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SENECA

• la vita
Lucio Anneo Seneca nacque nel 4/5 a.C. a Cordova (Spagna). Il padre era Seneca il Retore, la madre si chiamava Elvia; i fratelli erano Novato (poi chiamato Gallione) e Mela (padre di Lucano), entrambi morirono suicidi. A Roma ricevette un’educazione retorica, però inclinava per la filosofia. Grande influsso esercitò su di lui Papirio Fabiano, esponente di rilievo della scuola neostoica dei Sestii; poi Seneca ascoltò le lezioni dello stoico Attalo di Pergamo, che lo orientò alle scienza della natura. Nel 19 d.C., Tiberio, emanò un provvedimento contro i seguaci di usanze e culti “giudaici” ed “egiziani”: la censura colpì anche i pitagorici e la scuola dei Sestii venne chiusa. Seneca dovette cambiare aria e per qualche anno si trattenne in Egitto. Ritornò a Roma negli ultimi anni di Tiberio indirizzandosi verso la carriera forense e diventando in breve uno degli oratori più ammirati della capitale. Dopo il 32 ottenne la questura e poté entrare in Senato. Sotto Caligola tenne un discorso troppo libero in senato rischiando la condanna a morte, ma si salvò perché un’amante dell’imperatore convinse Caligola che a quello spagnolo restava poco tempo da vivere (Seneca, infatti, soffriva di malattie alle vie respiratorie). Comunque dovette smettere di tenere discorsi in pubblico.
Sotto Claudio, venne accusato di adulterio con la principessa Giulia Lavilla (sorella di Caligola, Agrippina e figlia i Germanico). Il Senato lo condannò a morte, ma l’imperatore commutò la pena in relegazione in Corsica (41 d.C.). la vera causa della relegazione era di natura politica: con questo provvedimento, in realtà, si voleva colpire l’opposizione filorepubblicana. Durante otto anni che trascorse nell’inospitale Corsica, Seneca riprese gli studi filosofici.
In questi anni nacquero molte opere del filosofo: la Consolatio ad Helviam matrem, Consolatio ad Polybium e altre opere che verranno raccolte nei Dialogi.
Il suo desiderio di tornare a Roma venne esaudito nel 49 d.C. grazie alle pressioni che Agrippina, seconda moglie di Claudio. Elle, infatti, appena divenuta moglie di Claudio, pensò a Seneca come precettore del figlio Domizio (futuro Nerone). Il ragazzo era nato dal primo matrimonio della donna ed ella gli stava spianando la strada per il trono. Seneca non poté rifiutare l’invito di Agrippina.
Il ritorno alla vita pubblica lo gettò nel pieno degli intrighi di palazzo.
Quando Claudio morì, tocco a Seneca scrivere la laudatio funebre recitata dal giovane princeps ai funerali dell’Imperatore; contemporaneamente, lo scrittore compose l’Apokolokўntosis opera satirica in cui criticava l’odiato Claudio. Durante il primo quinquennio di regno di Nerone, definito dagli storici “quinquennio felice”, fu in realtà Seneca a governare e in questo periodo, Seneca, scrisse il De clementia che dedicò a Nerone. Nel 55 d.C., ci fu l’assassinio Britannico (potenziale rivale di Nerone). Mentre Agrippina voleva usare Seneca per mantenere sotto il controllo del figlio, Seneca, concordemente con Afranio Burro, prefetto del pretorio, lavorava per sottrarre Nerone all’influenza materna. Nel 59 d.C., entrambi dovettero accettare il matricidio ordinato da Nerone. Questo episodio segnò una svolta nel rapporto tra l’imperatore e il filosofo. Seneca decise di ritirarsi dalla vita pubblica e chiese congedo a Nerone che glielo rifiutò; tuttavia, il filosofo si ritirò ugualmente. Gli ultimi anni della vita di Seneca, furono anni ricchi di opere (Naturales quaestiones e le Epistulae ad Lucilium). Seneca era però guardato con sospetto e rancore da Nerone ed era il riferimento politico della fronda antineroniana. Forse non era complice, ma solo al corrente della congiura contro il tiranno; molti vedevano in lui l’uomo ideale che potesse succedere a Nerone.
Nel 65 d.C., gli giunse dal tiranno l’ordine di suicidarsi.

