Giorgjo di Giorgjo
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Consolationes (Dialogi)

All’interno dei Dialoghi sono contenute le tre operette designate come Consolationes. I tre scritti sono collocati quindi all’interno del genere letterario della consolazione, attestato per la prima volta (nel mondo latino) da Cicerone. Attraverso il genere ci si rivolge al proprio destinatario con l’intento di consolarlo per un qualsiasi dolore. Cicerone compose ad esempio De luctu minuendo, in occasione della morte della figlia: lo scritto è andato però perduto. In relazione al medesimo lutto è giunta fino a noi la lettera consolatoria che Sulpicio Rufo gli rivolse: questa trova le sue radici nella retorica dei sofisti e assume una fisionomia più compiuta grazie al contributo del filosofo accademico Crantore (vissuto tra il IV e III secolo a.C.), autore del trattato perduto “Sul lutto” che aderisce alla teoria della moderazione degli affetti che contrastava l’inumana durezza contrassegnante l’apatia.

La consolatio si consolida come pratica di scrittura che utilizza precetti filosofici con lo scopo di risollevare il proprio destinatario dalle degenerazioni a cui può portare il dolore attraverso una serie di strategie razionali. La costruzione retorica fa leva sull’emotività del destinatario, indirizzandolo alla saggezza e guarendolo da un lutto patologico.


De consolatione ad Marciam (37-41 d.C o dopo il 49)
Seneca si rivolge a Marcia, nobildonna romana amica di Livia (moglie di Augusto) e figlia di Cremuzio Cordo, storico autore degli Annali nei quali aveva elogiato gli uccisori di Cesare e che, caduto in disgrazia presso Seiano (prefetto e confidente di Tiberio), preferì la morte anziché un pubblico processo. In quell’occasione Marcia aveva dimostrato un’esemplare forza d’animo; ora ella aveva perduto il figlio, Metilio, a cui era fortemente legata. Seneca le dimostra come il dolore sia un impulso irrazionale e contro natura e quindi vada frenato. L’uomo è del resto sotto l’inflessibile dominio della sorte, la quale ha decretato che la vita è una lunga serie di sventure e di mali. Dopo avere elencato alcuni modelli di uomini illustri che sopportarono virilmente le perdite dei loro cari, l’autore afferma che l’esistenza è una successione di eventi tristi ai quali solo la morte, termine naturale che ristabilisce l’eguaglianza tra gli uomini, pone fine. All’impulso irrazionale del dolore è contrapposta la razionalità dei sentimenti.

De consolatione ad Helviam matrem (42-43 d.C.)
Elvia, madre di Seneca, è una donna già provata da numerose sventure che ha sempre saputo sopportare: ora l’esilio del figlio sembra averla stroncata e, per questo, Seneca cerca di confortarla. L’esilio, in fondo, è un cambiamento di luogo ed è sopportabile se l’animo è fortificato dalla virtù e la mente è capace di innalzarsi allo studio delle cose eterne. Solo chi ama le ricchezze e non sa accontentarsi del poco troverà l’esilio insopportabile. La madre, donna colta e sensibile, viene incitata a riprendere gli studi interrotti e a godere dell’affetto degli altri due figli, dei nipoti e della sorella.

De consolatione ad Polybium (dopo il 43 d.C.)
Polibio è il potente segretario e favorito dell’imperatore Claudio, e nel 43 d.C. perse un fratello. Dall’esilio Seneca gli indirizza questa consolatoria che mira ad essere una supplica, non troppo sottintesa, al potente liberto ed al suo imperatore, per ottenere la grazia e tornare a Roma. Solo la ragione si può opporre al dolore dell’inesorabile sorte: risparmiamo le lacrime che non servono a nulla e che ci portano all’amaro compiacimento della sofferenza. Compiangere una persona cara che è ormai in pace, che è felice e libera da ogni male, che ha perduto la luce del giorno ma ne ha acquistata un’altra più intensa non è un controsenso, una cosa ingiusta e sciocca? L’esaltazione che Seneca fa del talento di Polibio come letterato e poeta quale egli non era indica scopertamente lo scopo di questo scritto e rivela un Seneca debole, un uomo che adula e lusinga, che utilizza lodi non certo sincere al solo scopo di ottenere il ritorno a Roma.

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