Letteratura Latina

ETA’ GIULIO-CLAUDIA
Tiberio(14-37), Caligola(37-41), Claudio(41-54), Nerone(54-68)

Velleio Patercolo
Nelle “Historiae ad Marcum Vinicium” parla della storia di Roma dalla guerra troiana al regno di Tiberio, racconta meglio i fatti più recenti; celebra il principato e dice che quella di Tiberio è l’età dell’oro. C’è un ritorno delle virtù e l’ascesa di nuovi ceti sociali. Pompeo è l’emblema dell’instabilità della fortuna, Tiberio è celebrato con encomi così come Seiano.

Valerio Massimo
Scrisse una raccolta di exempla memorabili componendo i primi libri di testo per le scuole di retorica perché fosse più facile la consulta della storia.

Curzio Rufo
Nell’opera “Historiae Alexandri Magni” tratta la vita di Alessandro dall’ascesa al trono alla morte. La sua morte secondo Rufo ha causato la crisi dell’impero e celebra il suo princeps Caligola perchè considera Alessandro il più alto modello di sovrano. Le fonti sono le numerose opere che fece fare Alessandro dai suoi storici che si portava in ogni impresa. Alessandro (è la prima volta che si parla di un personaggio singolo e non di un popolo in un’opera storica) è descritto con imparzialità, straordinario sia nei vizi che nelle virtù: causò proteste per i suoi eccessi, per il suo voler imitare i popoli vinti e per la trasgressione, ma risulta sempre affascinante.

Fedro (Macedonia 20 a.C.- 50 d.C.)
Era uno schiavo che venne liberato da Augusto. Si dedicò all’insegnamento e scrisse 93 favole su modello di Esopo (per lui l’auctor della fabula) ma rielabora la materia nella metrica (senari al posto della prosa) e nei contenuti (più vari), i caratteri della sua opera sono la varietas e la brevitas. I personaggi sono fissi soprattutto animali che rappresentano delle maschere(la volpe furba, il leone prepotente, ecc…) ma ci sono anche personaggi storici. L’intenzione è la morale anche se non crede che le cose possano cambiare perché Fedro è pessimista: gli uomini non si accorgono dei propri errori e il debole soccomberà sempre al più forte perciò conviene sparire dalla storia. Egli accusa la società del tempo piena di uomini oziosi e ricca di dispotismo e servilismo, mentre i sinceri vengono puniti.

Persio (Volterra 34-62 d.C.)
Compose un “libro delle satire” dove affronta i classici temi della satira tradizionale ma con nuovi quadri narrativi (dialoghi, situazioni esemplari); Persio si investe del ruolo di ammonitore denunciando il malcostume dell’epoca e inneggiando allo studio della filosofia, infatti il suo uditorio è più ampio, ed è irriso dal poeta con toni forti; egli non vede comunque possibilità di miglioramento, critica ma senza trovare soluzioni. Lo stile di Persio vede parole stridenti tra loro che sferzino il lettore (“iunctura acris”), espressioni quotidiane, non più “callida iunctura”, con un vocabolario crudo ma realistico.

Lucano (Cordova 39-65 d.C.)
Nipote di Seneca,studia insieme a Persio,si uccide per la congiura pisoniana. Scrive la “Pharsalia” un poema epico-storico che parla della guerra civile tra Cesare e Pompeo. I personaggi principali sono Cesare, Pompeo e Catone: Cesare è descritto come eroe negativo, che si macchia di hybris e di crimini sanguinari, Pompeo invece è un eroe tragico, l’anti-Enea perseguitato dal fato, unico personaggio che conosce un’evoluzione interiore, Catone è l’emblema dello stoicismo, colui che combatte la tirannide pur sapendo di perdere,senza temere la Fortuna. L’opera è considerata più storiografica che epica perché propone un “epos” nuovo eliminando l’apparato mitologico tradizionale (anche se il sovrannaturale è presente negli incantesimi e nelle profezie) non tralasciando però il Fato Oscuro. La guerra civile è narrata come un lamento funebre con tono indignato e disperato. Egli rovescia l’epica virgiliana che vedeva l’età di Augusto il culmine dell’Impero e considerava le guerre civile una parentesi: Lucano invece afferma che i valori risiedono in un passato inevocabile rovesciando i modelli come gli oracoli e le profezie che in Lucano annunciano morte e sventure, come anche i personaggi. La visione del mondo di Lucano è stoica, ma antitetica, perché per lui non c’è un logos provvidenziale ma una forza malefica e capricciosa. Dalla morte non c’è salvezza neanche con la filosofia. Il tema principale è la fine del mondo perchè l’uomo infrangendo le leggi umane viola anche quelle universali.

