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Seneca - Un intellettuale moderno

Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova, in Spagna, forse nel 4 a. C., da famiglia equestre. Era ancora bambino quando fu portato a Roma, dove ebbe la possibilità di frequentare le scuole retoriche e filosofiche, preferendo gli studi di filosofia. Tra i suoi maestri ebbe lo stoico Attalo e il retore Papirio Fabiano.
Nel 31 d. C., dopo un viaggio in Egitto, ritornato a Roma, si dedicò all’attività forense, manifestando eccellenti doti oratorie. Divenne questore ed entrò a far parte del senato, cosa che gli consentì, grazie proprio alla sua oratoria, di conquistarsi onori e gloria, tanto che Caligola, geloso dei suoi successi, ne decretò la condanna a morte.
Ma fu risparmiato grazie proprio all’intercessione di una favorita dell’imperatore, la quale fece credere a Caligola che Seneca sarebbe morto di lì a poco tempo per una malattia inguaribile. Nel 41 Seneca fu relegato dal nuovo imperatore, Claudio, nella selvaggia Corsica. Infatti, Messalina, moglie di Claudio, gelosa di Giulia Livilla, nipote dell’imperatore, l’accusò di adulterio con Seneca.

Giulia fu condannata a morte, mentre Seneca fu esiliato.
In Corsica Seneca soggiornò fino al 49, anno in cui poté ritornare a Roma per interessamento di Agrippina, la quale, divenuta moglie di Claudio dopo l’uccisione di Messalina, intervenne presso il marito per far ritornare il filosofo dall’esilio.
Questo interessamento di Agrippina aveva un triplice scopo: affidare a Seneca l’educazione del figlio Nerone; attirarsi le simpatie dell’opinione pubblica presso la quale Seneca aveva gran fama; farsi amico lo stesso Seneca con i consigli del quale mirava a impadronirsi del potere.
Ma Seneca, quando morì Claudio e gli successe Nerone, trovatosi, in qualità di consigliere, a reggere, di fatto, l’impero, cercò di limitare l’influenza. Si ebbero allora anni di governo che potremmo definire illuminato.
Contemporaneamente si verificava una crescente insofferenza di Nerone, che si sentiva sempre più soffocato dalla presenza di Seneca e di Agrippina. La madre Agrippina fu uccisa dall’imperatore; Burro, prefetto del pretorio, fu ucciso nel 62; comparve sulla scena Poppea che esercitava un notevole influsso su Nerone; Tigellino fu nominato nuovo prefetto del pretorio e Seneca, frattanto, si ritirò dall’attività pubblica per dedicarsi agli affetti famigliari e agli studi. Ma l’imperatore non aspettava che la prima occasione per sopprimerlo.
Seneca fu coinvolto nella congiura dei Pisoni, nel 65, anche s non vi partecipò, anche se è probabile che ne fosse a conoscenza.
Ricevette da Nerone l’ordine di uccidersi, cosa che il filosofo mise in pratica tagliandosi le vene.

La filosofia come “scienza del vivere”
Nessun filosofo ha elaborato come Seneca una teoria riguardante tanti aspetti comportamentali dell’uomo.
Ma neppure vi è stato un altro filosofo che più di lui sia stato accusato d’ipocrisia, incoerenza, instabilità.
Seneca predicava la dignità e la coerenza con se stessi e poi scriveva una consolatio per Polibio, liberto di Claudio, per ringraziarseli entrambi al fine di ottenere il perdono dell’imperatore e quindi il ritorno dall’esilio in Corsica; predicava la moralità e poi ebbe un ruolo non propriamente chiaro e coerente in occasione dell’assassinio di Britannico e di Agrippina; compose una “satira menippea” contro Claudio e nel frattempo preparava l’elogio funebre dello stesso imperatore; predicava il disprezzo delle ricchezze mentre accumulava un ingente patrimonio.
Egli si giustifica affermando che l’unica persona al mondo in grado di costruirsi un modello di vita in cui teoria e prassi coincidano è il sapiens. La sapientia significa conquista di un equilibrio morale interiore, controllo delle malattie dell’anima; insomma è la virtus. E Seneca dichiara apertamente che la sapientia era un obiettivo da conseguire, una meta cui tendere. E pertanto il suo discorso ha il valore di un messaggio indirizzato prima a se stesso e poi agli altri.
L’altro argomento su cui Seneca era chiamato a difendersi era quello della ricchezza: egli ammette, mai l’uomo deve farsi schiavo dei beni materiali, perché non è in essi che è posta la felicità.

