Seneca

Seneca Vita
Proveniente da una famiglia di estrazione equestre, Lucio Anneo Seneca nasce nel 5 o 4 a.C. a Cordova, provincia iberica di più antica romanizzazione. Per volere del padre riceve a Roma una perfetta educazione retorica, affiancato oltretutto da filosofi come Sozione che lo influenzeranno nelle sue scelte filosofiche. Frequentante la scuola neostoica dei Sesti, dopo la chiusura del 19 d.C. per via della censura che attuò Tiberio verso usanze e culti di tipo giudaico ed egiziani, si trasferì per qualche anno in Egitto, per poi ritornare a Roma nel 31 d.C. Intraprese così una carriera forense ed il cursus honorum, diventando in poco tempo uno degli oratori più ammirati della capitale. Ricevuta nel 32 d.C. la questura, incominciò a intraprendere una brillante carriera politica, fatta però di scontri continui con i vari senatori: sotto Caligola tenne in senato un discorso troppo libero, rischiando la condanna a morte; sotto Claudio fu accusato di adulterio con la sorella di Caligola e venne così esiliato in Corsica per otto anni (dove scrisse Consolationes e altre opere raccolte nei Dialoghi); sotto Nerone, accusato di essere complice della congiura ordita da Pisone, ricevette l’ordine di suicidarsi, tagliandosi le vene nel 65 d.C.

Una personalità controversa
Seneca fu forse l’unico intellettuale del suo tempo a tentare di inserirsi nel gioco politico per esercitarvi una funzione attiva in quanto uomo di cultura. In seguito alle amare esperienze sotto i potenti intraprenderà la sua vera vocazione: scoprire l’interiorità.
Il confronto con Cicerone può illuminarci su questa vocazione di Seneca: essere per Roma il filosofo dell’individualità.
1. Cicerone: Fiducia persistente di poter giovare allo stato e ai cittadini.
2. Seneca: Credeva di poter giovare solo a se stesso, o al massimo ai suoi pochi amici, riuscendo così a rivelare ad un pubblico sempre più ampio il mondo dell’interiorità.
Pur cedendo a debolezze e compromessi (come quando si piegò ad adulare Claudio, al fine di ottenere il richiamo a Roma) egli invitò i critici avversari a guardare non al suo comportamento in quanto il suo obbiettivo non era esser d’esempio, ma al suo insegnamento.
La sua vera contrapposizione interiore fu la scelta tra vita attiva e vita contemplativa, infatti non ebbe mai una presa di posizione nei confronti del negotium o dell’otium. La scelta di quest’ultimo fu comunque dovuta all’impossibilità di agire entro una civitas ormai paralizzata. L’otium finisce infatti per essere non un ripiego, ma una necessità amara, utile tuttavia al sapiente a rendere l’unico, ultimo servizio ancora possibile alla civitas. Quindi per difendere la propria scelta di abbandonare, in età senile, la vita attiva e di dedicarsi agli studi, Seneca giustifica l’otium come scelta comunque civile e politica, rendendosi disponibile ad ogni modo allo Stato.

Le opere
Un autore molto prolifico
Seneca scrisse sia in prosa che in poesia, e elaborando trattazioni scientifiche, tragedie, satire. Grazie al carattere filosofico e al loro messaggio morale Seneca fu un autore prediletto nelle scuole e per questo salvaguardato nel corso dei secoli.

Le opere filosofiche
I Dialogi mirano a delineare i caratteri del saggio, a illustrare le condizioni del suo perfezionamento morale, il suo tendere a un orizzonte di libertas e sapientia: Consolatio ad Marciam, per consolare Marzia che aveva appena perso la figlia; De ira, su come tenere a freno le passioni in particolare l’ira; De brevitate vitae, la vita non è breve siamo noi che la sprechiamo dedicandoci a cose inutili; De vitae beata, la vera felicità è conformarsi alla virtù; De otio, il sapiente può giovare agli altri sia nella vita attiva, sia dedicandosi all’otium. Non presentano una struttura dialogica, l’autore si riferisce spesso al destinatario introducendo le sue possibili obiezioni a cui seguono le contro-obbiezioni dell’autore.
Altre opere: De Clementia, indirizzato a Nerone, la clemenza è la virtù primaria del buon monarca; De beneficiis, come fare o come ricevere atti di benevolenza nel contesto della società; Epistulae morales ad Luciliu, insegnano a Lucilio come avvicinarsi gradualmente alla filosofia e alla virtù.