Lo stile lucaneo è originale, con una retorica eccessiva per creare un tono sublime e un narratore invadente, con invocazioni e apostrofi e tanti discorsi, stile anticlassico e drammatico, in un mondo derealizzato.

Seneca (Cordova 12 a.C. ca -65 d.C.)
Studiò presso i migliori maestri di Roma e si appassionò alla filosofia stoica intraprendendo il “cursus honorum” (prima curò l’asma ad Alessandria e smise di essere vegetariano) e venne introdotto a corte da Caligola ma per uno scandalo fu mandato in esilio in Corsica da Messalina. Con Agrippina tornò per istruire Nerone di cui divenne consigliere. Quando il princeps divenne dispotico si ritirò e nel 65 si uccise dopo essere stato accusato della congiura pisoniana.
Considerato moderno perché pieno di contraddizioni: affermava la necessità di una vita ascetica lontano dalla politica ma era ambizioso politicamente. Il suo pensiero contradditorio tra necessità di vita pubblica e importanza di vita privata trova conciliazione con l’idea che l’uomo debba agire per il bene comune e soprattutto se quest’uomo è il princeps. Nel “De Clementia” infatti tratta la monarchia come utile e necessaria perché il “rex iustus” deve regnare secondo le leggi divine e deve avere clementia perché essa è virtù morale e politica, utile ad un buon governo. Poi però quando fu escluso dalla politica scrisse il “De otium” dove criticava ogni forma di governo e si dedicava al perfezionamento interiore: solo chi si dedica alla filosofia è davvero libero, sottraendosi alle passioni.

La filosofia di Seneca è libera da ogni vincolo: si ispira principalmente allo stoicismo ma anche all’epicureismo; la verità è accessibile a tutti basta studiare con qualità non in quantità e seguire la natura con la propria ratio divina. E’ una filosofia della libertà perché con essa l’uomo diventa padrone del suo destino. Seneca vuol persuadere il lettore a condurre la via della sapienza. Egli è innovativo perché istruisce non più con i mezzi tradizionali ma con conversazioni che rimangono impresse nella mente del lettore.
Nel “De brevitate vitae” parla della morte e del tempo: molti uomini lottano per i propri beni materiali senza preoccuparsi dello scorrere del tempo ma si lamentano che la vita è breve, invece dovrebbero usarla più correttamente dedicandosi agli studi; la morte inoltre tocca a tutti e più si va avanti più si ci avvicina ad essa, ma non bisogna temerla perché ci libera da ogni schiavitù.
Lo stile di Seneca è asiano elaborato e teatrale con andamenti asimmetrici e concentrato sulle singole espressioni (maximum risultato nel minimum spazio); ha una nuova visione del mondo in conflitto con sé stesso quindi ci sono antitesi e variatio.
Le “Naturales Quaestiones” sono una raccolta di 7 libri di argomento meteorologico, ossia uno studio dei fenomeni di cielo e terra che rivelavano la natura del cosmo dominato da una mens divina (lega la scienza alla teologia). Ciò che conta è diventare più saggi e avere “sapientia” per innalzarsi al cielo (la “sagacitas” è inutile). Ogni argomento ha una prefazione etico-filosofica dove si evidenzia la paura dell’uomo di fronte ai fenomeni irrazionali. Il trattato si conclude con una riflessione sugli studi contemporanei: c’è poco impegno e ciò porta all’abbandono delle scuole filosofiche, anche se ha fiducia nel progresso.
In seguito alla ironica “laudatio funebris” in onore di Claudio Seneca scrisse la satira menippea ”Apokolokyntosis” (“deificazione di una zucca”) dove dice di narrare i veri fatti che avvennero dopo la morte di Claudio alla sua anima: Mercurio fece morire il princeps che poi si presentò sull’Olimpo dove dialogò stupidamente con Eracle e in seguito gli dèi decisero di mandarlo negli Inferi dove fu condannato da Eaco a giocare per sempre ai dadi con un bussolotto bucato, poi l’anima di Caligola lo prende come schiavo per poi darlo a Eaco che lo dà a un suo liberto. In questa satira menippea ci sono situazioni narrative tipiche, mescolanza di prosa e verso, alternanza di stile aulico e volgare, citazioni erudite parodiche e caricature (“divertissement letterario”).
Scrisse inoltre 10 tragedie di data incerta (9 cothurnatae, ossia con ambientazione latina e argomento greco, e 1 praetexta dubbia) ispirate alle tragedie greche classiche di Eschilo, Sofocle ed Euripide: Seneca porta allo stremo la spettacolarità ma amplia i monologhi e le digressioni rallentando l’azione, inoltre dà importanza all’animo umano (introspezione psicologica). Il coro commenta solo l’azione. Furono scritte sia per essere lette che per essere rappresentate, alcune di intento pedagogico. Seneca predilige le vicende cupe e orride (omicidi per amore, follie e suicidi) e i personaggi non si misurano più col fato ma con la propria coscienza, che può portare pensieri atroci, i dialoghi mostrano il contrasto tra ratio e furor, e prevale il male. Lo stile è magniloquente, denso e ricco di battute fulminanti con dialoghi di ogni tipo (monologhi o scambi di battute).

