Autore di un’opera che, oltre a costituire un interessante documento della cultura del suo tempo e a fornirci elementi molto utili per capire l’evoluzione del gusto letterario e dello stile a Roma, nel passaggio dal I a.C. al I d.C., si può leggere anche come una testimonianza significativa di quella passione per l’arte della parola che ci appare tipica e caratterizzante di tutta la cultura greco-latina.


Nacque a Cordova intorno al 55-58 a.C., visse a lungo a Roma e vi ascoltò tutti i retori e gli oratori della sua generazione e della successiva. La sua opera più famosa Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores, dedicata ai tre figli, fu composta tra il 37 e il 41 d.C. Morì quasi centenario.

Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores

L’opera è divisa in due parti, dedicate rispettivamente alle forme principali di declamazioni:
- I-X libri (di cui ce ne sono giunti solo 5) delle controversiae (orazione fittizia appartenente al genere giudiziario, in cui chi parla assume la funzione di accusatore/difensore in un processo immaginario);

- I libro (non sappiamo se fosse l’unico) delle suasoriae (discorso deliberativo, in cui l’oratore finge di consigliare/dissuadere un celebre personaggio in procinto di prendere una decisione).

L’opera di Seneca il Vecchio, comunque, oltre a presentare i diversi tipi di declamazione, si presenta come una sorta di antologia di passi di declamatori, cui l’autore fa riferimento nell’esplicitazione del tema trattato dopo aver delineato (nella prefazione di ciascun libro) un breve ritratto di alcuni declamatori insigni, introducendo anche discussioni di critica letteraria o stile. L’opera si compone di 74 controversiae e 7 suasorie in cui sono citati circa 110 declamatori.

Il titolo e lo schema “narrativo”
La tripartizione sententiae, divisiones e colores presente nel titolo rispecchia lo schema seguito nell’affrontare ogni tema. L’autore infatti riporta dapprima le sententiae più importanti pronunciate sull’argomento dai più illustri declamatori; segue la divisio, in cui Seneca spiega il criterio logico-argomentativo con cui i vari declamatori avessero impostato il loro discorso; infine vengono i colores, ovvero i modi con cui l’oratore prova a “colorire” i fatti.

Particolarmente interessanti risultano le sententiae, ovvero frasi ad effetto miranti alla massima concentrazione e pregnanza espressiva, ornate da varie figure di parola e di suono, ispirate quasi sempre al desiderio di stupire e suscitare emozioni. Lo stile basato sulla sententia rimandera ovviamente allo stile asiano, ovvero uno stile ricco di concetti, ma anche ricercato, la cui forza risiede non tanto nel periodo quanto nella frase, fortemente ritmata e ricca di figure retoriche. Sarà proprio questo stile fiorito e concettoso che, a discapito di quello atticista, si affermerà nel I d.C. e che sarà fortemente criticato da Quintiliano, nella sua “battaglia” per lo stile ciceroniano, fluido e scorrevole.

Le controversiae

Le controversiae, che in origine erano sicuramente connesse con circostanze sociali e giuridiche concrete, in queste declamazioni perdono ogni contatto effettivo con i casi dibattuti realmente in tribunale (protagonisti: personaggi improbabili/ leggi: greche o talvolta inventate). I casi ipotizzati sono estremamente intricati e drammatici che, molto spesso, presentano conflitti insanabili di diritti, interessi, doveri e sentimenti.

Le suasoriae
La stessa sensazione di futilità, applicandosi ad argomenti privi di sostanza e di reale interesse, si ricava dalle suasoriae. Queste ultime si presentavano sotto forme assurde, criticate già dagli scrittori antichi, la cui futilità derivava necessariamente dall’allontanamento dell’oratoria dalla concreta realtà politica e sociale.

Temi delle declamazioni
Di conseguenza queste orazioni di fatto fittizie, finivano per riproporre temi nient’affatto originali che divenivano necessari non tanto nella formazione nozionistica quanto nell’acquisizione di alcuni strumenti dialettici che potevano essere proficuamente applicati nelle circostanze più varie e nei casi più difficili.
Per questo i declamatori prediligono situazioni estreme e fatti sensazionali, seppur improbabili: per dar prova della loro abilità e ingegnosità; di qui la profonda fiducia nella potenza della parola.

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