Scienza ed erudizione: Naturales questiones, tratta di fenomeni atmosferici, celesti e terrestri, va oltre le cause fisiche dei singoli fenomeni per orientarsi verso la ratio divina che muove il cosmo; una serie di operette scritte in età giovanile, trattanti dell’Egitto e della sua religione, delle pietre, dei pesci, dei terremoti ecc…
Satira e tragdia: Apokolokyntosis(deificazione di una zucca, di uno zuccone), componimento satirico scritto subito dopo la morte di Claudio; cothurnatae, mettono in scena i mali che delineano l’umanità quando è assente la ragione.

Il pensiero filosofico
Il sapere filosofico, inteso ai tempi di Cicerone come mezzo di più cosciente partecipazione alla vita e ai bisogni della civitas, a partire dal I secolo d.C. divenne un modo per cercare la salvezza personale dalle incertezze e dalle delusioni del vivere. Si affermò in particolare la filosofia dello stoicismo. Inizialmente, predicando l’esigenza di un’interiore libertas dalle passioni, essa alimentò nostalgie di libertà politica. Poi però divenne una sorta di rifugio e di guida alla virtù interiore.

La scelta dello stoicismo
Il pensiero filosofico di Seneca fu ispirato da numerosi maestri che gli fornirono svariati spunti poi ampliamente elaborati. Il carattere eclettico era proprio del filosofo: nella sua filosofia possiamo infatti ritrovare elementi epicurei (distacco dal volgo), platonici (idea spirituale di Dio), pitagorici (esame di coscienza), altri provenienti dal cinismo (libertà delle passioni), da Socrate (libertà del saggio) e Aristotele (scienza). Ma quello di Seneca non fu un generico eclettismo, in quanto egli prese una posizione più forte sulla dottrina stoica. La filosofia di Seneca è fondata infatti sui concetti di natura e ragione: l’uomo deve conformarsi alla natura e seguire la ragione.

La figura del sapiens e il graduale itinerario verso la sapienza
Il pensiero di Seneca è incentrato sul sapiente. Dato il suo spirito pragmatico, evita le esagerazioni dell’antica Stoà. Infatti non crede che il sapiente sia immune al dolore e alla gioia, ma crede che esso possa dominarle con la ragione. Il sapiens deve quindi allenare il suo autocontrollo, che passo dopo passo, in un lungo processo, lungo anche una vita, lo porta ad un’ascesi che lo purifica. I passi sono: trionfo sulle passioni, consapevolezza di essere parte del logos (Dio, il cui progetto è il nostro destino), e quindi accettazione e condivisione di tale destino. La ricerca scientifica è propedeutica a questa ascesi in quanto l’uomo attraverso essa diventa consapevole della propria ragione. Ma l’obbiettivo ultimo rimane sempre la sapienza e dunque la libertà interiore. In tale ideale si insinua inoltre il modello positivo di un accorto uso del tempo. Seneca evidenzia come il saggio non sia consapevole solo del presente e pronto ad affrontare il futuro, ma anche come sia padrone del passato, del proprio come di quello di chi l’ha preceduto.

Il ruolo sociale del sapiente
L’obbiettivo ultimo del sapiente è raggiungere la sapienza e quindi la libertà interiore. Ma il suo ruolo nella società, nello scontro tra principe e classe senatoria, è sempre meno chiaro e importante. Risorgere dall’autocrazia in cui si viveva era difficile, e non era di certo possibile farlo ritornando agli antichi valori e virtù dell’età repubblicana: l’unica soluzione era quella di vincolare il principe all’esercizio della clemenza e di un’azione benevole nei confronti del popolo. E ciò era per Seneca possibile attraverso un ruolo importante del sapiente, del saggio. Infatti il sapiente riconosce l’autorità, ne rispetta le leggi ed è grato al principe che, assicurando la pace, gli consente di dedicarsi ai suoi amati studi.

Le Lettere a Lucilio
Le lettere a Lucilio, scritte due o tre anni prima della sua morte, rappresentano il capolavoro di Seneca. Dedicatosi alla scoperta di se stesso, l’autore esorta il discepolo nonché amico, ad una abitudinaria riflessione filosofica che deve scaturire dall’esame di coscienza. Tali Epistulae presentano riferimenti alla realtà, episodi di vita privata, lettere di risposta di Lucilio, che conferiscono alla raccolta veridicità e non finzione letteraria. Col tono pacato di chi non si atteggia a maestro severo ma ricerca egli stesso la sapientia, e attraverso un vero e proprio colloquio, Seneca propone l'ideale di una vita indirizzata al raccoglimento e alla meditazione, ad un perfezionamento interiore mediante un'attenta riflessione sulle debolezze e i vizi propri e altrui. La progressività del processo di formazione si rispecchia in quella della forma: le singole lettere, man mano che l'epistolario procede, tendono ad elevarsi in spessore teorico e adeguarsi alla maturazione del discepolo.