Petronio
Scrisse il “Satyricon” più o meno dopo il 60, anche se non siamo certi della sua identità. Ci Sono 2 tesi: per i “separatisti” non è lo stesso narrato da Tacito perché non parla di un romanzo (ma fu così anche per Seneca e Lucano), le testimonianze su di lui sono tutte posteriori al II sec. e ci sono molti volgarismi nel “Satyricon” (ma anche nell’Apokolokyntosis); per gli “unionisti” il nome coincide, il richiamo ad attori e gladiatori dell’epoca neroniana, lo stile è simile a quello di Seneca e la presenza di una poesia che alludeva parodisticamente alle ambizioni letterarie di Nerone.
Il “Satyricon” è mutilo, senza parte iniziale né finale e con molte lacune interne. La storia è narrata dal personaggio principale Encolpio in prima persona ma si inseriscono 5 novelle. La storia si può dividere in 5 blocchi: 1) le avventure di Encolpio, Ascilto e Gitone in una città campana, 2) la cena di Trimalchione (episodio più compatto e famoso), 3) l’incontro tra Encolpio e il poeta Eumolpo, 4) l’episodio sulla nave di Lica e Trifena, 5) l’arrivo a Crotone.
I modelli sono vari:
- il romanzo antico, per il pubblico non elevato a cui era destinata l’opera e per lo scopo d’intrattenere,ma soprattutto per la storia dove due amanti si separano e compiono varie avventure per poi rincontrarsi, ma questa è più una parodia del genere perché i due amanti sono due ragazzi e non sono fedeli, l’amore è sostituito dai desideri materiali, le situazioni sono serie ed è accentuato l’elemento realistico;
- l'Odissea, ma anche in questo caso si tratta di una parodia perché Encolpio è perseguitato come Odisseo da un dio, Priapo, che lo rende impotente così come anche i nomi sono parodici (la matrona si chiama Circe), dunque è un abbassamento comico del mito;
- la fabula milesia, novella di argomento erotico narrata con realismo;
- il mimo, da cui prende le situazioni scabrose degli strati più bassi della popolazione;
- la satira, da cui le figure dei convitati, il tono della narrazione (ma non ci sono invettive);
- la satira menippea, per la varietà dei registri linguistici e la funzione di fantasia e realismo;
In realtà l’opera è rivolta ad un pubblico colto. Il viaggio è il centro dell’azione, ma è un viaggio labirintico pieno di insidie che non arriva alla fine; dietro Encolpio si cela l’autore che confronta continuamente gli avvenimenti del Satyricon con quelli dei modelli greci.
I personaggi sono viziosi, senza scrupoli, truffatori e volgari e vengono descritti lucidamente da Petronio, toccando i problemi del suo tempo (carestie, sovraffollamento, ecc.). Eppure non prende mai posizione su queste cose, lascia il giudizio ai personaggi cogliendo la loro natura ambigua: Trimalchione ad esempio è un personaggio ridicolo, istintivo ed eccentrico, un plebeo (liberto) che vuole sembrare ricco, ossessionato dalla morte che cerca di esorcizzare. Oltre alla cena di Trimalchione ci sono altri 2 racconti importanti: la discussione nella scuola di retorica tra Agamennone ed Encolpio (che parlano delle ragioni del decadimento dell’oratoria) e il brano poetico di Eumolpo, il “Bellum Civile”, dove si critica l’assenza di mito nel poema epico (al contrario di Lucano) ma nello stile c'è l’influsso della nuova poetica.
Per quanto riguarda lo stile, l’opera è “pluralistica”: in base al linguaggio si distinguono i personaggi colti e incolti, oltre che le novelle (popolare le streghe, colta la matrona di Efeso, intermedia la cena).

