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Marco Fabio Quintiliano

Nato nel 35 circa a Calagurris Iulia Nasica (oggi Calahorra, Spagna), dopo aver studiato a Roma a contatto con illustri intellettuali, come il retore Domizio Afro, ritorna in Spagna e vi esercita la professione di avvocato e di maestro di retorica. Sotto la dinastia Flavia (69-96), nella capitale Quintiliano prosegue l’attività di avvocato e maestro e conquista un prestigio sempre maggiore, grazie anche alla sintonia coi programmi politici di Vespasiano, finalizzati alla restaurazione dei modelli ideologici tradizionali. Nel 78 l’imperatore lo incarica di organizzare e dirigere una scuola di retorica e di formare una nuova e più larga classe dirigente. Riceve un lauto stipendio annuo dal fiscus imperiale e la fame di primo titolare di una cattedra di eloquenza e di insegnante pubblico di Roma. La sua brillante carriera prosegue sia nella professione di avvocato sia di insegante e intorno all’88 decide di ritirarsi dalla professione attiva. Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla letteratura, con la composizione in particolare della Institutio oratoria. Sono anche segnati da terribili lutti famigliari: la morte della giovane moglie e di due figli. Morì probabilmente a Roma nel 96.

Institutio oratoria


Il suo capolavoro - dedicato all'amico Vittorio Marcello, funzionario della corte di Domiziano, per l'educazione del figlio Geta, identificandolo come destinatario collettivo dell’opera - è l'Institutio oratoria (90-96 d.C.), cioè "la formazione dell'oratore" e del futuro uomo politico mediante una formazione nuova, culturalmente approfondita e più versatile che in passato. Quintiliano partecipa al dibattito sulla decadenza della retorica con il De causis corruptae eloquentiae. Il saggio, andato perduto, individua le cause in difetti interni al sistema scolastico e nutre una speranza in una riforma della scuola che possa restituirle credito e nuovo valore nella societas.

Il modello dell’oratore
L’opera non è solo un trattato tecnico di arte retorica, bensì un'opera destinata alla formazione complessiva dell’oratore, cittadino dotato delle migliori qualità culturali e morali. È un professionista della parola e servitore dello Stato, della pubblica amministrazione o della burocrazia, onesto e scrupoloso, legato sia al mos maiorum che alla fedeltà all’imperatore. Affinché questo cittadino-oratore acquisisca le competenze necessario, Quintiliano elabora un progetto formativo globale, in cui tutti (i maschi di condizione libera) sono per natura capaci di raggiungere la perfezione dell’oratore ideale. Deve essere degli adulti l’attenzione affinché nei giovani durante la crescita non si spengano le potenzialità.

Figura del docente
Agli insegnanti Quintiliano affida il compito di tradurre le potenzialità innate in ogni allievo nel patrimonio culturale e morale romano che ne farà buon cittadino. La nutrice è la prima maestra, accanto alla madre, in quanto mette il bambino a contatto con il linguaggio e le espressioni di affettività. Il pedagogo invece rappresenta il tramite fra la famiglia e la scuola, è garante di moralità e socialità. Gli insegnati dei tre gradi di scuola (magister ludi, grammaticus e rethor) tendono in età più avanzata l’allievo verso il modello di perfetto oratore. Ogni insegnante deve possedere questi requisiti: deve assumere i sentimenti di un padre, non deve avere vizi per poi quindi contagiare gli altri, non deve fingere di non vedere i difetti da correggere, deve essere semplice e paziente nelle spiegazioni, nel lodare gli alunni non deve essere né troppo stretto né troppo largo.

Pedagogia
Quintiliano è il precursore della pedagogia, cioè la riflessione critica e la progettazione della pratica educativa. Egli analizza e riconosce alcune peculiarità dei processi di apprendimento nei singoli studenti in tutte le varie fasce d’età, in particolare nel bambino sotto i sette anni (infantes). Quintiliano raccomanda di utilizzare il gioco come strumento per favorire l’apprendimento. Nei primi anni d’età occorre lasciare agli allievi la libertà di “osare sopra le righe”, scoprire se stesso e il mondo che lo circonda. Inoltre l’insegnamento deve essere individualizzato, elaborato per ogni allievo con le strategie didattiche più appropriate. La scuola pubblica è il luogo più adeguato a sviluppare nei bambini la socialità e la competitività costruttiva fra gli allievi costituisce un importante fattore di stimolo allo sviluppo personale. Quintiliano rifiuta la violenza nei rapporti insegnanti-allievi e manifesta una ferma opposizione alle punizioni corporali, considerate umilianti, inutili e controproducenti.