Egli sosteneva che non intendeva difendere se stesso ma soltanto quella virtus che era l’obiettivo primario da raggiungere.
Quando si trovò esiliato in Corsica, ebbe modo di trovare nel culto della filosofia, in particolare dello stoicismo, l’unico conforto alla sua angoscia disperante. Ma quando ritornò dall’esilio ed ebbe l’incarico di seguire Nerone, allora fu costretto a prendere atto del contrasto che naturalmente veniva a crearsi tra la sua nuova attività pubblica e i princìpi dello stoicismo.
La filosofia per Seneca era “scienza del vivere”. E questo insegnamento gli servì soprattutto alla fine del suo impegno politico, quando la filosofia assunse un altro ruolo, quello di “consolatrice” nelle sventure e infine quello di scienza del morire.

Eclettismo e asistematicità della filosofia di Seneca
Seneca era uno stoico, ma dello stoicismo rifiutò l’eccessivo dogmatismo e soprattutto l’astrattismo teoretico. E questo lo rendeva aperto ad altre dottrine filosofiche. Infatti, sosteneva che bisogna prendere princìpi da tutte le teorie filosofiche. Egli diceva nel De Brevitate Vitae: “C’è dato di discutere con Socrate, di dubitare con Carneade, di trovare la pace con Epicuro, di vincere la natura umana con gli stoici”.
E anche se Seneca era lontano dal cristianesimo, tuttavia spesso ebbe le stesse posizioni dei cristiani. Fu un eclettico, dunque. E fu anche un asistematico. È per questo che lo vediamo possedere due anime, una individualistica, che lo portava all’isolamento come mezzo di difesa nei confronti della violenza del mondo esterno, l’altra sociale che lo portava a incontrarsi e scontrarsi con la realtà.

Seneca precursore dell'esistenzialismo moderno: la noia
In alcuni dialoghi, come nel “De tranquillitate animi” e nel “De Brevitate vitae” e nelle Epistoles ad Lucilium, Seneca affronta temi importanti come la noia, il tempo e la morte. Egli insiste su una scelta di vita che tiene l’uomo lontano dalle rovinose cadute nell’alienazione, indica nella noia la causa della possibile distruzione della nostra vita, invita l’uomo a vivere interiormente, con serietà e impegno, tutto il tempo della sua vita senza lasciarsi padroneggiare dagli altri e dal mondo esterno, vede nella morte una presenza condizionante della nostra vita.
Tutto ciò lo rende un intellettuale moderno.
Seneca, per spiegare lo stato di noia, parte dalla constatazione della condizione di scontentezza in cui vengono a trovarsi coloro i quali sono sopraffatti da un profondo senso di frustrazione. Sono quattro, per Seneca, i gruppi di uomini depressi, assaliti dalla noia: i primi sono tormentati dalla instabilità del carattere che porta ad una profonda insoddisfazione; i secondi sono coloro che, dopo una sconfitta, sono impotenti e sfiduciati e non riescono a riprendere di nuovo il cammino; i terzi sono coloro che, non riuscendo a realizzare ciò che si propongono, cadono in uno stato di frustrazione; gli ultimi sono coloro i quali, scontenti di sé, si sentono incapaci di cambiare il loro stato per inerzia.
L’insoddisfazione nasce da uno squilibrio interiore e da desideri e istinti repressi o comunque non realizzati.
L’uomo quando affronta un fallimento dei propri valori ideali o delle proprie illusioni, si sente frustrato, depresso, insomma un fallito.
L’insicurezza può provare forme depressive, traumi psicologici, un senso di vergogna e di alienazione. Il risultato porta dritto alla noia.

La noia spinge spesso l’uomo al suicidio, visto come soluzione finale.

Altre tematiche esistenzialiste: il tempo e la morte
Seneca pone il problema del tempo inteso come durata della vita. Non si tratta di elaborare una filosofia del tempo in senso metafisico, ma di spiegare all’uomo l’importanza di vivere compiutamente, e in modo utile e gratificante, l’intera esistenza. Egli parte dalla considerazione che gli uomini lasciano che gli altri entrino nella loro vita spadroneggiandovi.
L’uomo dovrebbe poter decidere in prima persona del tempo della sua esistenza, di tutto il tempo della sua vita.
Egli non si rende conto della propria fragilità e della reale quantità del tempo a sua disposizione. Infatti, se si rendesse conto, di non essere immortale, saprebbe davvero sfruttare il tempo utilizzandolo nel migliore dei modi.
Quello di Seneca è un invito a vivere, che non ha niente a che vedere con il carpe diem oraziano. Egli vuole soltanto spingere l’uomo a fare un autoanalisi. Egli non vuole cogliere l’attimo fuggente, ma vuole vivere pienamente tutto il proprio tempo che è poco se gli altri ne usano e ne abusano, mentre è abbondante se lo si sa utilizzare bene, attraverso lo studio, la conoscenza e la lettura degli autori del passato.
Solo coloro che spendono così il proprio tempo vivono pienamente la loro vita.
Il problema del tempo viene analizzato in una prospettiva moralistica ed esistenzialistica. Ciò che interessa a Seneca è risvegliare le coscienze e proiettarle verso un serio e responsabile impegno di vita.
Gli uomini devono cercare di vivere nel miglior modo possibile, intensamente, tutto il tempo che viene assegnato loro dalla sorte. Ciò significa che la morte è davvero un punto fisso stabilitosi sul nostro orizzonte: è a quel punto che tende tutta la nostra esistenza: ogni uomo deve vivere preparandosi ad accettare la morte.