L’esame di coscienza: Risale probabilmente alla scuola de Sesti, in cui il filosofo era abituato ad ammettere le proprie colpe al maestro. Tale esame deve avvenire quotidianamente a fine giornata. Prima di andare a letto l’individuo deve riflettere su parole, comportamenti scorretti, sottoponendosi ad una oggettiva autocritica. Ammessa la carente condotta, si passa all’assoluzione, accompagnata da propositi per il futuro. Gli scopi finali sono: predisporre un riposo notturno e tranquillo, fortificare l’animo depurandolo dai turbamenti passionali, ma anche migliorare i rapporti con gli altri. Tale tema viene ripreso dal Cristianesimo con la Confessione dei peccati.

Tempo: Seneca invita Lucilio a rivendicare il possesso di se stesso, ovvero ad impadronirsi del tempo che ha a disposizione, impiegandolo per studiare e riflettere, per ricercare la virtù, unico vero bene della vita, senza sprecarlo in attività inutili, come la politica. Seneca parla all’amico consapevole di aver sprecato gran parte della sua vita, e quindi esorta Lucilio a non commettere lo stesso errore. Egli spinge l’amico a non dipendere dal domani, dal futuro incerto, ma ad impadronirsi dell’oggi, a vivere il presente intensamente nella ricerca della virtù. Questo pensiero è molto simile al carpe diem oraziano: la differenza sta nel fatto che Orazio, epicureo, invitava a cogliere i piaceri del momento, mentre Seneca, stoico, esorta a perseguire istante per istante il dovere morale. Anche Cicerone rivisita il tema del tempo: cerca di lasciare una eterna traccia di sé attraverso le gesta, le poesie eternano e servono per essere emulate dai posteri o per scopo civile.

De Brevitate vitae: viene affrontata in chiave esistenziale la questione del tempo. Secondo Seneca è colpa nostra se non impieghiamo al meglio il tempo che la natura ci ha concesso. Assurda è la convinzione di vivere come se fossimo eterni, affidando noi stessi e il nostro tempo alla speranza del domani. Il sapiens è consapevole che la vita fa parte di quelle realtà che gli uomini non possono controllare. Egli non si cura dunque della durata della propria esistenza perché per lui essa conta solo dal punto di vista qualitativo. Vivere bene ogni giorno, come fosse l’ultimo, per divenirne padroni e saggi amministratori e perseguire la saggezza personale. Il tema del tempo è improntato nella contemporaneità, vi è infatti una contrapposizione tra gli affaristi, gli individui in carriera che rappresentano gli alienati, coloro che non hanno mai tempo perché lo perdono i mille affanni e preoccupazioni, e il sapiens, che assegna il giusto valore al proprio tempo. L’unico tempo ben impiegato è quello dedicato alla filosofia, alla dimensione dell’autocoscienza e in buona sostanza a se stessi e al proprio perfezionamento interiore.

Morte: Lucio Seneca ha una visione complessa della morte, costituita di due aspetti diversi, uno tradizionale e uno originale. Come molti suoi predecessori, Seneca considerava la morte qualcosa di positivo, in quanto liberazione dei mali di una tormentata esistenza.
L’originalità sta nell’idea che l’uomo, seppure non se ne renda conto, muore giorno per giorno: infatti anche se si è soliti considerare la morte come qualcosa di lontano, gran parte di questa è già stata vissuta perché tutto il tempo che è già trascorso appartiene alla morte.

Dio: Seneca oscilla tra due posizioni: l’una, vicina al materialismo degli stoici, fa coincidere Dio con la ratio universale che governa il mondo; l’altra, più spiritualistica, fa si che Dio sia causa di tutto e anche di sé medesimo. La differenza col cristianesimo è che per il cristiano è Dio che salva l’uomo, per Seneca è l’uomo che salva se stesso

Folla: è una massa capace di contagiare chi non è saldo nelle proprie idee. Il contagio è più facile quando lo spirito non è vigilie, in mezzo alla massa, durante uno spettacolo descrive nelle Lettere ad Lucilium, quando la folla diventi bestiale quando tutta insieme si esalta di fronte allo spettacolo sanguinoso dei giochi del circo.

