Giorgjo di Giorgjo
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Seneca fu chiamato a comporre l’elogio funebre pronunciato da Nerone in occasione della morte dell’imperatore Claudio (54 d.C.), proprio colui che lo aveva tenuto lontano da Roma per sette anni. Per quanto l’orazione fu bella ed elegante, tutti sogghignarono per la menzionata saggezza dell’imperatore defunto.
Apokolokyntosis
- Parallelamente all’elogio ufficiale e alla laudatio al princeps circolò un altro scritto, composto da Seneca, che concluse le relazioni problematiche tra Seneca e Claudio: si tratta dell’assai particolare “Ludus de morte Claudii”, meglio noto come “Apokolokyntosis” o “Divi Claudii apotheosis per saturam”. Il titolo è letteralmente traducibile come “Satira sulla morte di Claudio”, “Zucchificazione”, “Deificazione di una zucca”. L’imperatore viene infatti definito come un povero zuccone. Lo scritto provocò ovviamente uno scandalo di corte per via della differenza di toni tra le due opere, che risalgono allo stesso anno (54). L’Apokolokyntosis è mista di prosa e versi, e si ricollega alla tradizione delle Satire Menippee, composte in età repubblicana da Varrone (queste sono componimenti polemici che mescolano toni seri e comici). L’opera è inoltre un surreale tentativo di esprimere la condanna politica, personale e umana: è uno scritto di invettiva, spiritoso ma forse sopravvalutato. Esso impiega, con intento parodistico, elementi della storiografia (assicurazione di imparzialità e di verità) e della tecnica epica, oltre a citazioni poetiche.

- All’interno dell’opera è descritto l’arrivo di Claudio in cielo, le difficoltà che sorgono nell’identificarlo a causa della sua balbuzie e la proposta dell’imperatore Augusto (evidentemente Ottaviano era considerato un dio a tutti gli effetti) di trasferirlo negli Inferi a causa dei suoi svariati assassinii. Agli Inferi viene portato in giudizio di fronte a Eaco (nonno di Achille e giudice dei morti assieme a Radamanto e Minosse) che, ispirandosi allo stesso metodo con cui Claudio giudicava i colpevoli, ascolta l’accusa e pronuncia la sua sentenza senza ascoltare minimamente la difesa. Diventa così schiavo di uno dei suoi liberti e viene condannato a lanciare dadi da un barattolo forato nel fondo.

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