Il pensiero politico di Seneca
Nel dialogo De Ira affronta il tema dell’ira riferendosi all’uomo di potere. A costui Seneca consiglia di essere moderato e non lasciarsi trasportare dalle passioni e dalle collere. Nel De Clementia, opera dedicata a Nerone, consiglia all’imperatore di fondare la propria condotta politica sulla clementia se vuole essere un rex iustus. La clementia è un illuminato atteggiamento politico che impone al principe una forma di autocontrollo nei rapporti con i sudditi ottenendo così la pax sociale e la simpatia della gente. La clementia è un dono del principe. Il potere è visto da Seneca un peso da sopportare.

Le opere filosofiche
Dialoghi
Si tratta di 12 libri di “dialoghi” composti su una gran varietà di temi. Il titolo, Dialogi, è improprio in quanto, al di là del “De tranquillitate animi”, i trattati non hanno struttura dialogica. Si tratta di conversazioni ideali con interlocutori che sono anche i dedicatori, il che consente a Seneca un tono espositivo colloquiale.
Ad Marciam de consolatione: è una consolatio rivolta a Marcia, la figlia di Cremuzio Cordo, per la perdita del figlio Metilio.
Ad Helviam matrem de consolatione: Seneca consola sua madre per la lontananza del figlio costretto all’esilio.
Ad Polybium de consolatione: consolatio rivolta a Polibio, onnipotente liberto di Claudio, che aveva esiliato Seneca, il che ha fatto pensare che il filosofo volesse accattivarsi entrambi per ottenere il perdono e il conseguente ritorno a Roma. L’opera è dedicata a Polibio per la morte del fratello.

L'Apokolokyntosis
La composizione dell’Apokolokyntosis va collocata nel 54 d.C., poche settimane dopo la morte dell’imperatore Claudio. Il fatto che lo stesso Seneca abbia composto la laudatio funebris, poi pronunciata da Nerone per l’imperatore appena deceduto, ha indotto molti studiosi a posticipare la data del componimento al 60 d.C. Essi ritenevano inverosimile che, subito dopo le onoranze funebri, Seneca avesse dato sfogo al risentimento covato per l’Imperatore che lo aveva costretto all’esilio. L’opera rientra nel genere della satira menippea, caratterizzata dal prosimetro, in un impasto linguistico e stilistico che accosta i toni piani delle parti in prosa a quelli “solenni” delle parti metriche, utilizzando frequentemente coloriture colloquiali e lessico volgare. Il titolo, trasmesso da Cassio Dione, significa “trasformazione in zucca” o “zucchificazione” dell’imperatore Claudio. È una satira violentissima contro l’imperatore, il quale, dopo la morte, si presenta sull’Olimpo e chiede di essere divinizzato. La sua proposta non viene accolta e viene mandato agli inferi.

Il De beneficiis e il De clementia sono due trattati di carattere etico-politico e si riferiscono al momento dell'impegno di Seneca a fianco di Nerone.

Il De beneficiis sviluppa il concetto di "beneficenza" come principio coesivo di una società fondata su una monarchia illuminata. Sembra che sia stata composta quando Seneca si era reso conto del fallimento dell'educazione morale di Nerone. Seneca analizza il dare ed il ricevere, la gratitudine e l'ingratitudine; mette in luce i forti limiti connessi all'istituto tipicamente romano dei favori reciproci, determinati dai diffusi rapporti clientelari tra i cittadini, ed elabora una nuova concezione di beneficium-favore disinteressato, che possa basarsi su un sentimento di giustizia e non sulla speranza di essere ricambiati.

Il De clementia è indirizzato a Nerone, da poco divenuto imperatore, di cui Seneca elogia la moderazione e la clemenza, definita come la "moderazione d'animo di chi può vendicarsi" o l’"indulgenza", e che invita a comportarsi con i suoi sudditi come un padre con i figli. Seneca non mette in discussione il potere assoluto dell'imperatore, ed anzi lo legittima come un potere di origine divina. A Nerone il destino ha assegnato il dominio sui suoi sudditi, ed egli deve svolgere questo compito senza far sentire su di loro il peso del potere.

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