ETA’ FLAVIA
Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano(69-79), Tito (79-81),Domiziano (81-96), Nerva (96-98), Traiano (98-117).

La cultura flavia è diversa da quella claudia perché si privilegia la retorica (Quintiliano ne fu il primo professore) e l’epica ritorna al mito; si ritorna inoltre al classicismo (modelli sono Virgilio e Cicerone). Non c’è più mecenatismo ma ossequio perché i Flavi non sono interessati alla cultura come i Claudi, così la poesia ora è puro divertimento.

Quintiliano (Calagurris 35-100)
Primo maestro di retorica, insegnò a Plinio il Giovane e a Tacito. La sua opera principale è l’”Institutio Oratoria”: è un trattato sulla formazione del buon retore che inizia con un'opinione sull’educazione: i bambini dovevano studiare retorica sin da piccoli, non dai 17 anni come avveniva ai suoi tempi. Nella parte centrale tratta le 5 qualità del buon retore: l’inventio (trovare l’argomento), la dispositio (disporre gli argomenti), l’elocutio (saper attrarre l’uditorio), la memoria (ricordare il testo)e l’actio (esposizione animata).
Il libro X è un excursus sui migliori modelli per il futuro oratore, l’ultimo (XII) delinea il perfetto oratore. Quintiliano mostra interesse pedagogico perché spiega come deve essere insegnata la retorica: il buon maestro deve saper valutare l’indole di ogni alunno e farlo apprendere gradualmente e in modo divertente, inoltre vanno abolite le pene corporali; l’educazione iniziava in famiglia. Tutti i giovani sono portati all’apprendimento, basta la volontà. Afferma inoltre l’importanza dell’istruzione pubblica che favorisce le relazioni e le amicizie, stimola l’intelligenza e l’impegno dei maestri. Il buon maestro deve essere colto, virtuoso, severo in giusta misura, un secondo padre. Il perfetto oratore deve essere appunto “perfectus” (cioè sapere tutte le discipline) e onesto.
I modelli sono Cicerone e Demostene, ma la società di Quintiliano è diversa: la retorica ora serve a mediare tra principe e società perché si mantenga la cultura. Infatti dopo Augusto c’è stata una degenerazione dello stile: Quintiliano critica l’asianesimo e Seneca, ma ricorre alla “variatio”, alle metafore, agli ornamenti retorici e alle “sententiae”.

Stazio (Napoli 40-96 ca)
La sua biografia arriva dalla sua raccolta di componimenti lirici, le “Silvae” che contengono carmina, libelli e epigrammata che ci informano sull’ambiente raffinato della corte lodando Domiziano (lo paragona a Eracle); ma ci sono anche meditazioni sulla morte e confessioni dei propri sentimenti (buon padre di famiglia). L’opera è eterogenea perché contiene una varietà di temi e di metri (disordine elaborato), c’è il riuso dei tradizionali momenti dell’epos e delle poesie; inoltre è importante la celeritas (rapidità espositiva) che rende la narrazione spontanea.
Le sue opere più importanti sono la Tebaide e l’Achilleide.
La “Tebaide” narra la storia dell’assedio di Tebe, è divisa in 12 libri (6 per i preparativi e 6 per la guerra), inizia con la maledizione di Edipo sui figli e continua con la lotta tra Eteocle e Polinice per il trono che terminerà con l’uccisione a vicenda dei due; poi Teseo aiuta la sposa e la sorella di Polinice a seppellire i corpi dei due buttandoli su una pira (la fiamma si biforca).
Il modello è l’”Eneide” sia per la struttura bipartita sia per le situazioni (l'invocazione di Edipo a Tisifone riprende quella di Giunone ad Aletto), ma a differenza di Virgilio la guerra è vista come evento malvagio, gli dèi vogliono portare il male sulla stirpe tebana, e gli uomini sono oppressi dal fatum; dunque l’opera è un’anti-Eneide come vediamo dal contrasto tra la pietas di Enea verso il padre e la maledizione di Edipo ai figli (la pietas ce l’ha Adrasto, il re di Argo). Emerge qui l’idea del potere secondo Stazio: il desiderio di averlo porta ad esiti tragici; i Flavi sono una liberazione come Teseo che però usa la violenza rendendo la vittoria mutila. Gli dèi dominano e il fatum è impietoso coi virtuosi, anche se l’autore lascia spazio a uno spiraglio, il passaggio dalla virtus alla clementia anche se l’ultimo libro si apre e si chiude con un funerale.
L’”Achilleide” è un’opera incompiuta che voleva narrare tutta la vita di Achille ma arriva fino allo smascheramento da parte di Ulisse. E’ una commedia degli inganni perché Achille si nasconde nel gineceo di Licomede ma Ulisse lo scopre; viene messa in risalto la libertà d’azione dei personaggi, magari Stazio avrebbe dato più spazio alla tematica amorosa; il personaggio è ambiguo perché si traveste (rimando ai riti iniziatici dell’antica Grecia). La narrazione è agile e divertente e la lingua si ispira ad Ovidio, ma intensifica il patetico e il gusto per il macabro sulla scia di Lucano e Seneca.