• le opere: i Dialogi
scrive10 dialoghi raccolti in 12 libri: ogni dialogo prende un libro, tranne il De ira che prende 3 libri.
Il titolo complessivo, vuole probabilmente collegarsi ai Dialoghi di Platone, ma, fatta eccezione per il De tranquillitate animi, nessuno di questi è strutturato in forma di dialogo. Sono piuttosto discorsi poiché l’autore si rivolge all’interlocutore imprimendo al ragionamento l’apparenza e il ritmo del parlato. Lo stile è ricco di appelli, di forme esortative e imperative. Questa è una novità per la cultura romana, anche se vi era l’eredità della diatriba . Seneca riprende l’uso di apostrofare i destinatari, l’attitudine a vivacizzare l’esposizione attraverso il dialogo o l’impiego di proverbi, sentenze, paragoni presi dalla vita quotidiana o dalla storia conosciuta da tutti, le spiegazioni fornite per metafora e/o per similitudini. Tuttavia Seneca nobilita questa tradizione diatribica in una direzione di finezza urbana.

I dialoghi che Seneca scrive sono: Consolatio ad Helviam matrem ( cerca di consolare la madre che è costretta a vivere lontana dal figlio che si trova in Corsica), De providentia (a Lucilio), De constantia sapientis ( a Sereno), De ira (in 3 libri, dedicata a Novato), Consolatio ad Marciam (a Marcia per consolarla della perdita del figlio), De vita beata (a Gallione), De otio (a Sereno,mutilo), Consolatio ad Polibium (scritto che rivela il volto più cortigiano ed opportunista dello scrittore, infatti, consolando lo scrittore liberto della corte imperiale per la morte del fratello, spera di ottenere che questi faccia pressioni sull’imperatore affinché si esaudisca il desiderio del filosofo di tornare a Roma), De tranquillitate animi (a Sereno) e il De brevitate vitae (a Pelino, che potrebbe essere il suocero di Seneca).

- LE TRE CONSOLATIO
All’inizio della sua carriera Seneca praticò il genere della consolatio, tipo di scrittura finalizzato ad alleviare il dolore di qualcuno che ha subito lutti o altre disgrazie. Le tre consolatio di Seneca si rivolgono rispettivamente a Marzia, figlia dello storico Cremuzio Cordo che aveva perso un figlio;alla madre Elvia, afflitta per l’esilio dell’autore; a Polibio, liberto di Claudio per consolarlo della perdita di un fratello. In queste opere, il filosofo illustra come la morte non è un bene ma neanche un male, ma che è un qualcosa che libera dalle sofferenze della vita.

- DE IRA
Opera probabilmente composta già prima del esilio, al tempo di Calligola, ma pubblicata solo dopo l’esilio come esortazione a Claudio. In quest’opera il filosofo prende in esame l’iracondia suggerendo i mezzi opportuni per frenarla e curarla. Tra i Dialogi questo è il trattato più ampio e articolato (è l’unico infatti che prende tre libri, mantre gli altri solo uno). Qui l’ira appare come la passione più rovinosa di tutte poiché l’iracondo può arrivare a compiere i delitti più gravi contro sé stesso e gli altri. Ampio spazio è dedicato alla parte terapeutica.

- DE PROVIDENTIA
Il tema affrontato nel De providentia era già stato affrontato nelle Epistolae ad Lucilium, infatti in questo trattato Seneca chiarisce uno dei temi affrontati in quelle epistole: riflessione sul male e sul fato.
Alla domanda dell’amico Lucilio su come sia possibile che avvengano tante calamità e tante disgrazie agli uomini buoni, Seneca risponde che queste non devono essere considerate vere e proprie disgrazie, ma delle prove attraverso la quali la vita può progredire.

