virtù repubblicane.
Le osservazioni di Tacito riguardo al comportamento nei confronti dei servi dei Germani e alla potenza dei liberti germanici, inferiore a quella di quelli romani, contiene tutta la sua avversione filo - senatoria nei confronti dello strapotere dei liberti. Tacito vuole quindi richiamare i Romani a riconsiderare l’importanza di un valore come la libertà, che è alla base della forza dei Germani, ma anche porre in guardia il suo popolo dai rischi di una totale rovina dell’impero.
Lo stile di quest’opera è omogeneo, elaborato e manieristico, tanto da far sentire alcune caratteristiche senechiane.

Il Dialogus de Oratoribus è stato scritto intorno all’80 ma è di controversa attribuzione a causa di uno stile troppo regolare ed equilibrato per appartenere a Tacito.
Ad ogni modo esso descrive un dibattito avvenuto in casa dell’oratore e drammaturgo Curiazio Materno, cui presero parte i maggiori oratori del tempo: Giulio Secondo, Marco Apro e Vipstano Messalla.
L’argomento della discussione, alla quale l’autore dice di aver assistito direttamente, è la decadenza dell’oratoria. Messalla attribuisce la colpa alla corrotta educazione moderna, Materno invece ravvisa la causa della rovina dell’eloquenza nella amissa libertas, cioè alla perdita della libertà conseguente all’avvento del principato.

Lo stile, non tacitiano, riprende la simmetria ciceroniana e una certa limpidezza della lingua.

Tacito, tramite le due opere storiografiche, Annales e Historiae, ci ha lasciato una narrazione del principato che va dalla morte di Augusto a quella di Domiziano.

Negli Annales sono compresi gli eventi dalla morte di Augusto a quella di Nerone; nelle Historiae si trovano invece gli avvenimenti dall’anno dei quattro imperatori fino alla morte di Domiziano.
I due lavori storiografici costituivano un corpus di trenta libri, la maggior parte perduti.

Le Historiae, nonostante riferiscano eventi successivi, sono state scritte prima degli Annales: Tacito, nel proemio delle Historiae, ci informa che progettava un’opera di storia contemporanea relativa ai regni di Nerva e Traiano, ma, dopo aver cambiato idea, scrisse gli Annales, inerenti alla storia precedente.
Entrambe le opere sono state redatte seguendo il metodo annalistico, raccontando quindi gli eventi anno per anno.
Tacito si collega decisamente alla tradizione storiografica romana, in particolare a quella detta pragmatica, quindi attenta ai fatti politico - militari e alla comprensione delle loro cause, narrati in modo oggettivo.
Per la cultura romana la storia era opus oratorium maxime, o meglio, un’opera prima di tutto letteraria.
I maggiori storici di Roma non si erano mai dimenticati di essere anche degli artisti inserendo nei loro racconti coloriti elementi di drammatizzazione. Tacito non fa eccezione: negli Annales la descrizione della figura di Nerone, tra il dramma umano e quello politico, assume contorni realmente teatrali.

Nelle due opere vi sono consapevoli allusioni all’epica virgiliana: la lotta per la conquista di Roma tra Galba e Otone richiama alcuni particolari delle lotte per la conquista di Troia.
Tacito assume due particolari atteggiamenti nei confronti della realtà: il moralismo, la tendenza ad interpretare spesso la storia attraverso le categorie di vizi e virtù; e il pessimismo, l’assenza di qualunque prospettiva di risoluzione ai mali descritti. Questa lettura degli eventi sembra essere in contrasto con l’esplicita intenzione di raccontare gli eventi sine ira et studio (senza avversione né simpatia).
Tacito era un autorevole membro del senato; pertanto il suo punto di vista coincide in larga parte con quello dell’aristocrazia senatoria, per lo più avversa al principato e soprattutto agli imperatori che avevano mostrato ostilità nei confronti del senato. Si può quindi ritenere che Historiae e Annales siano opere storiche attendibili ma non del tutto imparziali.
Il giudizio dello storico per i vari imperatori è piuttosto differenziato, ma per lo più negativo: ciò vale per gli effimeri Galba, Otone e Vitellio e per Vespasiano, ma soprattutto per Tiberio, Claudio e Nerone.
Tiberio è descritto come un tiranno sospettoso e crudele e Claudio come debole e succube delle mogli e dei liberti. Il capolavoro letterario della storiografia di Tacito è senza dubbio il tragico racconto ricco di analisi psicologiche del regno di Nerone.
Per quanto riguarda le fonti, Tacito consulta documenti ufficiali, lettere, orazioni, memorie private, altre opere storiografiche e non trascura neppure i rumores, pur consapevole della loro scarsa affidabilità.
Nonostante il periodo trattato da Tacito fosse disseminato di ingiustizie e meschinità, non fu privo di virtù: tali manifestazioni virtuose però non possono cambiare né la visione pessimistica di Tacito né la realtà.
Tacito considera determinati gesti degli atti isolati privi di qualsiasi vena di cambiamento.
La sua visione pessimistica è accentuata dal fatto che Tacito non concepisce forme di intervento divino sulla realtà e parla sempre con molto scetticismo dell’ordine generale delle cose.
Nella composizione delle sue opere storiografiche Tacito tende a lodare i valorosi generali che operano sotto principi inetti: gli exempla virtutis, in particolare gli exitus virorum inlustrium, cioè le morti degli uomini illustri costretti in gran parte al suicidio dall’ingiusta violenza del potere, come Seneca e Petronio.
Lo stile è irregolare e imprevedibile e rappresenta la caotica, convulsa e disarmonica storia che viene raccontata. Esso è caratterizzato dalla inconcinnitas, la mancanza di equilibrio e di asimmetria, caratteristica di Sallustio, dalla brevitas e da una forte sentenziosità.
Per quanto riguarda la lingua ricorre ad arcaismi e in particolare a termini astratti.

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