Marziale (Bilbili 41-104)
Scrisse 15 libri di epigrammi:
- “Liber de spectaculis” per l’inaugurazione del Colosseo (80) costruito da Tito, che viene elogiato;
- “Xenia” e “Apophoreta”, raccolte di componimenti che accompagnavano dei doni consegnati durante i Saturnali: gli “xenia” erano doni per gli ospiti gli “apophoreta” erano estratti a sorte ed erano più preziosi, spesso accompagnati da altri più poveri per rendere le cose più giocose.
-Gli “Epigrammata” sono 11 libri pubblicati singolarmente anno per anno dall’86 al 96 e sono di vario genere (autobiografico, satirico, funebre, erotico, ecc…) tutti introdotti da un proemio dove l’autore parla della sua poetica. L’ordine è casuale per dare più naturalezza.
L’opera di Marziale è varia oltre che vasta e l’unico elemento che però tiene unite le varie composizioni è la voce del poeta che descrive la realtà cosi com’è. Critica l’epos mitologico e la tragedia perché sono generi opposti all’epigramma, di pura evasione, finzione, che non parla della verità, così anche la satira che non deve denunciare i vizi ma ritrarre la realtà. La sua è una poesia leggera ma non frivola come la mitologia (si ispira a Catullo). Si concentra sulla gloria elogiando i princeps Tito e Domiziano, ci provò con i Flavi che non si interessavano però di cultura. Scrisse poesie di carattere celebrativo (per occasioni pubbliche) o d’intrattenimento (per patroni): Marziale approfittava del carattere giocoso dell’epigramma per descrivere la realtà senza censure.
I temi sono vari e si possono dividere in due serie: la prima parla di Marziale stesso (contrasto tra vita cittadina e desiderio di otium in campagna), la seconda è più ampia e descrive la società del tempo con personaggi caricaturati e priva di virtù, ma senza criticarli, solo descrivendo obiettivamente.
Marziale rimane fedele ai caratteri dell’epigramma ellenistico ma potenzia la concretezza della narrazione e l’effetto sorpresa che avviene spesso con un “aprosdoketon” (elemento inatteso); seguiva uno schema: una descrizione per creare attesa, alcune volte una domanda da parte di un interlocutore immaginario, finale a sorpresa per il quale è costruita la parte iniziale. Per Marziale l’artificio linguistico era vuota erudizione inutile, si ispira alle nugae di Catullo che davano immediatezza espressiva. Non mancano grecismi ma manche volgarismi, rifiuta gli arcaismi e varia gli stili in base al componimento.

Giovenale (Aquino 50-127)
Scrisse 16 satire per rivoltarsi contro le recitationes epiche e tragiche che allontanano dalla realtà, in un periodo di forte crisi dei mos maiorum trasforma la satira in una rivendicazione della necessità morale: ora è l’indignatio la musa ispiratrice (“facit indignatio versum”), infatti descrive la realtà come pervasa dal vizio, non riportando obiettivamente i fatti. Criticò anche il potere, ma attaccando solo personaggi del passato, Domiziano e Nerone, perché temeva ritorsioni. Giovenale ha 2 fasi: 1) poetica di pathos e indignatio, 2) più riflessiva e distaccata (dalla satira X dove riporta la storia di Eraclito che piangeva di fronte ai mali del mondo mentre Democrito rideva); ma la struttura è sempre quella che cerca di persuadere il lettore con efficacia emotiva. I miti tragici venivano ricordati per risaltare la meschinità dei tempi moderni.
I temi ricorrenti sono il contrasto tra realtà e apparenza (colpevoli i Greci che fingono sempre e invadono Roma), la corruzione e l’astio verso le divitiae (colpevoli i patroni), tutto per esperienza personale. I vizi ce li hanno anche le donne (senza pudore) e ora l’onestà è vista come portento. Critica anche la religione perché il vizio è insito nell’uomo e gli dèi rappresentano il decadimento delle virtù (per lui “mens sana in corpore sano”). Ma le sue critiche non hanno punti di riferimento o pensieri coerenti, perché non pensa si possa cambiare il mondo.
Lo stile è elaborato ma non riuscì a dare una solida struttura ai suoi testi (troppo scolasticismo); si ispira a Marziale per i cataloghi e l’aprosdoketon. Giovenale evoca un mondo disumanizzato facendo eseguire ad oggetti inanimati azioni umane. Il linguaggio era legato alla poetica dello smascheramento accostando termini aulici e volgarismi, l’epica era parodistica e i termini osceni erano presenti in termini innocenti.