- DE BREVITATE VITAE
Dei Dialogi questo è probabilmente il più importante. Fu forse composto nel 48-49 d.c.. l’opera è dedicata a Paolino del quale Seneca ci dice solo che fosse un funzionario imperiale. Si ha comunque un’identificazione quasi certa di quest’uomo con Pompeo Paolino, prefetto dell’annona e padre di quella Paolina che Seneca aveva sposato.
Quando Seneca torna nell’Urbe rimane impressionato dalla frenetica vita cittadina nella quale si sentiva spesso che la vita è breve e che il tempo non basta per tutto. A queste affermazioni Seneca risponde con quest’opera nella quale spiega che la vita non è breve, ma il tempo viene sprecato dagli uomini che lo trascorrono agendo soltanto e non vivendo. Secondo il filosofo il modo migliore per vivere e darsi all’otium letterario e per convincere il suocero di questa affermazione porta l’esempio di Turannio che Calligola aveva destituito dal suo incarico di prefetto dell’annona, ma questi, che aveva trascorso la vita dedicandosi al suo impiego, non accettò questo provvedimento dell’imperatore e si finse morto finchè non gli venne restituito l’incarico che gli era stato tolto.
A questo punto il filosofo divide gli uomini in due categorie:
1. gli occupati
2. i sapiens
I primi sono coloro che sono prodighi della vita e dedicano il loro tempo a chiunque glielo chieda; i secondi sono coloro che si prendono il tempo di vivere dedicandosi all’otium letterario.

• le opere: le tragedie
le tragedie attribuite a Seneca sono dieci: 9 cothurnatae (temi di provenienza greca, in questo caso mitologica) e una pretexta (tema di derivazione latina). Quando le compone Seneca guarda alla tragedia greca del V sec. a.c. e in particolare ad Euripide, a Sofocle e ad Eschilo. Pare che queste tragedie non siano destinate alla rappresentazione in pubblico, ma alle recitationes, venivano infatti recitate per un pubblico ristretto in case private o davanti alla corte imperiale oppure venivano lette. Secondo i critici queste tragedie vennero composte con la funzione di teatro di esortazione, infatti esse dovevano essere da insegnamento per Nerone.
Le tragedie cothurnatae sono: Hercules Furens, Troades, Phoenissae, Medea, Phaedra, Oedipus, Agamemnon, Thyestes, Hercules Oetaeus.
La tragedia pretexta è l’Octavia.
- HERCULES FURENS
Narra la follia di Ercole che, spinto da Giunone, uccide tutta la propria famiglia. Solo alla fine dell’opera ritrova il senno e si purifica dalla colpa.

- TROADES
Sintesi di tre tragedie di Euripide: Troiane, Ecuba e Andromaca; dopo la caduta di Troia, le donne troiane prigioniere dei greci piangono la loro sorte infelice e devono subire le tragiche conseguenze della sconfitta.

- MEDEA
Protagonisti: Giasone e Medea; Medea aiutando Giasone a conquistare il vello d’oro se ne innamora e per seguirlo si oppone al padre e uccide il fratello. Arrivati a Corinto, Giasone si innamora di Creusa. Medea, accecata dalla gelosia usa le sue arti magiche per vendicarsi: regala alla futura sposa un mantello che appena viene indossato dalla giovane Creusa prende fuoco uccidendo non solo la donna, ma anche suo padre che cerca di salvarla; non contenta di questo, Medea uccide anche i figli che ha avuto da Giasone e fugge.

- PHAEDRA
moglie di Teseo, sorella di Arianna, figlia di Pasifae e Minosse. Fedra si innamora di Ippolito, figlio di Teseo e Ippolita (regina delle amazzoni). Dichiara amore al figliastro che la rifiuta. Questa per vendicarsi racconta a Teseo che suo figlio aveva tentato di violentarla. Teseo manda una maledizione al figlio che muore e quando Fedra scopre che Ippolito è morto racconta la verità e si uccide sul corpo dell’amato.

- THYESTES
È la storia di un tiranno follemente adirato contro il fratello Tieste che gli ha sedotto la moglie e insidiato il regno, il quale finge una riconciliazione e fa tornare nella reggia Tieste e i suoi figlio per potersi vendicare. Uccide di sua mano i nipoti, ne cuoce le carni e imbandisce al fratello un banchetto, rivelandogli subito dopo l’atroce verità. Mentre Tieste è inorridito di fronte a una così mostruosa empietà, Atreo (il tiranno) assapora fino in fondo la gioia crudele della vendetta.

- OCTAVIA
Racconta la sorte della moglie di Nerone ed è ambientata nel 62 d.c. E’ definita spuria poiché nella tragedia appare il fantasma di Agrippina che narra dettagliatamente la morte di Nerone (68 d.c.) che è postuma a quella di Seneca

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