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Consolationes di Seneca

Nella raccolta dei Dialogi di Seneca compaiono 3 scritti, consolationes. Consolatio è uno scritto in cui ci si rivolge al dedicatario per consolarlo.

La prima consolatio di cui abbiamo notizia è quella che Cicerone scrive a se stesso per la morte della figlia Tullia.

Il fine della consolatio è di fornire al destinatario una serie di argomenti per affrontare le avversità della vita. Infatti due di queste tre consolazioni mirano a consolare per una perdita di un congiunto, il figlio per Marcia, il fratello per Polibio.

Ad Marciam dedicata a Marcia, figlia di Cremuzio Cordo, che si lascia morire di fame. Seneca esorta Marcia al coraggio perché il dolore eccessivo è contro natura e che la morte non è un male perché libera dai mali. Ci sono due temi nuovi: il tema platonico della vita dell'anima dopo la morte e il tema stoico del cataclisma che porrà fine all'universo, lo rigenererà attraverso l'azione purificante del fuoco e permetterà al ciclo della vita di costituirsi.

Ad Helviam Matrem risale al soggiorno forzato di Seneca in Corsica. Seneca intende consolare la madre sostenendo che l'esilio non è un male, ma solo un mutamento di luogo. Non impedisce al saggio la ricerca della virtù, ma la favorisce, visto che ha una grande disponibilità di tempo da dedicare allo studio. È interessante come Seneca rappresenta la Corsica perché l'immagine che ci dà è un'immagine letteraria, debitrice ad Ovidio. Nel senso che Ovidio, esiliato a Tomi (sul Mare Nero), aveva scritto delle elegie, in cui descriveva questo angolo estremo per lui del mondo. La descrizione della Corsica di Seneca risente, più che dell'osservazione diretta, della rappresentazione letteraria che Ovidio aveva dato della Scizia.

Ad Polybium è scritta durante l'esilio in Corsica e ha come destinatario il potente liberto di Claudio, che aveva la funzione di segretario incaricato di leggere le suppliche rivolte all'imperatore. Seneca intende consolare Polibio per la morte del fratello, ma di fatto rivolge una supplica per ottenere il perdono dall'imperatore e quindi rientrare a Roma. I toni sono adulatori e quindi questa consolatio sottolinea l'incoerenza esistenziale etica di Seneca.

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