Plinio il Giovane (Como 61-114 ca)
Allevato dallo zio Plinio il Vecchio che morì nell’eruzione del Vesuvio (79), intraprese la carriera di politico e avvocato. Scrisse molte orazioni ma l’unica a noi pervenuta è il “Panegirico di Traiano” per ringraziare il senato dell’elezione a console: ha sia interesse letterario che storico perché è l’unico esempio di orazione dai tempi di Cicerone e perché è l’unico testo che parla delle attività politiche del primo Traiano. Il tema centrale è il rapporto tra princeps e senatori e fa un paragone tra Traiano e Domiziano: il primo rendeva possibile la libertas come ossequio riuscendo ad ottenere rispetto, mentre il secondo esercitava una dominatio che rendeva il popolo scontento. E’ un ammonimento per il futuro perché vuole persuadere il senato a mantenere la libertas repubblicana esercitando una monarchia costituzionale.
Ma Plinio non riusciva ad attrarre il lettore con le tecniche retoriche perché ciò di cui parlava era già noto, così si affida alla “varietas” per facilitare i passaggi da passi più elevati ad alcuni più semplici; era criticato per la monotonia e l’eccessiva lunghezza dell’orazione. Per lo stile alcuni lo considerano asiano, altri quintilianeo, altri ancora inferiore alle epistole.
Plinio pubblicò un ”Epistolario” senza ordine cronologico, lettere elaborate stilisticamente e che si dividono in tre tipologie: motivazioni pratiche (inviate), relazioni sociali(riflessioni) e ricche di excursus su fatti storici(non pubblicate). Nelle seconde vediamo il pensiero di Plinio: privilegia gli “studia” ai “facta” politici (amava l’otium per fuggire da una politica sempre meno attraente), considera le recitationes una sorta di revisione per poter poi rielaborare l’oratio da pubblicare, esalta l’ingenium individuale, riprendendo il “Sublime”, critica inoltre la persecuzione indiscriminata dei cristiani (bisogna condannare solo chi non rinnega la propria fede). Troviamo anche notizie sulla sua produzione poetica.
Lo stile più naturale per Plinio si trova nelle lettere perché è più aperto e vario, non ornato; si distinguono le epistole narrative-descrittive(più chiare) e quelle più brevi (relazioni sociali). Ci sono varietas e proporzione tra “res” e “verba”.
I modelli sono Cicerone (vita privata), Orazio (“Sermones”), Seneca (le epistole filosofiche), Marziale (attenzione alla realtà), Stazio (“Silvae”).

Svetonio(Ostio 70-132)
Studioso erudito, bibliotecario e alchimista, compose molte opere che però non ci sono pervenute (opere d’antichità, scienze e biografie). Ci sono pervenute due raccolte biografiche:
-“De viris illustribus”, è una raccolta di biografie di grandi letterati, ma abbiamo solo quelle dei grammatici e dei retori, più altri frammenti (continua la tradizione iniziata da Varrone e Cornelio Nepote). Ogni libro comprendeva l’indice degli autori trattati, un’introduzione del genere letterario e la vita usando erudizione e curiosità per i dettagli.
-“De vita Caesarum” raccolta di vite degli imperatori da Cesare a Domiziano. Ci sono due tipologie di racconto biografico: ordinamento cronologico (“per tempora”) e per rubriche (“per species”) e Svetonio li usa tutti e due, il primo per le prime e ultime parti della vita e il secondo per la parte centrale (ci sono però variazioni). Le fonti sono gli acta ufficiali degli archivi imperiali e le dicerie orali che però non verifica e riferisce con disinvoltura. L’attenzione di Svetonio si concentra sui particolari e sulle curiosità perché al pubblico importava il gossip, così Svetonio fa ritratti anche crudeli dei personaggi (di Caligola soprattutto).
La prosa di Svetonio è asciutta e disadorna senza enfasi o discorsi ampi, preferisce l’essenzialità ma con ripetizioni che causano monotonia, spesso riporta le notizie così come sono nelle fonti; la lingua non è omogenea ma presenta termini colloquiali e arcaismi dando realismo all’opera.