Emulazione
Tra i criteri didattici segnalati da Quintiliano ricorre quello dell’imitazione, ovvero quell’impegno a riprodurre le forme linguistiche e stilistiche dei grandi sommi autori. La vera imitazione per Quintiliano non è una ripetizione acritica di un modello di ispirazione, bensì una sua profonda e personale rielaborazione che, a partire dagli altri risultati già raggiunti dal modello, si prefigga di superarli. Quindi così Quintiliano affianca al criterio della imitazione quello della emulazione.

STILE
In un passo della Institutio oratoria Quintiliano riprende la classificazione dei tre stili (attico, asiano e rodiese) e dichiara esplicitamente la sua opzione per lo stile attico, definito optimum genus per le qualità di semplicità, purezza dell’eloquio, eleganza ecc.. Inoltre Quintiliano è un sostenitore di uno stile classico, ispirato cioè ad altissimi autori (in particolare Cicerone, al purus sermo) e gli elementi di classicismo ciceroniano sono predominanti. Quintiliano interpreta il genere letterario della Institutio non come un trattato precettistico ma come un manuale pedagogico, con il caratteristico tono conversevole.
Egli tende a strutturare il periodo secondo il modello ciceroniano di una ipotassi ampia e ordinata, con costruzioni tipiche del genere manualistico. La sintassi e la morfologia sono sempre perfettamente corrette, il sermo adottato è quello litterarius, ma molto spesso si mescola con il sermo cotidianus. Il lessico è puro e mono linguistico e frequenti sono i ricorsi alle figure retoriche di suono e di parola, in particolare il parallelismo e la similitudine.

Scuola romana
Educazione romana
Quintiliano pone il dilemma tra i due modelli educativi, quello individuale e domestico sotto la guida di precettori personali, e quello collettivo con più alunni insieme sotto la guida di un maestro. Egli ritiene che la scuola pubblica stimoli gli studenti ad una giusta competizione, li abitui a stare in società e a misurarsi con il giudizio altrui. La scuola privata invece è considerata garante di un insegnamento controllato dalla famiglia, autarchica, che basta a se stessa nella misura del volere dei genitori. In quelle private molte famiglie importanti romane si affidano a schiavi e liberti di origine greca e la lezione avviene nella domus dello studente.
Il modello educativo pubblico, affermatosi nel I secolo a.C., si consolida in età imperiale grazie al particolare interesse nella retribuzione da parte delle famiglie, che dividevano la spesa del maestro, e ai finanziamenti dello Stato, in particolare con il diretto intervento degli imperatori, a partire da Vespasiano, che assegna uno stipendio ai professori di retorica per la prima volta nel 78 d.C. Questi interventi imperiali favoriscono una vasta scolarità di massa, che spesso viene permessa anche alle donne e agli schiavi. La scolarità nei diversi strati sociali ha una capillarità territoriale molto intensa, con strutture scolastiche presenti anche nelle più remote province dell’impero. Roma così dimostra ancora una volta una grande manifestazione delle sue capacità organizzative.

Sistema scolastico
Esso è diviso in tre gradi:

- Ludus litterarius: la scuola primaria, è quello nel quale i bambini dai 7 ai 12 anni apprendono i rudimenti del leggere, scrivere e fare i calcoli, i saperi fondamentali, sotto la guida del ludi magister, ed è frequentato sia da maschi che da femmine.

- Ludus grammatici: corrisponde alla scuola secondaria, frequentata dai ragazzi dai 12 ai 15-16 anni, nella quale il grammaticus impartisce un insegnamento prevalentemente linguistico-letterario, su testi poetici di autori canonici delle letterature latine e greche.

- Ludus rhetoris: corrisponde alla scuola superiore e persino ai primi anni di università, gli studenti apprendono la retorica sotto la guida di un professore di eloquenza, il rhetor. Gli studenti svolgono numerosi esercitazioni fittizie, di declamationes per esercitarsi nella tecnica dell’eloquenza.
Successivamente il percorso scolastico si completa con il perfezionamento presso le scuole greche, dirette da illustri maestri di retorica, e con vari tirocini a diretto contatto con la vita del foro.

Organizzazione delle lezioni

La vita di studenti e insegnati romani è impegnativa. Il calendario scolastico inizia a marzo e si protrae per buona parte dell’anno, a eccezione dei mesi più caldi e di alcune festività (ad esempio i Saturnalia a dicembre) e l’orario prevede sei ore di lezione con una breve pausa per il pranzo. Il confort in classe non dei migliori, le scuole pubbliche non hanno sede in edifici appositi, ma in precarie sistemazioni per strada, sotto i portici oppure in locali inadeguati come le tabernae.

Strumenti
Gli studenti romani usavano prettamente tavolette di cera e stilo, di forma rettangolare, incise con lo stilus ed erano preferite a materiali più preziosi, come pergamene e papiri, per la loro economicità e praticità.

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