Il progetto politico
Dalla res publica Romana alla civitas universale

La filosofia dell’individuo si concilia alla dimensione sociale e politica: rispetto all’età di Cicerone sono però mutate le prospettive di intervento. Un secolo prima, infatti, il filosofo-console poteva incarnare il ruolo di difensore della res publica oligarchica; nel contesto storico di Seneca invece il principato era una realtà inevitabile, e il ministro-filosofo può solo suggerire, esortare, indicare. Essendo quindi l’intervento diretto più difficile, Seneca si dedica all’ambito dell’ammonimento e dell’analisi delle forme d convivenza, passando dalla sfera particolare della res publica a quella più vasta della civitas universale.

L’utopia del De clementia
Il tema principale del De clementia (55-56 d.C.) verte a un metodo di governo ispirato a giustizia, ragionevolezza e clementia. Seneca strumentalizza l’opera per influire sulle vicende dello Stato attraverso la formazione di un principe saggio e per instillare in tutti gli uomini le virtù dello stoicismo, ovvero temperanza, dedizione, obbedienza all’ordine razionale e provvidenziale che regge il mondo. Egli prospetta a Nerone un atteggiamento di governo moderato e tollerante. Buono, giusto, solidale con le esigenze dei vari popoli dell’impero, egli deve saper anche intervenire ogniqualvolta si corra il rischio che l’armonia venga minacciata o rotta da rivolte, tradimenti, comportamenti eccentrici da parte dei suoi sudditi e nel dubbio, per evitare di mettersi in condizioni di commettere un errore, assolvere. Il princeps deve inoltre rispondere di ogni sua azione al logos che governa il mondo, per via del vincolo che lo lega all’ordine divino, di cui è il garante sula terra. L’attuazione dello stato ideale platonico, secondo cui doveva coesistere una felice collaborazione tra un signore desideroso di imparare, coraggioso e magnanimo e un legislatore-filosofo, sembrava inizialmente funzionare. Il giovane Nerone governò nei primi anni con moderazione, affiancato e consigliato da Seneca e Burro. Successivamente il princeps divenne un‘intollerabile tiranno. Tale cambiamento portò il filosofo di Cordova a ritirarsi nell’otium epicureo.

Le tragedie
Due questioni aperte

Uniche superstiti della produzione tragica latina, le nove tragedie di Seneca si ambientano nel mondo del mito greco e si ispirano a Euripide. Non conoscendo la loro datazione risulta difficile collocarle in un preciso periodo della vita del filosofo, e altrettanto difficile è l’attribuzione di un significato. Le ipotesi sono che: furono scritte per denunciare gli eccessi e le passioni, quando la ragione non riesce a tenerle a freno; furono pensate come un messaggio al giovane Nerone affinché sfuggisse le terribili conseguenze dell’irragionevolezza; nacquero dopo il ritiro dalla vita politica. Altra questione è ancora la loro destinazione. Ancora si discute se tali tragedie vennero pensate per la rappresentazione teatrale o per la lettura.

La sconfitta della ragione
Elemento caratterizzante è la forte componente passionale. Odio, violenza, sangue, infelicità si scontrano e si oppongono alla virtus, mettendo in luce la divorante crudezza delle passioni umane. L’insegnamento che ne consegue è che abbandonando la via della ratio e quindi della virtus, si diventa incapaci di indirizzare rettamente la propria ragione: senza ratio non c’è salvezza.

Lo stile
La scelta dell’anticlassicismo

La preoccupazione primaria di Seneca consiste nell’invitare chi legge a seguire un itinerario di perfezionamento interiore. Ritiene dunque i res (contenuti) molto più importanti dei verba (parole). Il suo stile è dunque discorsivo, essenziale, apparentemente umile e non letterato. Rifiuta il classicismo, dai periodi eleganti, squadrati, e abbraccia l’asianesimo (o barocco) che presentava asimmetria, emotività e drammaticità nel dire.

Linguaggio dell’interiorità e stile drammatico
Il suo è uno stile drammatico, nervoso, concitato fondato sulla misura più breve della frase, la sententia. La prosa senecana risponde, sul piano espressivo, a esigenze profondamente radicate nell’animo del filosofo: da una parte abbiamo il tema della libertà interiore, dall’altra le mire didattiche, scorrette dal frequente uso dell’imperativo, da ipotetiche obiezione dell’allievo e dagli accorgimenti retorici utili a rendere efficace il messaggio. Come afferma il grande latinista Marchesi, è l’unico che ci parli ancora come fosse vivo nella lingua morta di Roma.

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