Apuleio (Madaura,Africa, 125-170)
Studiò filosofia e viaggiò per il Mediterraneo venendo iniziato a molti culti misterici. Incontrò ad Alessandria Sicinio Ponziano suo amico e ne sposò la madre Pudentilla; dopo la morte di Sicinio i parenti della madre lo accusarono di aver usato arti magiche per influenzare la donna e sposarla per l’eredità. In sua difesa pronunciò in tribunale l’“Apologia” o “De Magia”, orazione che si articola in tre parti: 1) Apuleio respinge le accuse minori descrivendosi come uomo troppo bello e colto per essere pieno di vizi, 2) sfata le credenze sulla magia che sono in realtà esperienze mediche e religiose, 3) parla del suo matrimonio e riporta il testamento di Pudentilla che assegnava i suoi averi al figlio minore Pudente. Apuleio si basa sulla sua cultura per ridicolizzare gli accusatori e manifesta la propria abilità retorica con digressioni e citazioni (come fosse una micro-conferenza). Nell’opera si incrociano l’orazione giudiziaria e l’eloquenza, notiamo inoltre gli influssi di Cicerone per il periodo e lo smantellamento delle accuse. Descrive due tipi di magia: sconfessa la magia volgare (stregoneria) ed esalta quella positiva (devozione religiosa).
Scrisse anche opere filosofiche(era neoplatonico) senza distinguere filosofia, magia e religione, e scrisse di demoni come intermediari tra uomo e dio (come per Plutarco).
Compose inoltre “Le Metamorfosi” o “L’asino d’oro” un romanzo antico latino che narra la storia di Lucio, un giovane che, spinto dalla curiositas, si ritrova a vivere alcune avventure trasformato in asino. L’opera è simile alla contemporanea “Lucio o l’asino” scritta dallo pseudo-Luciano che si ritiene però composta prima; i modelli sono anche Omero (episodio di Circe), le “Metamorfosi” di Ovidio, il “Satyricon”, la fabula milesia (su ammissione di Apuleio per il tono e l’intento ludico) e il romanzo ellenistico (anche se è più complesso in Apuleio). Rispetto al Satyricon i temi alti non sono parodiati ma riferiti a un pubblico colto. La storia si divide in tre blocchi: 1) libri I-III narra il viaggio di Lucio con una narrazione lineare, 2) libri IV-X è la più ampia e riporta le disavventure di Lucio trasformato in asino e come è mutato il personaggio muta anche la narrazione che diventa disordinata (eventi uno di seguito all’altro) ma che fa acquistare saggezza a Lucio (come nell’Odissea), 3) libro XI, la trasformazione di Lucio da asino a uomo grazie alla dea Iside, e così la narrazione cambia di nuovo diventando più mistica con prevalenza di dialoghi. L’ultima parte raffigura un racconto iniziatico, un’allegoria del processo di cambiamento interiore del protagonista: dalla punizione per la curiositas all’espiazione nel corpo di un asino alla salvezza per merito di una dea. Anche la struttura ricorda un rito: 11 libri come 11 giorni del rito (10 di preparazione + 1 del cerimoniale). La storia appare unitaria e tutto si spiega.
All’interno c’è una disposizione simmetrica delle “insertae fabule” le storie nella storia: nel primo blocco rappresentano un monito contro la magia, nel secondo c’è una serie di racconti sanguinosi che circondano il cuore dell’opera, cioè la novella di “Amore e Psiche”(libro VI) che riportano il mito in cui la donna affronta una serie di prove per riunirsi ad Amore. Qui vediamo un parallelismo tra la vicenda dei due innamorati e Lucio che viene liberato da Iside come Amore libera Psiche e così come si chiama “Voluptas” la loro figlia così anche Lucio dovrà ricercare il piacere insvelabile. Questo è il punto più alto dell’opera e rappresenta l’allegoria dell’itinerario dell’anima attraverso il mondo irrazionale, oltre che essere un messaggio religioso, infatti l’interpretazione teleologica vede la storia come un percorso rituale dell’iniziato.
Lo stile è sontuoso, lavorato con attenzione, e usa una lingua tutta sua unendo neologismi,arcaismi e “sermo quotidianus” con uso di figure retoriche. Le caratteristiche principali sono la varietas e l’abundantia che vengono adattate alle differenti situazioni del romanzo.

Tacito (57-117)
Intraprese il cursus honorum grazie all’appoggio del suocero Giulio Agricola ed entrò nel senato romano; compose:
- “Dialogus de oratoribus”, trattato sull’oratoria su modello del dialogo ciceroniano: riferisce di una conversazione tra Curiazio Materno (che riporta il pensiero di Tacito) e i massimi oratori dell’epoca (Apro e Messalla i più importanti). Apro elogia l’eloquenza, Materno la poesia, Messalla parla della decadenza dell’oratoria, per Materno l’eloquenza poteva fiorire in tempi di libertà politica. Per Tacito il principato è inevitabile anche se ammira la vecchia repubblica: il princeps ora deve governare insieme al senato ma i senatores non rispettano gli antichi “mores”.
- L’"Agricola” è la monografia della vita del suocero Giulio Agricola dalla formazione alla carriera che lo porterà ad essere governatore della Britannia. Non è solo una biografia ma anche un “exitus inlustruim virorum” perché fa riferimento alla vita di Peto e Prisco, inoltre è una “laudatio funebris” e anche una critica al principato di Domiziano che era geloso della gloria di Giulio che però non ostentava e compiva il proprio dovere nonostante tutto anteponendo gli interessi della res publica ai propri.
- La “Germania” è una monografia etno-geografica che descrive le popolazioni germaniche implicitamente paragonate alla gente romana. Nella prima parte parla dei caratteri generali delle popolazioni germaniche, nella seconda analizza le singole popolazioni. La fonte principale è Cesare ma anche Sallustio, Plinio il Vecchio, Cordo. Tacito dà risalto ai caratteri virtuosi dei Germani: essi sono forti, coraggiosi, non amavano il lusso così come le donne, fiere e fedeli; per questo i Germani sono un pericolo per i Romani perché amavano la libertas e avevano virtus, trattavano gli schiavi come servi senza dare loro tutte le libertà dei liberti romani e non ostentavano nei funerali. Ma Tacito evidenzia anche le loro debolezze (erano ignoranti, oziosi e rissosi) e su queste fa affidamento per ritardare l’invasione barbara a Roma.
-Le “Historiae” e gli “Annales” sono opere storiografiche che narrano gli eventi passati di Roma: le Historiae trattano gli eventi da Galba a Vespasiano (guerre civili), gli Annales riepilogano la storia di Roma dai re ad Augusto e da Tiberio a Nerone. Voleva narrare anche i principati seguenti (Tito e Traiano) ma non ci riuscì, tuttavia la critica al presente è visibile nel ricordo del passato. Nelle Historiae vediamo un parallelismo storico perché Tacito racconta di quando Galba adottò Pisone e nello stesso periodo Nerva adottò Traiano, e così mostra il nuovo tipo d’elezione al principato. Negli Annales si oppongono le figure di Tiberio (dispotico) e di Germanico (nobile) e Seiano(subdolo), si descrive eroicamente Cordo e si criticano quelli che come Seneca si uccisero danneggiando il principato (mentre il suicidio di Nerone è utile). Le fonti sono varie: dalla letteratura storica precedente alle memorie private, fino ai documenti ufficiali e alle testimonianze orali (a cui dà poco credito).
La scelta ora non è più tra monarchia e repubblica, ma tra tirannia e monarchia coadiuvata dal senato che deve rispettare la libertas. Tacito afferma di voler narrare “sine lode ne infamia”(senza amore né odio) e dunque proclama la sua obiettività, elemento mancante agli storici del principato volti all’adulazione. Lo storico ora non è il cantore delle gesta del suo popolo ma il narratore di azioni ignobili, per questo denuncia i vizi della società (molte sono le sententiae). Gli eventi avvengono per Tacito in base a una Fortuna casuale che lo lasciano disorientato perchè non c’è uno schema preciso e gli dèi non si interessano della vita degli uomini.
Tacito dà spazio alla psicologia dei personaggi (come Sallustio) che vengono analizzati in ogni pagina dando ad ogni figura un aspetto complesso: sminuisce i virtuosi (Seneca) e mostra alcuni caratteri positivi di persone come Tiberio e Nerone; anche le folle sono irrazionali e lanciate verso il disastro. Il suo è uno stile drammatico che fa risaltare i momenti tragici con un ritmo uniforme.

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